Consapevolezza rock: The Pretty Things – S.F. Sorrow

Sono stato coinvolto da un paio di amici (Ivo e David) in un ciclo di serate dal doppio volto: uno fisico (ci ritroveremo nella sala sotterranea di Olivia Bistrot a Poggibonsi) e l’altro etereo (sarà trasmesso sulle frequenze di Radio 3 Network). Niente di solenne (a partire dal titolo: Vermut Underground), solo una chiacchierata di un’ora e mezza (facciamo due) a tema rock. Ci concentreremo su un periodo, una scena, quello che di volta in volta ci stuzzicherà l’immaginazione. Per iniziare, parleremo della fine dei favolosi Sixties, di quel senso di crisi, crepuscolo, oscurità dopo la tempesta perfetta di colori e utopie culminata nella cosiddetta Summer Of Love. Abbiamo programmato almeno due serate, la prima dedicata al versante Londinese (qui trovate il podcast), la seconda a quello USA.

prettythings

Nella prima serata ho deciso di parlare tra le altre cose di S. F. Sorrow dei Pretty Things, in un discorso più generale che riguarda la mutazione del concetto di “album”. Impossibile non citare in itinere il big bang beatlesiano del Sgt. Pepper, né i contemporanei esercizi di superamento del formato canzone di Small Faces, Moody Blues, Procol Harum, Kinks, The Who e via discorrendo. In particolare, S.F. Sorrow è un album fantastico firmato da una band che fino a pochi mesi prima sembrava una versione più rude e acida dei Rolling Stones (il chitarrista Dick Taylor del resto aveva fatto parte della versione embrionale della band di Jagger e Richards) e di colpo se ne uscì con quella che, con buona pace dei Nirvana (il gruppo proto-prog inglese, non la band di Kurt Cobain) e del loro The Story Of Simon Simopath (1967), va considerata la prima rock opera mai pubblicata.

Particolare non di poco conto: più il rock prendeva coscienza dei propri mezzi ed esondava nel formato album, più affondava la propria analisi nel cuore della crisi dei tempi, puntando l’indice contro il meccanismo che aveva condotto le prospettive Sixties (più o meno utopiche) in un vicolo cieco, dove finivano per incartarsi tra grigiore conformista e alienazione in un ampio disegno di sfruttamento mimetizzato da progresso.

Scrissi la seguente recensione di S.F. Sorrow nei primissimi anni Zero. Da allora ho maturato una prospettiva ben più ampia attorno a questo album, ma non smette di sembrarmi un capolavoro. Ragion per cui, anche se l’entusiasmo con cui lo descrissi un po’ mi imbarazza, lo trovo ancora oggi, come dire, adeguato.

***

The Pretty Things – S. F. Sorrow (1968)

sfsorrow

Prologo (fatalista): stupisce sempre un po’ quando la bellezza supera di gran lunga la fama. Ma – si sa – quando la nemesi decide di lavorare, lavora eccome: getta i fedifraghi nella polvere e riserva altari e onori a chi più merita. È per questo che oggi è sempre più frequente trovare S.F. Sorrow citato nelle classifiche dei dischi che più hanno cambiato e ispirato il rock degli ultimi – diciamo – trent’anni. Fuori tempo massimo?

I Pretty Things mossero i primi passi in un Inghilterra molto stoniana, ed è appunto a Jagger & soci che inizialmente si rifacevano, e senza mezzi termini. Poi la svolta psichedelica di Emotions (1967): aria più rarefatta e inaspettato accompagnamento orchestrale. L’incontro col produttore Norman Smith (vi dice niente The Piper At The Gates Of Dawn?) traccerà un solco definitivo, incidendo profondamente sulle sorti di S.F. Sorrow, la prima opera rock della storia.

Rock opera: mah! Da sempre nutro perplessità sulla materia, preferendo come cellula espressiva la canzone, pur nella sfida dei suoi scarsi minuti e della sua finitezza formale. Per questo l’idea di conoscere S.F.Sorrow non mi scaldava più di tanto, tenuto conto anche della sua poca fama rispetto ai vari The Wall, Quadrophenia, Tommy, chi più chi meno beneficiato dalla promozione teatral-cinematografica. Poi mi è venuta voglia di incontrarlo, questo semi-fantasma, di strapparlo all’oblio protettivo del suo buio: nel quale – va detto – si è conservato molto bene.

