Ballare di architettura, scrivere di musica

Qualche anno fa mi interrogavo sulla crisi della recensione nell’ambito della crisi del supporto fisico e, di conseguenza, delle prassi promozionali. Lo facevo con sistematica mancanza di serietà nella mia rubrica Circolo Chiuso. Il pezzo che segue usciva nell’estate del 2013 sul mai troppo rimpianto Mucchio Selvaggio.

***


Non saremo mai abbastanza grati a Frank Zappa per averci fatto intuire l’imprevedibile prolificità del genio, pure se applicato a una disciplina da molti giudicata superficiale come il rock. Anche il vecchio zio Frank però ha qualcosa da farsi perdonare, tra cui la famigerata dichiarazione: “scrivere di musica è come ballare di architettura”. Che in realtà gli viene impropriamente attribuita (anche a Dylan e a Groucho Marx, se è per questo), essendo stata coniata casomai dal non troppo noto attore Martin Mull. Tuttavia, proprio per la proverbiale mancanza di riguardo e la sprezzante lucidità, Zappa rappresenta da sempre un testimonial perfetto per sbandierare questo assunto, divenuto presto lo slogan preferito di quanti ritengono che, insomma, la musica s’ascolta e le seghe mentali dei critici sono, appunto, seghe mentali.

La famigerata citazione compare un po’ ovunque – nelle “lettere al direttore”, nei forum, social network e blog d’ogni taglio e caratura… – con una regolarità da fare concorrenza al giramento di palle degli elettori PD. Ed è raro vedergli opposta una qualche argomentazione, anche perché il parallelismo è secco, ficcante, sedimentato. Al punto da farti sospettare che sia vero. Lo è? Sì, probabilmente.

Tuttavia, cari denigratori di recensioni a cottimo, non avete fatto i conti con l’eventualità che di architettura si possa effettivamente danzare. E alla grande. Ve lo dice uno che di danza sa pressoché nulla ma che tra figlia e nipotine ci sta dentro fino al collo. Tutù rosa confetto, punte e mezzepunte, mamme in apnea nel brodo di giuggiole, saggi di fine anno interminabili: cose così. Alla fine ho dovuto adeguarmi, mi sono documentato, qualcosa sto cominciando a capire. Forse persino ad apprezzare. Magari la danza non sarà una “forma di architettura” – è quello che sostiene un’autorità in materia come Frédéric Flamand – ma che non possa prescindere da relazioni e strutture spaziali organizzate lo capisce anche un emerito incompetente come il sottoscritto.

Per farla breve, chiedete al primo coreografo che passa d’inventare un balletto ispirato alla Sagrada Família o alla Sydney Opera House e vi risponderà: “non c’è problema”. Al confronto, ammettiamolo, scrivere di musica è una bazzecola. Detto questo, e posto che l’ascolto è senza alcun dubbio l’esperienza centrale, bastevole e già parecchio goduriosa di per sé, potreste benissimo fare a meno di leggere recensioni. Ma la verità è che non volete, non vogliamo.

Lasciamo stare la funzione propedeutica all’acquisto, che personalmente ho sempre ritenuto sovrastimata e oggi comunque depotenziata dalle nuove strategie promozionali. Per me la recensione entra davvero in scena ad ascolto avvenuto. Ovvero, t’immergi nell’acquario sonico in mezzo a bestioline più o meno colorate, fantasmagoriche, aspre, languide, fascinose, inquietanti eccetera. A questo punto sei nel bozzolo perfetto, baby. Te lo fai bastare? Sì, ma anche no. Perché sei vivo solo se stai in mezzo ad altri vivi. Ecco il motivo per cui esistono, tra le altre cose, le recensioni, questi cucchiaini di critica in una tazza di “secondo me”.

Cosa fanno? Chiamano per nome quelle bestiacce acquatiche, ti spiegano perché sono troppe o troppo poche, benvenute o inopportune, poi magari per darsi un tono tirano in ballo la temperatura dell’acqua, la sua limpidezza, la densità. Insomma, sono la cronaca e il commento del mondo parallelo di cui sei cittadino onorario. C’è della supponenza in questo? Sì, ma è solo per darsi lo slancio, per raggiungerti. E rastrellarti le convinzioni. Perciò ne hai bisogno, anche quando ti fanno ragionevolmente schifo.

Scrivere di musica è come ballare di architettura, dipingere di letteratura o scolpire di culinaria: accade perché si rompe il guscio e non resta che mettere il culo fuori. Altra frase celebre di Zappa: “nella lotta tra te e il mondo, stai dalla parte del mondo”. Oh, ecco.

