Frivolezze (quasi) dimenticate: XTC – Skylarking

Tra i dischi così grandi e ispirati che una volta dentro non ne esci più, e che pure sono così poco popolari, Skylarking degli XTC rappresenta uno degli esempi più clamorosi. Riascoltato per la milionesima volta, avverto sempre – oltre alla goduria auditiva – il solito retropensiero: perché non ha venduto miliardi di copie? Perché quei quattro o cinque singoli che se ne potrebbero estrarre non hanno monopolizzato per mesi tutti gli airplay radiofonici del mondo conosciuto?

Nei primissimi Duemila gli dedicai una puntata della mia rubrica sul Mucchio. Al solito, ho lasciato tutte le esagerazioni. Anzi, stavolta ho avuto la tentazione di aggiungerne qualcuna.

***

XTC – Skylarking (1986)

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Prologo: dopo pochi ascolti, ricordo che pensai: “ecco, qualora i Beatles fossero arrivati integri nel bel mezzo degli Ottanta, avrebbero fatto un disco così, proprio così”. Forse. Casomai. Chissà.

È il 1976, e siamo a Swindon, Inghilterra. Una teoria di folgorazioni (beat, psych, prog, new wave, punk) porta Andy Partridge (chitarra e voce), Colin Moulding (basso e voce), Terry Chambers (batteria) e Barry Andrews (tastiere) a fondare gli XTC. Tempo due anni ed escono lo scalpitante White Music e l’irrequieto GO2. Il meccanismo però sembra non ingranare, e Andrews abbandona. Lo rimpiazzerà il versatile chitarrista Dave Gregory: è la svolta, la quadratura del suono. Di lì a poco arriverà lo schizofrenico e strabiliante Drums And Wires (1979).

Gli XTC? Dei meravigliosi perdenti di talento. Fanno dischi strepitosi come The Black Sea (1980) o English Settlement (1982) e non raccolgono che briciole di gloria. Poi, quando le cose iniziano a girare per il meglio, ecco la fobia da palcoscenico di Partridge a rendere impossibili tournée e promozioni. Archiviato l’insolito – e formidabile – capitolo 25 O’Clock (1985) fatto uscire a nome The Dukes Of Stratosphear, arriviamo al 1986 quando – persa per strada la batteria di Chambers (che non sarà mai sostituito stabilmente) – decidono di affidarsi al “mago” Todd Rundgren per la realizzazione di Skylarking. Saggia decisione? Macché. Una tragedia. Una iattura. A sentire gli acidi commenti di Partridge, dietro a ogni traccia si cela un compromesso, in ogni suono il fantasma dell’intuizione originaria. La stessa tracklist pare sia dovuta passare per tali alterchi e divergenze da uscirne malconcia e mutilata. E c’è da crederci, così come c’è da credere che anche nel rock, a volte, possano accadere miracoli: ogni volta che metto questo disco nel lettore, infatti, nemmeno l’ombra di tanta tribolazione – anzi! – il meccanismo sembra magia, l’incanto si ripete soave, l’architettura pop frizza duttile e perfetta.

Summers Cauldron, ad esempio, sembra stata concepita, realizzata e posizionata in apertura di scaletta per adempiere a precise funzioni ambientali: l’impalpabile cicaleccio iniziale, immerso in quella crema elettronica che tutto abbraccia, esige come un’atmosfera densa e rallentata, pur tra le punture della chitarra cristallina e le carezze di quel coro meravigliosamente beachboysiano. Il trapasso in Grass avviene senza soluzione di continuità, ed è come tuffarsi in un prato di soffici percussioni, all’ombra tenera degli archi in fiore (carezzati da un venticello orientale), in una festa sensuale e avvolgente di colori, con la compagnia degli odori, umori e ormoni del caso. Appena più aggressivo è invece il piglio di The Meeting Place, che introduce uno strano bestiario di effetti laterale, ma siamo pur sempre in una terra di mezzo tra il McCartney più giocoso e il Brian Wilson più malinconico (o viceversa), trainati da un alternarsi felpato di piano e sintetizzatore che proclama Dave Gregory gran cerimoniere della situazione.

