Non tirarsi indietro mai: Cesare Basile

L’aria era fredda il giusto. Arrivai al locale un po’ presto con l’idea di bere qualcosa – possibilmente un rum – e fare due chiacchiere prima del concerto. Tanto qualcuno che non vedo da un pezzo, col quale ho settimane o mesi di chiacchiere in arretrato, lo incontro sempre (colpa mia che non esco mai). Ah, adesso posso confessarlo: di rum ne avevo bevuto già un bicchierino a casa. Forse due. Faceva freddo.

Fuori dal locale, come previsto, trovai qualcuno. Cesare Basile stava seduto di fianco all’entrata, con in mano un bicchiere – se non ricordo male – di vino. Era da solo. Osservava la piazza semivuota e – tenuto conto che si tratta di una piazza bella ma non abbastanza da rapirti lo sguardo per più di un paio di minuti – credo che stesse semplicemente pensando. Entrai nel locale, mi feci versare il mio rum e tornai fuori. Mi presentai a Cesare e iniziammo a parlare. Lui si ricordava delle mie recensioni, io insistevo sul suo nuovo disco che mi sembrava un fottuto capolavoro, ma presto smettemmo di parlare di musica. Parlammo di altro. Non proprio di politica (certo, sì, un po’), casomai di quel meccanismo difettoso, zoppicante, spesso maligno, quasi sempre beffardo e immancabilmente spietato nei momenti salienti, che viene generalmente chiamato Società.

Andammo avanti una mezz’ora, poi l’inizio del concerto iniziò a incombere. Cesare doveva prepararsi (anche se non sembrava preoccuparsene granché), quindi tagliammo corto. Gli feci notare che da un dialogo tra un musicista e uno scribacchino musicale ci si aspettano molte chiacchiere su dischi, colleghi musicisti, scene, stili, ancora dischi, eccetera, invece in mezz’ora avevamo parlato di musica per non più di tre minuti. Lui rispose – con quello sguardo che sembra tenderti un agguato lento – che dovrebbe essere sempre così, che la musica, il rock, dovrebbe contenere tutto, riguardare tutto, non tirarsi indietro mai.

Non ricordo se disse proprio queste parole, ma il senso – se il rum mi consentì di coglierlo con sufficiente chiarezza – era quello.

Il concerto al Bottega Roots di Colle val d’Elsa fu tanto asciutto quanto intenso. Cesare Basile, seduto sul piccolo palco in compagnia di una chitarra acustica, declinò la dimensione del suo blues: crudo e misterioso, popolare e arcaico, compassionevole e feroce. Potrei dire che mi piacque, ma l’espressione giusta è un’altra: mi stese. E il rum non c’entrava niente.

Oggi è uscito un suo nuovo disco, l’undicesimo. Si intitola Cummeddia, che in siciliano significa “cometa” o “aquilone”. Come ogni suo nuovo lavoro, fa pensare che abbia spostato in avanti di un’altra tacca il livello di bellezza e intensità di scrittura, arrangiamento, interpretazione. Come ogni suo nuovo album, mi viene da pensare che sia il suo capolavoro. L’ho recensito per Sentireascoltare.

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