Born To Run: un’autobiografia col freno tirato

Da tempo (un paio d’anni) volevo leggere l’autobiografia di Bruce Springsteen. Ma le recensioni alternavano entusiasmo e molte perplessità, quest’ultime oltretutto assai circostanziate, ragion per cui esitavo a comprarlo. Forse starei ancora esitando se non lo avessi trovato su una bancarella dell’usato a un prezzo oggettivamente irresistibile. E avrei comunque aspettato ad affrontare queste oltre cinquecento pagine se la carriera di Springsteen non avesse imboccato negli ultimi mesi una fase a mio avviso molto interessante.

Dopo il buon Western Stars – che ho recensito qui in maniera a dire il vero un po’ ironica – è stato annunciato infatti un film dallo stesso titolo diretto dal Boss in persona (all’esordio come regista), di cui è frattanto uscita la soundtrack (che ho parimenti recensito): mi è parso quindi che il libro componesse assieme al disco, al film e al fortunato spettacolo teatrale Springsteen On Broadway un vero e proprio cerchio multimediale, grazie al quale Springsteen può finalmente distillare il succo agrodolce della sua avanzata maturità artistica ed esistenziale.

La lettura ha irrobustito questa ipotesi, aggiungendo però aspetti e risvolti controversi. Springsteen ripercorre con molta generosità, con divertita franchezza e una disarmante mancanza di modestia (sia falsa che vera) tutta la propria vita, pescando dai cassetti più polverosi certi episodi che quasi imbarazzano per la totale gratuità, e che pure servono a dipingere quel quadro, come dire, post-dickensiano nel quale intende collocare l’origine del proprio hungry heart. Ovviamente il filo conduttore è il germoglio e la crescita della fiamma rockettara: la prima chitarra, le prime frustrazioni, la prima esibizione di fronte a un pugno di amici, le prime band, quindi i successi, gli insuccessi, la tenacia, il trionfo, eccetera.

Non manca nulla. Soprattutto e appunto non mancano gli amori e i disamori, le amicizie e gli scazzi, il rapporto conflittuale col padre e l’amore per la madre, le gioie coniugali e i fremiti della paternità, e via discorrendo. Particolarmente degno d’interesse è l’aspetto riguardante le difficoltà psicologiche e affettive di Springsteen, la sua tendenza a cadere in depressione (e perciò ad affidarsi a salvifici psicofarmaci). Tutto questo costituisce un affresco composito, ricco di contrasti, perciò appassionante. Ma c’è anche un fastidioso rumore di fondo – un accordo? – che si percepisce dalla prima all’ultima pagina e che rischia di rappresentare una vera e propria chiave di lettura, non solo del testo ma della fenomenologia springsteeniana tutta.

Lo Springsteen che scrive e ci/si racconta sembra infatti obbedire a un’esigenza prioritaria: dipingere un’immagine. Ovvero: la propria immagine. Scrive di sé rimanendo nel cono d’ombra del monumento che sa di essere e da cui non può prescindere. Anche quando riporta le sue debolezze, certi aneddoti patetici o ridicoli, i peccati di egoismo più o meno gravi, sembra farlo sotto dettatura. È come se dicesse: bene o male, io sono comunque il Boss, colui che tra milioni ce l’ha fatta.

Il personaggio insomma domina. È lo sfondo, l’esito finale, il catalogo di valori. E questi ultimi non possono che aderire del tutto o quasi a quelli del Paese di cui costituisce una voce fondamentale: ciò è particolarmente evidente – e abbastanza fastidioso – nel modo in cui ostenta un decisionismo autoritario che fa a pugni con etica ed estetica working class (mentre gli va riconosciuta una disinvoltura disarmante quando racconta dell’acquisto di ville, terreni, ranch eccetera), e ancor più nei passaggi in cui sembra non volersi assumere il senso pieno del proprio scrivere e agire, ad esempio di un pezzo come American Skin, nel quale denunciava il brutale assassinio di Amadou Diallo per mano della polizia di New York.

