Awakening Songs #20: Thom Yorke – Dawn Chorus

Non capisco nulla di strategie commerciali, ma l’uscita di Anima – terzo album solista per Thom Yorke – mi è sembrata fin da subito incongrua. O, se preferite, affrettata. Certo, ha poco senso parlare di strategie commerciali oggi che il venduto dei supporti è argomento perlopiù simbolico e assai nostalgico. Tuttavia, all’epoca – fine giugno – Yorke aveva già annunciato le date di un tour intitolato tra l’altro come l’album precedente (Tomorrow’s Modern Boxes), oltretutto proveniva dai recenti fasti della soundtrack di Suspiria (uscita a fine ottobre 2018), ed ecco che all’improvviso – modalità ormai standard nel suo caso – viene annunciato Anima.

anima

A parte questa (apparente) intempestività, c’era la questione climatica. Il giorno dell’uscita (27 giugno) l’estate toccava il proprio torrido zenit dopo una fase caldissima a cui ne sarebbe seguita un’altra incandescente. Ricordo – come potrei dimenticare? – che consumai i primi famelici ascolti di Anima a Firenze, città canicolare per eccellenza, passeggiando inebetito tra i palazzi/termosifoni e con un bagliore accanito che scompaginava i contorni. Sudavo, sudavo sopra il sudore precedente, componevo sulla mia pelle stratificazioni successive di sudore, e intanto pensavo: cosa ci fa questo disco, oggi, qui, tra le mie orecchie?

Fin da ragazzino ho sviluppato un rapporto metereopatico con i dischi. Sono convinto cioè che esistano dischi estivi, primaverili, invernali e – certo – autunnali. Non saprei spiegare razionalmente i criteri di questa catalogazione, in ogni caso non ho certo intenzione di farlo ora. Fatto sta che Anima fin da subito mi è sembrato un disco autunnale. Per i temi e i suoni, per quell’immagine di copertina che rimanda al cadere, fall in inglese, che significa anche – guarda un po’ – autunno. Dell’autunno mi pare che Anima raffiguri il senso di ritorno alle consuetudini, allo loro spietata calendarizzazione di gesti, impegni, pensieri, processi emotivi. Logoramenti. Erosioni.

Back up the cul-de-sac
Come on, do your worst

thom

E quindi, da buon metereopatico, da qualche giorno sto riascoltando Anima con una certa frequenza. Mi capita soprattutto al mattino presto, prestissimo, durante le mie mezze insonnie. Quando in teoria dovrei avvertire il bisogno di ascolti rilassanti: in teoria, appunto. Invece, nella realtà, mi trovo assai meglio con canzoni che si accordano in qualche modo con ciò che avverto nel momento particolare e in generale. Accade così che finisco per mandare in repeat una, due, più volte una canzone: Dawn Chorus, il cuore di Anima.

Please let me know
When you’ve had enough
Of the white light
Of the dawn chorus

Dei dischi solisti di Yorke mi colpisce, tra le altre cose, il senso di DIY ingegneristico, quella voluta, ostentata economia sonica che pure non rinuncia all’ambizione di inquietarti, di abbacinarti. Anima è il disco che potrebbe confezionare un ragazzino con sufficiente padronanza dei (o, se preferite, ossessionato dai) software e un groviglio da cinquantenne nel petto (che non gli auguro). Sto estremizzando, ovvio, ma quel che intendo è che non si può parlare di avanguardia per un disco così, che al più rimette in circolo memorie kraut wave, minimalismo, suggestioni Pink Floyd e tramestii Warp. In Anima – come nei dischi precedenti – Yorke mette a frutto un riuso accurato e accorato di materiali con l’obiettivo di allestire scenografie nelle quali ambientare riflessioni e palpitazioni, il guizzo di pesci strani pescati dall’acquario degli incubi. E di tutto questo Dawn Chorus rappresenta, in un certo senso, il centro immobile, il cuore.

I think I missed something
But I’m not sure what

Un talkin’ monocorde che sa di disarmo, di resa esistenziale, che pure aleggia (galleggia) su un tepore pulsante, vibrazione cromatica da cui sboccia la melodia fragile, volatile¹. Yorke – o il personaggio à la Buster Keaton del cortometraggio diretto da Paul Thomas Anderson uscito assieme al disco – sta facendo i conti con una rêverie, il sogno a occhi aperti in cui confluiscono le scorie, i rimpianti, i filamenti stopposi e adesivi delle mortificazioni, assieme a ciò che resta della tenacia, di quel sentimento sempre meno definibile che continueremo a chiamare convenzionalmente speranza.

You take a little piece
Then you break it off
It’s a bloody racket
It’s the dawn chorus

Thom_Yorke_2016Qualcuno ha definito questa canzone come una risposta a Videotape, il pezzo che chiudeva (magnificamente ) In Rainbows: Yorke ha prontamente smentito. Simile è in effetti il tono, il senso di messaggio rivolto a qualcuno che ascolterà in differita (con un ritardo indefinito, comunque vertiginoso). Ma Yorke non sta depistando, tutto sommmato mi pare che con Videotape non c’entri granché: lì il tema dell’esistenza come memoria spinto fino a sostituire l’esistenza con la memoria, qui la sensazione strisciante di una trama che diventa il reticolo di motivi a cui finisci per consegnarti, il meccanismo profondo che non distingui più da ciò che senti di (voler) essere.

Please let me know
When you’ve had enough

L’ipotetica similitudine mi ha fatto comunque tornare in mente una cosa: in una delle prime cose che ho scritto sui Radiohead, molti anni fa, sostenevo che la loro musica girava attorno a un tema fondamentale: la persistenza dell’elemento umano nell’epoca del post-umano. Ecco. Mentre ascolto e riascolto questo pezzo, in un mezzo risveglio da cui cerco di tenere fuori l’apprensione (per cosa, non saprei bene), mi girano in testa parole come “residuo”, “persistenza”, “umano”. E quell’altro elemento di cui non so più la consistenza, la convenienza, il valore: che continueremo a chiamare – se vuoi – speranza.

It’s the last chance
O.K. Corral
If you could do it all again
This time with style

 

Qui le altre Awakening Songs

***

¹ con “dawn chorus” Yorke si riferirebbe al cinguettio mattutino degli uccellini: ogni possibile allusione al cinguettare social è, presumo, voluta   

6 commenti

  1. Io ho avuto sentire di una sorta di abbozzo testamentario emotivo più che musicale. Un po’ un “scavo a fondo in me stesso prima che sia troppo tardi. Un po’ mi inquieta e mi sbanda ma del resto non sarebbe Thom 🙂. Buona settimana Stefano.

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