Una magnificenza scriteriata: Dog Man Star

Per un cinquantenne come il sottoscritto, i dischi che superano il quarto di secolo suonano come lettere spedite da mezza vita fa: la consistenza, la vastità, l’intrigo e la distanza tra ciò che ero e quello che sono, tutto ciò si rivela di colpo nella sostanza del riascolto. Si tratta, vi assicuro, di sensazioni tanto belle quanto stranianti. Il difficile è giudicarle con la dovuta lucidità, col distacco che si conviene. Di fronte al logorio dell’entusiasmo, ad esempio, rimango sempre mortificato: perché certi dischi che all’epoca mi procuravano orgasmi neuronali multipli e devastanti sbattimenti di cuore, oggi mi scorrono freddini tra le orecchie? È accaduto qualcosa a loro o a me? Prendi ad esempio Dog Man Star dei Suede.

Già, questo disco in particolare, messo nella prospettiva di quello che lo ha preceduto e seguito (soprattutto di quanto ho scoperto poi riguardo i precedenti, le derivazioni, i contesti), alle me orecchie ha smarrito gran parte della formidabile simbiosi tra suggestione e immediatezza che me lo fece così tanto amare (e ascoltare un numero scandalosamente eccessivo di volte). Continuo tuttavia a considerarlo un disco cruciale per quel periodo, vero e proprio paradigma di molti sviluppi successivi.

Qualche anno più tardi, già smaltito l’entusiasmo per Dog Man Star, decidevo di farci i conti, dedicandogli una “recensione postuma” per il Mucchio che riporto qui sotto.

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Suede – Dog Man Star (1994)

Un disco eccessivo. Esattamente quel che voleva e forse doveva essere. Già due anni prima l’omonimo, screanzato e scintillante debutto dei Suede osò sfidare l’egemonia rockista degli incazzoni grunge. Fu in quell’occasione – così almeno recita la vulgata – che rinacque il fenomeno del britpop. Ma con l’opera seconda – e veniamo così a Dog Man Star – più che ergersi a capofila di qualsivoglia scena o movimento, Anderson e soci fecero del tutto, in tutto e per tutto la propria cosa. Con scriteriata magnificenza. E non senza pagarne il prezzo: il chitarrista Bernard Butler, tra i principali responsabili del sound, abbandonò il cantiere a metà dell’opera per “divergenze artistiche”.
Da lì in avanti sarà tutta una fastosa implosione nell’ambiguo teatrino dell’androgino frontman. Un’apoteosi della posa, perché tutto è posa, anche l’anima. Anche la prostrazione dell’anima. Che, cogliendo i frutti della semina Smiths e Stone Roses, risalendo le radici del glam e le ramificazioni psych/prog fino ai prodromi Bowie e Genesis, s’incarnerà in dodici tracce ora sospese e malinconiche, ora fosche e visionarie, ora guizzanti e liberatorie. Sistematicamente antibanali in virtù di arrangiamenti spinti al limite (e oltre: vi basti quel che accade in Still Life, con citazioni del Bolero di Ravel, o nella crepuscolarissima The Asphalt World).
È un disco insomma che persegue le proprie estreme conseguenze art-pop, esaurendo così ogni possibile seguito. In ragione di ciò, tutto quello che poi hanno fatto, fanno e faranno gli Suede (compresa la parentesi Tears), non può che somigliare a un rimbombo calligrafico. O a un diversivo. Con occasionali ma non casuali apici di splendore.

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