3 commenti

  1. idee sparse qui, che in calce a qualche post non è possibile.
    – in “Vertigini ferite, ferite vertiginose: Vic Chesnutt”, scrivi: “le canzoni di Vic Chesnutt possiedono una natura vertiginosa”. non avrei saputo dirlo meglio. Schopenhauer afferma che “la musica è metafisica in suoni” e Vic Chesnutt chiude il cerchio con un *orlo* dall’abisso….
    – in “Tre opere, il caso, un grido: (…)” scrivi: “cazzo, è lo stesso messaggio, proprio lo stesso”. non so… i messaggi raramente sono uguali. ogni singolo cervello *ricrea* il messaggio che riceve decodificando ciò che “immagina” di avere visto/sentito/toccato, cioè riformula e reinterpreta ogni cosa nel momento stesso in cui la include nel suo network neuronale soggettivo. sì, ecco, sarei passato sopra a un “quasi lo stesso” ma “proprio lo stesso” no, dai!!!! il neuroscienziato che è in me (tipo il sorriso dentro i sofficini) inoltra formale protesta : ))) detto questo, Joker è al massimo un 6 e mezzo (per varie “americanate” e per l’impressione di “già visto, già sentito”… impossibile per chi ha una certa età non rimpiangere “Taxi Driver” che anche tu citavi. peraltro di Scorzese ho visto l’altro ieri “The Irishman” restandone colpito a morte nel senso che il fatto di toccare con mano quanto già “ieri” le speranze fossero ridotte al lumicino, ci aiuta a comprendere come ora, nel mondomercato liberista dominato dal capitalismo finanziario globalizzatore, siano del tutto spente. The End Of The F***ing World invece è un capolavoro da 8 pieno (la seconda serie perde qualcosa, diciamo 7,5). non mi ha comunicato un “senso di frattura, di liberazione” o il rifiuto di una “normalità fatta di convenzioni”. per contro mi ha straziato il cuore il nitore surreale fatto di pause, vuoti, monosillabi e incomunicabilità in una società di esseri umani *specificamente* formati per essere infelici, anaffettivi e disadattati. il divano muta in graticola, mi giro e mi rigiro in preda ad un dolore urente e mi trattengo a stento dal saltare nello schermo per strangolare tutti gli adulti (in primis i vari genitori) ed abbracciare James e Alyssa (pur sapendo che oramai non posso più salvarli in quanto a diciott’anni sei un “prodotto finito” pronto al consumo nonché ad essere consumato). sarà l’istinto paterno o che mezzo secolo è un peso troppo grande sulle spalle, ma cazzo, non mi sovviene nessun’altra opera cinematografica che m’abbia ferito tanto. Ranxerox non lo conosco, ma definirei profetica non una “adolescenza come target commerciale da aggredire innescando una adultizzazione incontrollabile”, bensì l’esatto contrario, ovvero una infantilizzazione diffusa della società (con annessi avvitamenti egoidi da cervello bambino). forse, non è tanto “la violenza” il pericolo sempre più “organico e strutturale”, ma l’incomunicabilità. non a caso, meno risorse intellettive e dialettiche possiede un essere umano, più spesso viene alle mani ed è *costretto* dalla frustrazione alla violenza. se ho rotto troppo le palle mi scuso, ma ormai un poco mi conosci e sai che scrivo cuore in mano (parlare invece parlo poco, sono un ascoltatore silenzioso, come James… : )))
    – “Ballare di architettura, scrivere di musica”, scrivi: “A questo punto sei nel bozzolo perfetto, baby. Te lo fai bastare?”. è il pensiero fondamentale, attorno al quale ruota non solo la stesura di una recensione, ma di qualunque opera artistica. da nano “socialista” cerco di non dimenticarlo mai e proprio per questo leggo e scrivo, per tentare disperatamente di condividere e comunicare qualcosa (foss’anche qualcosa di diverso da quello che le parole credevano di dire, tanto lo scambio di idee c’è sempre…). quindi con l’occasione ti comunico ciò che mi ha “commosso” nel 2019 (musicalmente parlando), sperando che ricambierai regalandomi altrettanti nomi : ))) ordunque, in primis gli Empath di “Active Listening: Night on Earth” (“Roses That Cry” è il mio brano del decennio), le scazzatissime Knife Wife di “Family Party” e la Stef Chura di “Midnight”, album meno spiazzante del precedente “Messes”, ma altrettanto bello.
    ps: in ambito di serie TV, tra quelle che ho visto (ma non necessariamente uscite) nell’ultimo anno mi sono piaciute molto “Big little lies” (S01-02), “Undone” (S01), “After life” (S01), “Imposters” (S01-02), “Quicksand” (S01), “River” (S01), “Sharp Objects” (S01), e “Mindhunter” (S01-02).

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  2. Knife Wife non le conosco, sto ascoltando adesso, niente male. Empath mi e piaciuto, anche se dopo un paio di passaggi ho ascoltato solo in maniera sporadica, il noise spalmato su un sostrato wave mi suona un pizzico artificioso. La Stef Chura invece non mi ha convinto.
    Sempre bello leggerti. Risponderti è una mezza impresa, tanta e la carne al fuoco 🙂
    Dico solo che “adultizzazione” e “infantilizzazione” alla fine tendono a essere la stessa cosa, nell’ambito di una formattazione dell’individuo come elemento di un processo trattabile algoritmicamente. Prevedibile. Manipolabile. Capace di “produrre ricchezza”.

    Che triste epoca. Che giorni formidabili.

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