Vertigini ferite, ferite vertiginose: Vic Chesnutt

Il melia azedarach è detto “albero dei rosari” o “dei paternostri” perché con le sue bacche essiccate un tempo fabbricavano le tipiche collane utilizzate nel rito cattolico per tenere il conto delle preghiere. Queste bacche, come le foglie lunghe e sottili, sono molto velenose.

Persino i fiori sono tossici, difatti gli insetti non ne sono attratti (l’impollinazione non è necessaria, essendo i suoi fiori ermafroditi). La pianta, originaria dell’India, si adatta alle più varie condizioni climatiche, tanto da venire ritenuta infestante. Reagisce male alle potature, tendendo a ricrescere in maniera rapida e disordinata. Per tutto ciò, malgrado l’oggettiva bellezza, non è molto utilizzata come pianta decorativa in parchi, giardini o nell’arredo urbano. In Inghilterra e negli USA è conosciuta come “chinaberry tree”.

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Le canzoni di Vic Chesnutt possiedono una natura vertiginosa. Sono ferite aperte e scoperte, vulnerabilità che offrono il petto ai colpi bassi del destino, squarci su una sofferenza impastata con cinismo obliquo, un romanticismo esausto e quel tipo di ironia che riposa sul fondo alcolico della saggezza. Vertigini ferite, o ferite vertiginose, le canzoni di Vic sono sempre state: ma dopo il suo suicidio è come se un ingrediente ulteriore le avesse rese infette, tossiche, corrosive. Confesso: non ho riascoltato molto i suoi dischi da quel terribile giorno di Natale del 2009. Li ascolto, certo, ma solo dopo avere superato una strana repulsione, un senso di timore indefinibile ma profondo.

È strano: con Elliott Smith e Mark Linkous, ad esempio, non mi accade. Forse perché nella musica di questi due grandissimi e mai troppo rimpianti cantautori, la disperazione, il vicolo cieco, il cane dagli occhi neri, la sagoma del male oscuro insomma rimane implicita, una filigrana sublimata spesso in meraviglia, presenza in attesa dietro le quinte – certo – però mentre sul palco vanno in scena chiaroscuri toccanti e incantesimi da togliere il fiato. Con Vic Chesnutt, invece, è diverso.

Dopo l’incidente che lo rese paraplegico nel 1983, l’alcolismo e la tossicodipendenza furono a lungo due suoi compagni di viaggio. Assieme ai tentativi di suicidio. Una delle canzoni contenute nell’ultimo, bellissimo album pubblicato in vita, At The Cut, si intitola Flirted With You All My Life. Purtroppo un titolo del genere non è rivolto a chissà quale amante, ma proprio alla morte, anzi al togliersi la vita. Ecco, per riuscire ad affrontarla devo prendere qualche respiro, fare reset, pensarci magari ancora un po’, poi casomai vediamo. È una canzone bellissima, ma ascoltarla significa avvertire nella voce di Vic la consapevolezza – lucida e spaventosa – di quello a cui prima o poi si sarebbe sottoposto: una squallida, spietata overdose di spasmolitici.

Dove Vic invece gioca con allusività più sottile, è pure peggio. Cioè, meglio: è terribile, ed è bellissimo. Chinaberry tree parla, sostanzialmente, di potatura, ma il giardinaggio è ovviamente un tema del tutto metaforico. Il canto ti prende per mano e ti porta dalla sua, abbattendo le difese, lungo le vene di una micidiale determinazione. “Blood slickening/Life ever-loosening grill”. E poi ancora: “Throwing myself at the cut/With a force heretofore unknown to me”. Il ritornello è un grido, uno spasmo lacerato: più che liberatorio, risolutivo. Sembra dire: eccomi, finalmente. Curioso come qui il timbro di Vic mi ricordi più che altrove quello di Robert Wyatt, altro formidabile e geniale paraplegico: un Wyatt però con un mostro cresciuto in mezzo al petto, anno dopo anno, giorno dopo giorno, fino a togliere l’aria e a soffocare il respiro.

In At The Cut come un po’ in tutte le canzoni di Vic Chesnutt sembra consumarsi ancora – ora – un po’ del suo suicidio. Sembra pulsare viva la sua vasta e devastata disperazione. Sembra di avvertire quel suo raggelante bisogno di fare ordine, di rimettere gli elementi al loro posto. “Neatest chinaberry tree/That has ever been”.

Sono canzoni quasi insostenibili. E meravigliose.