Voragine (o dei demo che furono)


Più salivo quelle scale, più l’odore di carta ammuffita, polvere, intonaco sbriciolato e ragnatele mi stordiva. Negli anni mi è capitato di sentirlo altre volte, un odore del genere. Non proprio lo stesso, ma terribilmente simile. In qualche vecchia biblioteca, ad esempio, o nella sede piuttosto derelitta di un’associazione culturale con tendenze più o meno antagoniste. Niente però che si avvicinasse a quell’intensità, proprio no.

In quel pomeriggio d’inverno – sono abbastanza certo che fosse inverno – sul finire degli anni Ottanta, mentre salivo le scale di un androne austero e abbastanza macilento, l’odore stabiliva una gravità solida, una specie di dimensione. Quando le scale finirono, mi trovai di fronte a una porta – se non ricordo male – giallastra, più bassa del normale. Da lì si entrava negli ex-studi di una radio libera che qualche mese prima aveva interrotto le trasmissioni. C’erano questi miei amici che utilizzavano quei locali angusti come sala d’incisione. Bussai e vennero subito ad aprirmi. Mi aspettavano.

All’interno, altre stratificazioni olfattive si aggiungevano all’odore precedente: vapori di surriscaldamento valvolare, birra coagulata, imbottiture marce, cicche schiacciate, cose così. Visivamente, il disordine si distribuiva con puntiglio nel poco spazio disponibile, tra i macchinari esausti, le riviste stropicciate, gli amplificatori polverosi e la cavetteria serpeggiante. Mi sentivo un po’ intruso ma anche intrigato, come se fossi piovuto nel bel mezzo di una cospirazione, nel cuore di una nicchia clandestina, in una confraternita esclusiva o meglio – per quanto ci trovassimo all’ultimo piano di un vecchio palazzo – underground.


I miei amici suonarono per una mezz’ora, poi parlammo di varie cose che dopo tutto questo tempo ho dimenticato. Ma i loro sguardi, no, quelli non li ho scordati: era lo sguardo di chi si aspetta qualcosa, conferme, meraviglia, dubbi, consigli, rivelazioni. Eccetera. Mi dettero una cassetta coi titoli scritti a penna. Un’altra cosa che ricordo è quella calligrafia: quasi illeggibile. Mi dissero: “non fare caso alla qualità”. A quel punto me ne andai, li lasciai alle loro prove, agitando la cassetta a mo’ di saluto mentre scendevo le scale. Gradino dopo gradino, sentivo l’aria che tornava a nutrire i polmoni, più sottile, anonima, normale.

Una volta a casa, misi la cassetta nello stereo. S’intitolava Demo, conteneva quattro pezzi, forse cinque. I suoni erano orribili, un impasto cavernoso di frequenze basse che divoravano gli alti sfrangiati, la voce a sgomitare inutilmente nel magma sfocato, la batteria che potevi solo indovinare in quella specie di tumulto abbagliato saltuariamente da spiattate granulose. Non capii nulla di quella cassetta, anche se m’innamorai della confusione disperata e misteriosa che l’abitava. Ovviamente, me ne innamorai.

Un paio di giorni dopo dissi ai miei amici che dovevano continuare così, crederci, suonare, suonare e ancora suonare. Non so se ascoltarono quel consiglio, fatto sta che dopo qualche mese la band non esisteva più. Non ne ricordo neppure il nome. Anche quegli studi improvvisati scomparvero dopo pochi mesi, svaniti nell’ambito di una ristrutturazione necessaria. Iniziavano gli anni Novanta.


Pochi giorni fa, mia figlia mi dice che sta per uscire una canzone di un certo Python. “Come i Monty?”, le faccio io. Lei non coglie il riferimento. E vabbè. In realtà il musicista in questione è un ragazzo, giovanissimo, amico di un suo amico. La base del pezzo è stata realizzata, appunto, dall’amico di mia figlia. Fa il DJ, suona la chitarra da anni e da qualche tempo realizza appunto “le basi”. Ma la canzone in questione rappresenta un salto di qualità perché si tratta di un’uscita ufficiale, con tanto di video su Youtube.

