Il furto e la frattura: Led Zeppelin II

Che strano il tempo, che strana la memoria. Non ricordo se ho ascoltato per prima She Came In Through the Bathroom Window dei Beatles o What Is And What Should Never Be dei Led Zeppelin. A pensarci bene, ero ancora bambino quando mi capitò di ascoltare più volte la sigla di un programma televisivo per ragazzi¹  ed era proprio She Came In Through the Bathroom Window nella turgida versione di Joe Cocker. Quindi è probabile che sia stato il primo ascolto di What Is And What Should Never Be a farmi irrigidire sulla sedia, colto dalla tipica sensazione riassumibile nella formuletta: “questa l’ho già sentita”.

In effetti ancora oggi il primo verso delle rispettive strofe mi sembra la declinazione diversa di un’intuizione melodica piuttosto simile. Eppure è molto improbabile, per non dire impossibile tout-court, che si tratti di un plagio. Abbey Road e Led Zeppelin II furono incisi nello stesso periodo (tra la primavera e l’estate del 1969) e uscirono a poca distanza l’uno dall’altro (rispettivamente il 26 settembre e il 22 ottobre, sempre del ’69). Ovviamente la fama dei Led Zeppelin deve avere irrobustito questa mia sensazione strisciante fino a farne un mio personalissimo, aleatorio epppure robusto topos.
Della band di Plant, Page, Jones e Bonham è nota la tendenza a impadronirsi di idee altrui. Che soprattutto nel secondo album divenne, come dire, organica alla calligrafia espressiva.

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Se la conclusiva Bring It On Home tributava pegno – ci siamo capiti – a Willie Dixon senza preoccuparsi di avvisarlo (dopo una annosa causa, nel 2014 il bluesman venne finalmente accreditato quale autore unico del pezzo), sempre a Dixon andavano attribuiti molti meriti dell’esplosiva opening Whole Lotta Love. Qui però il discorso si complica a un livello leggendario: You Need Love, composta da Dixon ma resa celebre dall’interpretazione di Muddy Waters del 1963, venne sfacciatamente (!) riciclata dagli Small Faces per il loro singolo – del maggio 1966 – You Need Loving. Tre anni più tardi, Page e soci prendevano a modello la cupa lussuria di Dixon, l’estro adrenalinico di Waters e la baldanza selvaggia di Steve Marriott per sbucciare la polpa del blues e farne macinato hard rock iniettato d’acido avariato e ormoni primordiali.

Senza scomodare il celebre e abusato Picasso del genio che “ruba”, questo ladrocinio zeppeliniano mi pare tanto deprecabile nella sostanza (anche tenuto conto dei costumi ben più disinvolti dell’epoca) quanto fondamentale negli esiti. Male fecero a rubare, ma cazzo se fecero bene. E bene fece Dixon a far loro causa anche per Whole Lotta Love, di cui è giustamente accreditato oggi come co-autore. Significativamente però, Dixon non mosse foglia contro gli Small Faces: forse perché nel loro caso non c’era granché da spremere, né in termini di denaro né di fama.

In quel momento i Led Zeppelin erano la frattura necessaria e tutto Led Zeppelin II, a parte un filler clamoroso come Living Loving Maid (rock’n’roll a manetta ma scritto con la mano sinistra), è una bomba incendiaria fatta deflagrare con le cariche parzialmente inesplose (o non esplose abbastanza) in epoche precedenti. Vedi ad esempio il folk che si fa spoletta di blues a rapida incandescenza (hard) rock in Ramble On, più che una canzone il paradigma di quella fase di generale transizione delle forme, da cui il blues uscirà divorato e metabolizzato. E che dire di una Heartbreaker che stabilisce standard vertiginosi per i maniaci dei riff, a cui Moby Dick applica poi la digressione tribal/tradizionalista dell’assolo di batteria, che darà la stura ahinoi a tanti mostri di prolissità tecnicista.

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Sì, un po’ mi spiace la fama – sia quella cattiva che quella buona – dei Led Zeppelin, a parte la fama di ladruncoli anche quel loro essere identificati soprattutto come iniziatori di hard rock ed heavy metal: quest’ultimo aspetto è indubbiamente vero, però mi spiace perché tende a schiacciarli in un cliché che mette in ombra il resto. E c’è molto, moltissimo più in loro sia in ampiezza che in profondità.

Basti prendere la mostruosa padronanza delle dinamiche: The Lemon Song, che testimonia il passaggio dal melodramma umidissimo di Baby I’m Gonna Leave You – contenuto nel fosco crogiolo blues dell’esordio – allo spudorato verso “The way you squeeze my lemon“, costruisce il proprio teatrino tumultuoso sulle vertiginose escursioni vocali e chitarristiche, sulla dialettica tra “forte” e “piano” che hard e metal avrebbero spesso e volentieri dimenticato. Non certo a caso gli Zep erano capaci di risultare credibilissimi anche prodigandosi in un folk con tendenze pop dalla misurata malinconia come nel gioiello Thank You.

Tornando a What Is And What Should Never Be, il testo è il primo scritto da Plant, per il quale pare essersi ispirato alla tresca con Shirley Wilson, sorella della sua prima moglie. Inoltre, si tratta della prima incisione dei Led Zep in cui Page utilizza la cruciale Gibson Les Paul, vale a dire l’inizio, se non di tutto, di moltissimo. Dinamiche come montagne russe, sbattimento emotivo, vortice ormonale, schiacciasassi chitarristico, una strana, insidiosa delicatezza: un capolavoro. Le registrazioni di questo pezzo avvennero agli Olympic Studios di Londra, dove Hendrix incise i suoi primi tre album, dove i Beatles lavorarono alla celebre All You Need Is Love, dove qualche anno dopo i The Who avrebbero dato vita al capolavoro Who’s Next.

Da Barnes, dove si trovavano gli Olympic, ad Abbey Road fanno circa dieci miglia, un’ora di metropolitana. Mi piace immaginare – anche solo a un livello blando, in modo da crogiolarmi in un dubbio vago – che mezzo secolo fa, mentre nelle pance di due tra le sale d’incisione più importanti di ogni tempo nascevano album così grandi seppure diversi e diversamente epocali, a qualcuno sia venuto in mente di coprire la distanza. E dare una sbirciatina – chissà? – reciproca.

 

¹ si intitolava Avventura: ovviamente non me ne sarei mai ricordato senza il web, che tutto ricorda per noi

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