Mai abbastanza: Fred Neil – Other Side Of This Life

Nel settembre del 1999, venti anni fa, Mark Lanegan pubblicò I’ll Take Care Of You, suo quarto album da solista. La svolta rispetto ai tre lavori precedenti fu sconcertante: l’ex-Screaming Trees allestì una scaletta di sole cover dedicata a traditional e songwriters, una scelta che traslava la sua ormai proverbiale cupezza su territori più quieti e a tratti persino eleganti, anche se non meno ombrosi. Tra gli autori selezionati, uno di quelli che Lanegan sembra eleggere a luce guida – assieme ad altri come Jeffrey Lee Pierce e Tim Hardin – è il grande e mai abbastanza ricordato Fred Neil.

In tempi di streaming, di catalogo musicale oramai sconfinato disponibile sempre e ovunque a una tariffa irrisoria (la quota mensile equivale più o meno al prezzo di un CD economico), credo sia ancora più importante ricordare il valore di musicisti che rischiano di finire ancora più ai margini, schiacciati dalla prevalenza esponenziale di ciò che è accattivante, popular, immediato. Un problema che riguarda anche autori celeberrimi il cui repertorio subisce una sempre più drastica discriminazione: ascoltatissimi i pezzi noti, a rischio di abbandono quelli più coraggiosi, quegli azzardi che – riusciti o meno – sono comunque organici al percorso espressivo, ne completano il senso, la bellezza (vedi il caso di Lucio Battisti). 

Tornando a Fred Neil, penso che sia stato un songwriter eccezionale nonché un ottimo interprete. Tra i suoi lavori, amo in particolare Other Side Of This Life, che nel 2003 fu il protagonista di una puntata di Loser, la mia rubrica sul Mucchio dedicata ai dischi dimenticati o sottostimati. Da quella pagina ricavai poi una recensione “normalizzata” per Sentireascoltare, ma la versione originale raccontava altro, il senso di quel momento – i primi anni Duemila – in bilico tra CD masterizzati e download, con lo streaming all’orizzonte ma ancora ipotesi piuttosto remota. Ripropongo il pezzo qui con un auspicio: che al lettore possa venire voglia di riascoltare questo disco meraviglioso, magari attraverso il proprio music provider. Forse è ingenuo crederlo, però mi sembrerebbe un modo mettere l’algoritmo in fuorigioco. Una deviazione dai percorsi tracciati, per iniziare a tracciare il proprio.

***

Fred Neil – Other Side Of This Life (1971)

 

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Partite doppie

Capita spesso di affrontare lo spinoso tema del caro-cd. Capita su questa e altre riviste, capita su forum e newsgroup¹ con sempre più stretta ciclicità. Ogni volta è un rivolare di cifre, un decifrare tariffe, uno snocciolare passaggi di mano, un paragonare i che e i come dell’oggi rispetto a quando andava peggio però si stava meglio, venti, trenta, quaranta anni fa. Tutto ciò mi ha convinto che: 1) forse c’è qualcosa che non torna; 2) probabilmente c’è qualcosa che non torna; 3) in effetti, c’è qualcosa che non torna. In ogni caso, continuo a comprare dischi in spregio e sfida ad ogni umana ragionevolezza, mancandomi sempre di più il conforto del conto corrente e – quel che è più grave – il tempo per ascoltarli come si conviene. Quale il motivo, la spinta, la scaturigine di tale assurda, malsana, masochistica propensione? Parlo per me, naturalmente, ma son convinto che in molti – o diletti lettori – vi riconoscerete colpiti dalla stessa virulenta mania. In virtù della quale, val bene sottolinearlo, le grandi sorelle dispensatrici continuano fiduciose a contare sulla nostra pelle per le loro sempre più risicate partite doppie.

Impatti

Fatto è che ad ogni acquisto – quasi sempre preceduto da una costruzione d’aspettative e riferimenti, centellinando i termini delle recensioni, soppesando similitudini e pedigree – spero di imbattermi in qualcosa che schiaffeggi il tempo, carezzi i pensieri, suggerendo possibile nuovi angoli d’impatto con la vita. È sicuramente il caso di Other Side Of This Life, disco raffazzonato alla meglio dalla Capitol per ovviare alla volontaria (e definitiva) eclisse di Fred Neil, album di ritagli e frattaglie però graffiante e poetico, scorbutico e toccante, in una parola: bellissimo. Eppure pressoché sconosciuto ai più. Colpa, certo, della cifra artistica di Fred, della sua ritrosia genetica, della voce troppo piena di tenebre, virile e profonda, per nulla consolatoria. Una voce-oceano, una voce-tronco, una voce-tempio in cui celebrare il proprio fosco amore di vita: perché quando si scrivono canzoni così, si deve amarla per forza, la vita.

Nebbie

La letale combinazione di alto prezzo e difficile reperibilità ha ostacolato fino ad oggi la diffusione di questa disistimata mirabilia, reperibile in goduriosa confezione doppia (The Many Sides Of…) assieme all’omonimo capolavoro Fred Neil. Sottolineato come queste – oh, sventura! Oh, catastrofe! – siano circostanze che incoraggiano masterizzazioni e download selvaggi, e che forse non a caso da qualche tempo questi dischetti beccheggiano tra gli scaffali con la bandierina dello special price, voglio scriverlo forte e chiaro: non rimpiango un solo decimo – che dico? – un solo centesimo di quanto speso per farli miei. Anche considerando unicamente Other Side, stiamo parlando di oro e ambrosia, fiele e veleno, crudo alito d’anima, la nebbia perfetta in cui scomparire. Una nebbiolina madreperla, gentile e appiccicosa, come quella di Ba-De-Da: due voci (l’altra è del vecchio compare Vince Martin assieme al quale nel ’64 aveva esordito realizzando l’ottimo Tear Down The Walls) che tirano in piedi una malinconia tropicale, dolciastra, sfrangiata ai bordi da un irrequieto razzolare di corde. Sì, vi siete ricordati bene, di questo pezzo ne ha fatta egregia versione Mark Lanegan in I’ll Take Care Of You. Occorre aggiungere altro?