Mia figlia mi fa ascoltare la canzone in anteprima: è lontana anni luce dai miei gusti, dai miei riferimenti musicali, eppure non posso non apprezzarne la coerenza, l’efficacia, la – ebbene sì – professionalità. Ne sono favorevolmente sorpreso, e glielo dico. Quando esce il video, rimango basito: tutto il progetto è indipendente, il budget è bassissimo, eppure dal punto di vista del concept complessivo la distanza rispetto ai prodotti ad alto e altissimo budget mi sembra minima, quasi inesistente. La canzone possiede indubbie potenzialità radiofoniche, anche se questo non significa che otterrà i passaggi che merita: sono troppe le variabili in gioco. Tuttavia, il punto è che tra il DIY (Do It Yourself) dei diciottenni di un tempo e le autoproduzioni contemporanee si è allargata una voragine tecnologica e culturale spaventosa.

Mi sono fatto un po’ di domande. Quella cassetta inudibile di cui sopra significava forse per i ragazzi degli anni Ottanta quello che il videoclip ben confezionato di una canzone a pronta presa rappresenta oggi per un ragazzo nato negli anni Zero? Se così fosse, dovremmo rivedere i nostri parametri di confronto e giudizio, con particolare riferimento a quelli inerenti i motivi che spingevano i ragazzi ieri e spingono i ragazzi oggi a fare musica? Qual è la differenza tra le prospettive, gli ambiti e gli orizzonti in cui si muovevano/muovono i loro sogni, le loro ambizioni? E il senso di quel rock emergente che sapeva di essere condannato a nascere con stimmate antigraziose e (quindi) anticommerciali, antagoniste rispetto al famigerato senso comune, quanto sarebbe cambiato in termini di sostanza se avesse potuto contare su una forma più definita, rifinita, radiofonica? Infine, a proposito di forma, perché oggi dovrebbe avere le caratteristiche spigolose, selvatiche, caotiche del rock quando può raggiungere l’equilibrio cristallino del pop (o andarci assai vicino), ai cui pattern e standard ci si può allineare con pochissima spesa e qualche buona idea?

Infine: dicevate IL demo o LA demo? Tra le domande che mi sono fatto, questa è l’unica di cui non temo l’eventuale risposta.

5 commenti

  1. Dal lontano 1979 ho sempre detto il demo, un demo, i demo. Per me è un’abbreviazione di demo-tape, “nastro dimostrativo”… insomma, è l’aggettivo di “nastro” e quindi è maschietto. Immagino che quanti dicevano “la demo” – una minoranza, almeno in tempi storici – pensasse a “cassetta demo” e quindi lo coniugasse al femminile, ma per me era ed è un errore e continuo fieramente a dire “il demo”. Ho invece capitolato con “hit”, che per me era maschile in quanto equivalente di “successo”… ma tutti-tutti hanno preso a dire “la hit”, chissà perché.
    Le altre domande contemplano, come ben sai, una risposta orribile, sintetizzabile nella frase “il nostro mondo è morto”.

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  2. Hai citato la parola chiave: orizzonte. Quel magma caotico da cui provengo mi manda ancora un segnale sonico che sa di Dead Kennedys e Black Flag, sa di ‘qui e ora’, sa di ‘non pensavamo di poter arrivare fin qua’. Poi quelle 500 persone davanti a cui hai suonato segnano l’orizzonte. E non pensi ad altro. E’ stato bello. Ma non stai preparando alcuna carriera, non stai costruendo partnership per produrre e distribuire, non ti preoccupi di un booking. Magari mandi una demo (ah ah) a quel giornalista fico che ci ha fatto conoscere i The Jesus & Mary Chain, al massimo. E quello poi spende due (belle) parole per te e tu sei in un brodo di giuggiole (non di pillole, una volta tanto). Sei in un posto dove nessuno si prende cura di una generazione devastata dal malessere post-industriale, figurati se qualcuno nota tre psico-labili che sbattono sui loro strumenti piangendo, proprio come fa un altro trio di Minneapolis, che qui nessuno conosce. Sei in un flusso, come nel traffico di Roma, che a volte ti porta lui a destinazione. Mi pare che oggi il potenziamento della visibilità abbia allargato l’orizzonte tantissimo ma a me continua a fare l’effetto che fa la vista dei grattacieli a T.D. Lemon Novecento mentre scende la scaletta della nave.

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  3. Su molte recensioni che ho scritto nel recente passato ho spesso abusato del termine DIY, in fondo perché ne adoro l’etica. Conscio che la tecnologia ne ha modificato irreversibile alcune peculiarità, è difficile paragonare o trovare tratti in comune tra il DIY degli anni ’80 e quello contemporaneo. Più del “farselo da soli” o di ostentare una qualche forma di indipendenza, credo che il DIY sia una sfida prima di tutto a sé stessi, un superare i propri limiti, un esigere di più dalla propria musica. Se questo rimane intatto ancora oggi, allora c’è speranza…

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