Il pop frizzante di That’s Really Super, Supergirl rischierebbe di passare inosservato se non fosse che – guarda un po’ – non ha un pezzo né un pezzettino fuori posto: chitarre e tastiere scivolano sui pensieri come guizzi d’argento o riflessi di sole, i vocalizzi di Mr. Partridge sono spigolature accorate mentre una prurigine di tastiere germoglia tra pennate pungenti e percussioni briose. Ballet For A Rainy Day è invece un frutto spurio dai tanti sapori, basso e piano sugli scudi, con quella dominanza swing aperta alle più struggenti escursioni melodiche e la benedizione di un bridge straordinario (una robetta che potresti costruirci una canzone intera, e pure bella). E proprio all’anomalia “estrema” della pop-song alta, con il pensiero e il cuore rivolto a Yesterday, guarda il tepore febbricitante di 1000 Umbrellas, pazzesco errebì per archi e voce, tanto sprezzante nei versi quanto lirico nel chorus: basta sentire come vibrano e lacrimano e sghignazzano e ammiccano quelle corde per convincerci che si tratta – sotto tutti gli aspetti – di un capolavoro.

Il cuore del disco è affidato a un trittico portentoso: Season Cycle (umorale, umoristica e swingata, con un backing vocals che estasierebbe i migliori CSN&Y), Earn Enough For Us (il riffarama più spesso e crepitante che anticipa in qualche modo la svolta dei R.E.M. di lì a poco) e l’esplosione lisergica di Big Day. Segue la new wave di ritorno di Another Satellite, che ridisegna le inquietanti traiettorie di Wire e Joy Division nell’ottica di una visionarietà cangiante e lieta (quello stillare di vibrafono, quel basso pigro, l’incresparsi rigoglioso del synth…). E poi c’è Marmaid Smiled, delirio caparbio e versicolore, gagliardo innesto tribal-jazz su vibrante fusto pop, incastro inesauribile di genio e misura, ottoni (finti), vibrafono (finto?), il basso (cazzutissimo) e una batteria in punta di bacchetta (non l’ho ancora detto, è Prairie Prince) attorno alla duttilità prodigiosa del canto.

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Rimaniamo nei paraggi di un certo jazz (quello irrequieto, levigato e fumoso caro a Joe Jackson) con la successiva The Man Who Sailed Around His Soul (legni in evidenza, percussioni insidiose, piano letterario, chitarra stellare), mentre Dying è una ballata sghemba che recita la sua amarezza inquieta senza rinunciare ai segni e ai timbri della magia (il caracollare fibroso della ritmica – come un meccanismo inceppato – e la vaporosa stratificazione del canto di Moulding). Chiude il disco il valzer incantato di Sacrificial Bonfire, ancora miele per timpani insoddisfatti, la tenera spirale delle corde, quella voce arresa alla malinconia, un vibrare caldo di pelli tese, il rosseggiare nostalgico degli archi sulle tracce invisibili di un cuore nudo: il nostro, finalmente.

Verrà quindi il tempo di Oranges And Lemon (1988), di Nonsuch (1992) e – dopo una lunga pausa – del recente Apple Venus (2000): poche notizie però sul fronte di successo, gloria, fama e copertine. È un piccolo mistero. Con un po’ di carisma in più – tanto per dire – i Blur hanno mietuto la storia. Con parecchio talento in meno, i Level 42 si sono assicurati la pensione. Il destino degli XTC, temo, sarà quello di essere costantemente riscoperti e spesso saccheggiati, ma sempre in silenzio.

2 commenti

  1. è tanto che non li riascolto. di “White Music” ho la *cassetta* originale comprata durante una vacanza studio in seconda liceo a Londra nel 1984-85 o giù di lì. li avevo scoperti con “English Settlement” l’anno prima e quello resta a mio sentire il loro album migliore, anche se sono ottimi album pure il già citato “White Music” e “Skylarking”. gli album che chiudono la saga sono a tratti addirittura imbarazzanti. eh, e come spesso capita quando mi imbatto in un siffatto “tracollo creativo” mi domando cosa accada nella testa di un artista, quale ingranaggio si rompa (sì, insomma cosa creava la magia e come può un artista smettere di essere se stesso… boh).

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