Beh, ragazzi, S.F. Sorrow Is Born parte con un paio di fendenti di chitarra da paura, che subito lasciano il proscenio alla pulsazione black del basso di Wally Allen, in un rhythm and blues incalzante e visionario dove trovano diritto di cittadinanza sitar, piano, fiati e la stralunata (pl)acidità del canto di Phil May. Ora sappiamo che Sebastian F. Sorrow è nato, figlio di proletari impiegati nella “fabbrica della miseria”, e la tristezza della sua infanzia è tutta nella disarmante cartolina di Bracelet Of Fingers, una marcetta destabilizzante a metà tra i sogni spostati di Lennon e gli incubi inafferrabili di Syd Barrett. L’incontro con il grande amore giovanile è il tema di She Says Good Morning, atmosfera Beatles (quelli di Rubber Soul, ancora nel guado tra ormoni e anfetamina) condita da uno sfrigolare sonoro multisfaccettato e da una ritmica incontenibile, con la chitarra di Dick Taylor a provare l’affilatura del rasoio.

Private Sorrow narra di crisi economica, di guerra e dell’arruolamento di Sebastian nell’esercito di Sua Maestà, quasi un contrappunto bucolico alla Masters Of War dylaniana, l’orrore del conflitto visto da occhi che non rinunciano alla speranza malgrado tutto, con un coretto ubriacante opposto alla marzialità svagata del verso. Finisce la guerra, e il nostro – vero e proprio eroe trasparente – si ritrova nell’America del Grande Sogno: l’immagine della mongolfiera in fiamme di Ballon Burning, in cui orribilmente muore la fidanzata di Sebastian, è un delirio beat che richiama alla mente tanto i The Who più psichedelici quanto la bruciante (!) ossessione bellico-mortuaria dei floyd watersiani, con il chorus tagliato in una fuga insolita (un po’ come certe attitudini filmiche degli ultimi Flaming Lips) e un assolo di chitarra ficcante ad attraversarne la bolgia ritmica. Segue la funerea Death, tesa tra il sitar civettuolo di John Povey e una macabra linea di basso, come una lenta processione in bilico tra deliquio e illuminazione, con la voce filtrata che sembra recitare da un enigmatico fuori campo.

L’avvento di Baron Saturday, il pusher-avvoltoio che elargisce fughe chimiche ai naufraghi dell’esistenza, è diabolico e repentino, con quella ritmica spezzata sul singulto del basso, venature black e una chitarra straziata ad accompagnare la più convincente prova vocale di May, tra il beffardo recitato del verso e la rauca profondità del chorus. Il folk-rock algido e inacidito di The Journey schiude a Sorrow l’inevitabile prospettiva del trip artificiale, del tuffo nello stupefacente liquido amniotico della successiva I See You, una memoria di blues attraversata da percussioni febbricitanti, uno scheletro ascendente di melodia resa più densa da inserti mostruosi, con il cantato ipnotico e un fortunale di chitarre che a tratti si sbilanciano pericolosamente sul crinale del noise.

Well Of Destiny è un riverbero d’organo lasciato oscillare sul buio, un’ipotesi di chitarra che si fa permanenza d’incubo nel momento stesso del risveglio, lasciando Sebastian solo con i cadaveri delle sue aspettative. È il fondo, Sorrow lo sa, capisce che non c’è niente e nessuno in cui confidare, e Trust ce lo racconta con obliquo disincanto, in quello che forse è il pezzo più bello dell’intero lotto, arroccato su una stupenda progressione di piano e su una melodia che è cristallo e velluto stropicciato: un po’ Kinks e un po’ Lucy In The Sky With Diamond (ma virata su uno straordinario e letale versante malinconico).

A questo punto c’è solo la vecchiaia tra Sebastian e le sue speranze, prospettiva inesorabile e agghiacciante come Old Man Goin, una specie di orgia tra Kiss e CSNY, con Povey stratosferico alle percussioni e un geniale lavoro di accumulazione progressiva del materiale sonoro. L’epilogo è affidato alla struggente Loneliest Person, un languido commiato folk che placa il furore e cala il sipario sulle ultime fuggiasche visioni disperse in una solitudine senza fondo. La versione rimasterizzata ci offre quattro pezzi tra outtakes e singoli, che soprattutto con Defecting Grey e Talking About The Good Times accentuano il tasso psych del disco iniettandolo di ulteriori dondolamenti visionari e riffate elettroacide.

In conclusione, un ascolto appagante, una parabola che attraversa esaltazione e caduta, sogno e sconfitta, la dicotomia insanabile tra speranza individuale e destino collettivo. Ma soprattutto una collezione di canzoni vibranti come schegge di vita, capaci di commuovere ed eccitare come se fossero state scritte oggi, anzi, dieci minuti fa, tranquillamente in grado perciò di contendere il vostro stereo a tutto il pop-rock più o meno acido che avete il buon vizio di ascoltare.

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