Dal vinile allo streaming (e oltre)

Mi preme precisare: ho nostalgia per i tempi del vinile, della cassetta, del CD. Il ricordo delle difficoltà per entrare in possesso di un disco, della scarsità di informazioni, del nugolo di sensazioni che provavo sfogliando la rivista cartacea appena comprata in edicola, del misto di frenesia ed eccitazione che mi attraversava quando finalmente passavano in radio il singolo in anteprima, tutto questo mi commuove. Ho 50 anni, di cui 36 passati ad appassionarmi di musica rock nelle sue varie declinazioni: come potrei non commuovermi?

Ricordo poi la voglia – una febbre – di ascoltare quei dischi che entusiasmavano i mei recensori di fiducia, i miei amici, una frenesia di appartenenza che solo dopo giorni – o addirittura settimane – potevo soddisfare, sempre che ci riuscissi. E poi quei meravigliosi pomeriggi passati nei negozi, a lasciare che l’intuito e il caso mi facessero incontrare la gemma nascosta, il disco di cui non sapevo ancora nulla ma che stava lì, in attesa di svoltarmi la giornata, la settimana, il mese, la vita (con Vivadixiesubmarinetransmissionplot degli Sparklehorse, ad esempio, andò così). Infine, soprattutto, ricordo il momento esatto in cui il suono accadeva, mi incapsulava nel suo esserci, scaraventandomi nell’abbraccio di quel suo “luogo” incommensurabile, cancellando il percorso facile o difficile che mi aveva condotto fino a lì, a finalmente possederlo…

Tutti questi ricordi, ripeto, mi procurano vere e proprie erezioni emotive. Preferivo quella modalità? Quella scarsità? Quelle difficoltà che obbligavano ad ascolti selezionati e, quindi, a fare della selezione un “lavoro” incessante che entrava a far parte dell’esperienza d’ascolto, ne costituivano la premessa, il condimento, parte della sostanza? Sì, cazzo. Sì. Lo preferivo.

Ma oggi questo è, quello non è più. E mi interessa quello che è, quello che accade. Mi interessa quello che potrebbe accadere e come cambierebbe in ragione di ciò il senso di ciò che amo fare. Utilizzo lo streaming, certo. Godo delle comodità dello streaming: disponibilità, portabilità, simultaneità, connessioni. Così come godo della possibilità di trovare in rete informazioni, riflessioni, approfondimenti, connessioni. Si tratta di due aspetti dello stesso fenomeno, ovviamente. Di cui voglio sperimentare tutto il bene possibile, e capire le conseguenze, la forma sempre più liquida dell’ascoltare e del sentire, la vastità molecolare e caotica delle informazioni, e riconoscere – se ci riesco – ciò che è o potrebbe essere male (la volatilità quasi astratta e spesso inconsistente degli ascolti, ad esempio, la banalizzazione indotta dalla musica “sempre e ovunque”, la fallacità e gratuità delle informazioni affidate a una comunità fisiologicamente dilettantesca…).

Continuo a provare un affetto profondo per i miei vinili e anche per i miei CD (le cassette ormai sono solo un ricordo, ahimé), ma credo che il passato non sia automaticamente una dimensione aurea, quel nido di sane e buone pratiche da cui ci stiamo allontanando. È tutto più complesso di così, e ramificato, intrecciato. Credo invece che il passato viva come un fantasma nel presente, e questo mi intriga molto. Limitarsi a rimpiangerlo significa distogliere lo sguardo (e magari consolarsi sniffando copertine di vinili ammuffite). I fantasmi fanno paura – soprattutto quelli in the machine – ma sono interessanti, sono linee di forza, ci dicono molto di noi, delle nostre ossessioni, delle necessità. Demonizzare lo streaming significa chiudersi in una cameretta assieme a fantasmi di altro tipo, quelli a cui siamo più affezionati. Se proprio vi piace, fate pure.

Penso però che raccontare quel passato, cercare di rendere corporei quei fantasmi, sia un’attività più sana, utile, progressiva. In quest’ottica, vedo lo streaming come un’enorme, sconfinata opportunità. Così come sono convinto che rappresenti un rischio, ovvero che l’ascoltatore, lasciato in balia dell’algoritmo, possa diventare l'”utente” di una proposta sempre più pianificata, formattata. È una partita che credo valga la pena giocare, anche perché la stiamo comunque giocando.

Il tempo, in ogni caso, tratta tutto allo stesso modo: polverizza. Oggetti e abitudini, persone e sentimenti. Spartiti, vinili, cassette, CD, mp3. Tutto verrà spazzato come polvere sotto il tappeto degli anni. Succederà anche allo streaming, certo. E, chissà, forse troveremo il modo di rimpiangerlo. Ecco, se c’è una lezione che ho imparato, è questa: non c’è limite a ciò che si può rimpiangere. Credo di averne imparata anche un’altra: fermarsi a rimpiangere è sempre un limite.

6 commenti

  1. Mannaggia, mannaggia, mannaggia… mi hai anticipato (lunedì ho pianificato la mia opinione in merito, che ha alcuni punti in comune con la tua). Io non sono uno scettico dello streaming (è pur sempre una grande opportunità di ascoltare e provare quella musica che ancora non si conosce), sono scettico sull’uso (o meglio il mancato sfruttamento di tutte le sue potenzialità) che se ne fa. Ovvio, ognuno intende la musica come vuole -mero intrattenimento, passione, orecchiabilità, catarsi-, devo farmene una ragione 😁

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  2. Un po’ di nostalgia rimane,spessone ho parlato anch’io nel mio blog. Almeno i miei vinili sono finiti in buone mani: cioè quelle di mio figlio, che ne fa buon uso. Spesso si andava a colpo sicuro, ma a volte si prendevano delle cantonate pazzesche!

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    • Ah, ma io sono nostalgico, non c’e nulla di male a esserlo. Ma tento di tenere a bada la nostalgia con la ragiinevolezza. Sulla liquefazione dei supporti la pensavo come te, poi ho cercato di allungare il punto di vista. Il supporto fisico è (stato) in un certo senso un evento tecnologico, un episodio. Anche i vinili al momento della loro comparsa subirono il rifiuto culturale da parte di chi concepiva la musica come evento dal vivo, al più da possedere in forma di spartito. Certo, sul vinile poi è stata plasmata una vera e propria forma espressiva (l’album) tuttora vigente, di cui si deve tenere conto ma in una prospettiva fluida, di cambiamento.
      Venendo al presente, mi pare che si sia consumato uno step tecnologico importante, forse perfino devastante per le vecchie prassi, che inevitabilmente porterà conseguenze sul piano delle pratiche espressive e di ascolto, come già a suo tempo accadde con l’audiocassetta, col CD, coi masterizzatori, con MP3 e col download.
      Quello che voglio dire col mio post è: voglio viverlo, questo presente. Tentare di comprenderlo. Col massimo della consapevolezza di cui sono capace.

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      • Capisco quella che esprimi ed ognuno decide di ascoltare e vivere come preferisce.

        Dal mio angolo preferisco il vinile o il cd perché nel mio soggiorno riesco ad ascoltare bene: “metto su” il disco e parte e parto.
        Alla fine per me va bene così : il mio angolo mi è comodo anche praticamente, se dovessi collegare qualche altro dispositivo dovrei vincere una ritrosia e una forma di pigrezza: collega il cavo, apri l’applicazione, cerca il brano o il disco… insomma non mi sentirei bene. I miei figli lo fanno con facilità invece e a loro va bene così, come a me.
        Alla fine: libertà.

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