A momenti sembra addirittura che il Boss prenda le distanze da una canzone tanto forte e diretta, dispiacendosi che molti bravi patrioti abbiano frainteso il messaggio. In generale Springsteen ne esce insomma come una sorta di “engagée riluttante”, uno che ha parlato di gioie (poche) e dolori (tanti) della classe lavoratrice ma “solo” perché era il mondo in cui era nato e cresciuto, quello che aveva plasmato i suoi sogni e la loro limitatezza, lo scenario in cui si consumava l’esistenza turbolenta del padre. Chiaramente tutto questo era anche quello da cui fin da ragazzino Bruce voleva fuggire. In questa tensione tra appartenenza e fuga si è consumata negli anni una poetica potente e toccante. Così potente e toccante da rischiare spesso il travisamento, l’esagerazione, l’equivoco.

Se anche per Springsteen il privato è politico – certo che lo è, e non solo perché è lui stesso a pretenderlo – dalle pagine della sua autobiografia traspare che si tratta di un privato senza troppo interesse né coscienza dei risvolti politici. A conferma di ciò, in uno dei capitoli finali egli stesso ammette che con la maturità ha dovuto mettersi a studiare per rimediare a un’impreparazione profonda, il che ha coinciso – paradossalmente ma non troppo – con gli episodi più retorici della sua discografia (vedi Wrecking Ball e Magic), quasi fossero i parti impetuosi ma goffi di un parvenu dell’impegno: cosa che in effetti erano, almeno in parte.

Sia chiaro: nulla di male. Non sta scritto da nessuna parte che i dischi di Springsteen vadano interpretati e valutati in un’accezione politica. Mi pare inevitabile però che la lettura di Born To Run comporti una ricaduta nei confronti del giudizio sui primi magnifici affreschi della faccia scura dell’American Dream, dipinti intingendo il pennello in una struggente contro-epica ad altezza d’uomo (durata con alterne fortune fino a The Ghost Of Tom Joad compreso, a mio personalissimo avviso). Viene da pensare cioè che alla luce dell’approccio decisamente naif e delle mire di successo del loro autore, molta di quella consapevolezza che ritenevo alla base dei Darkness In The Edge Of Town o – massì – anche dello stesso Born To Run (il disco, ovviamente) vada ridimensionata, o comunque convertita in una pur meritevole e non comune sensibilità per certi aspetti della societa USA contemporanea spesso ignorati e perciò invisibili (come sostiene ad esempio Alessandro Portelli nel suo ottimo Badlands).

Ma potrebbe anche trattarsi di un problema di prospettiva. Probabilmente da un’opera(zione) così di un autore così non ci si poteva attendere nulla di diverso: a certi livelli il freno tirato è la norma, il ruolo invade necessariamente il campo dell’espressione, impone regole che prevedono limiti rigidi alla quantità d’anima che è possibile esporre. Vedi ad esempio come la genesi e la sostanza di un capolavoro come Nebraska vengano sostanzialmente ignorate, quasi fosse un disco defatigante tra gli altri: la sensazione è che Springsteen abbia preferito lasciare nell’ombra l’argomento perché scomodo, oscuro, “osceno” rispetto all’impianto della narrazione. Perché quelle canzoni, quel disco, l’ascolto stesso significano autonomamente, sono altro rispetto al racconto della loro elaborazione, e tale devono rimanere.

Si tratterebbe di un’impostazione accettabile, ma comunque limitativa rispetto a quello che un autore può dirci di sé. In questo senso, il contrasto con la recente lettura dell’autobiografia di Jeff Tweedy è netto e rivelatorio (nonché impietoso). E sì che non mancherebbero punti di contatto: anche Tweedy non risparmia particolari intimi, i primi tragicomici approcci con la musica da ascoltatore e da aspirante musicista, i problemi psicologici, il rapporto conflittuale col padre e coi colleghi, la benedizione dei figli eccetera. Eppure in lui il racconto sembra procedere con libertà verso il senso profondo del suo fare musica, senza percorsi obbligati, senza tenere conto di quello che il pubblico e una corte di amici/parenti/colleghi possano aspettarsi (pretendere) di leggere in un libro del genere. Vedi ad esempio la cruda disamina del contesto in cui nacque e venne realizzato A Ghost Is Born.

Terminata la lettura del libro di Tweedy, ho avuto la sensazione che la sua musica avesse guadagnato una sfaccettatura, persino una dimensione. Nel caso di Springsteen, mi duole ammetterlo, è accaduto il contrario. Non smetterò certo di amarlo per questo, né di essere felice per la piega che ha preso l’ultimissima parte della sua carriera. Però, lasciatemi dire: che peccato.

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