I primi quattro versi di Bittersweet Me

I move across, innocence lost
All flashing pulsar
I move across the earth in my new pattern shirt
I pass satellites

Siamo tutti d’accordo, credo, che Bittersweet Me non sia la più bella canzone dei R.E.M.. A parte il fatto che è oggettivamente dura con un repertorio del genere, va detto che fatica a farsi luce anche nella tracklist dell’album in cui è contenuta, il bellissimo e controverso New Adventures In Hi-Fi, di cui pure rappresentò il secondo singolo estratto (il relativo video, intitolato Stanco e nudo, finge di essere il trailer di un film italiano, e vede tra i protagonisti Valeria Golino).

Tuttavia, mi capita spesso di pensare a Bittersweet Me. Spessissimo. Più precisamente: al modo in cui inizia. Ai suoi primi quattro versi.

In pochi secondi capisci che è una ballata di quelle scivolose, dove la situazione sembra rassicurante eppure sai, ti aspetti, che qualcosa stia per accadere. Un breve riff introduttivo, asprigno e volatile come un gas, due colpi di cassa, ed ecco quelle prime parole: I move across, innocence lost. Una coppia di proposizioni scollegate oppure – eppure – intimamente connesse. Quella virgola lì in mezzo come un frangiflutti o una rampa di accesso: mi muovo attraverso, innocenza perduta. Attraverso cosa? Barriere, convinzioni, confini e limiti morali, sentimentali? Tutto questo, o tutt’altro. Di certo vieni informato di un movimento che prevede l’infrazione, l’andare oltre. E poi, ma poi: innocenza perduta. È un indizio, pure abbastanza chiaro, che rafforza e integra tutte le sensazioni iniziali. Tuttavia, è uno di quei casi in cui l’elusione vale tanto quanto l’allusione. Il senso resta fuori dall’obiettivo. Il protagonista è dietro la macchina da presa.

Infatti, ecco il secondo verso: All flashing pulsar. Eh? Tutto un lampeggiare? Dove sei, ragazzo? Cosa stanno vedendo i tuoi occhi? Altro indizio, altre allusioni/elusioni: siamo in un luogo animato, frenetico, instabile, affascinante ma insidioso. Oppure sotto la cappa di un cielo nero e distante, tempestato di stelle che fanno ciao annichilendoti con angosciosi barlumi di eternità. In ogni caso, si tratta di un luogo reale e – ma anche – emotivo, riflesso dell’irrequitezza che pulsa tra cervello e cuore.

Il verso successivo è una vera e propria striscia narrativa: I move across the earth in my new pattern shirt. Si riaggancia al movimento, recupera l’ancoraggio con la terra, col mondo, con la realtà, che però rimane una dimensione estranea, ostile, a cui opporre la propria camicia sgargiante, il segno di un’individualità che tenta – con la forza assieme trascurabile e tenace di una camicia – di dire “io”.

Quarto verso: I pass satellites. Non credo di avere capito. O forse sì. Sorpasso i satelliti: dobbiamo forse alzare lo sguardo? Immaginarci un cielo nero – che sia notte lo abbiamo già intuito – solcato dalle traiettorie pigre di satelliti irraggiungibili, ma con cui ci illudiamo di competere, spingendo l’automobile a tavoletta lungo chissà quale highway? Oppure, ancora una volta, dobbiamo forse interpretare il tutto in senso metaforico, e figurarci quei satelliti come… I personaggi secondari, o antagonisti, o di passaggio, che in una vita qualsiasi non mancano mai?

Solo quattro versi e un ventaglio di possibilità, di situazioni, di sviluppi, di velocità e intensità praticamente illimitato. Parole di cui naturalmente conta anche il suono, la capacità di innescare assonanze, compressioni e slittamenti timbrici. Il suono, soprattutto: il dialogo ipnotico tra flashing e pulsar, il sibilo sospeso di across dopo quel move ventrale, l’alliterazione incantata e agrodolce di I pass satellites.

Cosa succederà? Cosa ci racconteranno le strofe successive? Sappiamo che è una canzone costruita attorno a un rapporto conflittuale, un sentimento in crisi, esausto, rancoroso, eppure tenace, vivo. Ma dopo i primi quattro versi della prima strofa potrebbe accadere di tutto, la breccia è aperta, i risvolti sono scivolosi, le conseguenze ramificate. La canzone sembra vibrare perché assieme all’elettricità delle corde e ai sussulti delle pelli l’atmosfera è satura del gas degli eventi, una miscela volatile ed esplosiva, invisibile e insidiosa.

Ripeto: non è la migliore canzone dei R.E.M. né una grandissima canzone in senso assoluto. Ma è un esempio perfetto di come il rock sappia dettare sintassi, metrica, contenuti e insomma il codice di un linguaggio proprio. Di un linguaggio potente.

Detta in un altro modo: alla domanda “ma tu, a cinquant’anni, perché ascolti ancora rock?”, una delle mille risposte possibili è “per i primi quattro versi di Bittersweet Me“.