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Margini (scuri)

Delle undici tracce in programma, le prime sei furono registrate durante un live acustico all’Elephant, nei pressi di Woodstock, con l’accompagnamento del solo Monte Dunn (già chitarrista per Tim Hardin). La qual cosa non toglie un grammo alla definizione, alla potenza, allo splendore dei pezzi. Perché Fred era di quelli che sapeva suonare e – oh sì – cantare con la naturalezza di un animale sonoro. Prendete, tanto per dire, Roll On Rosie, dove le due chitarre sono un ritmo ruvido e un volteggiare argentino, dove il caracollante incedere del canto palpeggia il ventre di un cielo basso, il blues è una strada inghiottita dal buio, il cuore un rifugio miracolosamente leggero, pervaso d’ironia, con il bicchiere sempre mezzo pieno (di cosa?). Il bello è che non fai in tempo a riprenderti e ti investe The Dolphins: d’accordo, l’interpretazione licenziata da Tim Buckley nel Dream Letter è uno dei luoghi assoluti della mia meraviglia, ma quella di Neil (che d’altronde ne è l’autore) mastica il margine scuro della penombra, smeriglia una solennità cupa, stende consonanti strappate ad un sogno nero, si lascia indovinare fragile come una speranza sul punto di arrendersi.

Realismo

Altrove l’aria è più classica: vedi il caso Sweet Cocaine, blues dal passo sornione e il piglio pungente, il cui sarcasmo nero vibra cinico e amaro come certi quadretti loureediani. E cosa dire della successiva Everybody’s Talking, il pezzo per eccellenza di Fred cui spettò il successo planetario nella ben più potabile interpretazione di Harry Nillsson (aggrappata alla colonna sonora di Un Uomo Da Marciapiede)? Trovate qui una versione dimessa, tremolante (Dunn s’inventa calligrafie ora ombrose e ora cristalline), le terse volute della melodia – sorta di stornello bluesato – che declinano verso uno spengersi mesto, ingoiate da uno spleen ostile alla spensieratezza, in un esercizio di realismo che schianta a terra ogni sussiego. Discorso assai simile a quello che si delinea nella classica Ya Don’t Miss Your Water, reperto di studio con Gram Parsons (non so se mi spiego) ospite al piano e al backing vocals: se confrontato con la visionaria lettura dei Byrds, il pezzo ne esce come dissanguato, disossato, indolenza pura e agghiacciante (il cuore che inciampa sull’incresparsi della voce di Neil, mentre l’ex Burrito Brothers spande volute ectoplasmatiche da mozzare il respiro).        

Cortine (di fumo)

Anche così, basta e avanza. Cioè, no, permettetemi un ultimo appunto riguardo a quella Come Back Baby che si lascia trascinare blandamente dal piano jazzy di Les McCann: abbiamo finora parlato di una voce rappresa, austera, aggrappata alla propria radice scura, ebbene qui ne scorgiamo le venature più vivide, il gusto per la dinamica viscerale, quel salire potente che slitta improvviso in dense sfumature, quel concludere frasi su improvvise espettorazioni, come vocalizzi di sollievo, come emozioni che hanno trovato la strada. Segnali di fumo, cortina su cui proiettare il vostro lungometraggio preferito. Ovvero voi stessi, all’improvviso.  

 

 

¹ eh, sì: quando scrissi queste righe i social ancora non esistevano. “The Facebook” nacque nel febbraio del 2004.

3 commenti

  1. Sullo streaming mi hai ispirato un post (secondo me la tariffa non è proprio irrisoria in rapporto alla qualità ed attenzione dell’ascolto): è il prezzo della portabilità… Quello che mi spaventa di più è l’immaterialità del supporto, ci ragiono su, magari scrivo qualcosa.
    Parentesi: sottovalutatissimo (forse anche da parte mia) I’ll take care of you.
    Idem per Fred Neil…

    Piace a 1 persona

    • Paragonato a quanto spendevo negli 80s per vinili e cassette, e soprattutto nei 90s per i CD, i circa 10 euro al mese (coi quali metto a posto anche le esigenze musicali dei miei figli, aggiungo) mi sembrano un’inezia. Poi, certo, è tutto relativo. Per un adolescente oggi pagare quella cifra – per avere a disposizione in pratica tutto lo scibile sonoro – magari è troppo, considerato che non concepisce il possesso della musica che invece abbiamo sperimentato noi. Riguardo alla qualità, ho sentito ben di peggio col mio walkman scassato 🙂 ma non per questo ho goduto di meno. Sull’attenzione, beh, mi pare un discorso ben più complesso, comunque non vedo il nesso col prezzo: il mezzo spinge per un ascolto “sempre e comunque” che in molti casi penalizza l’attenzione, ma tocca a noi dedicare il tempo, l’energia, la concentrazione necessarie, recuperare cioè quel po’ di magico o sacro che scaturiva dal nostro rapporto con l’ascolto attraverso il supporto fisico. Curioso di leggere il tuo pezzo, ciao!!!

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  2. Per me “I’ll take care…” è il disco migliore di Marchino Lanegan 🙂 Come hanno scritto altri, è un parente di “Kicking Against the pricks” del Nicolino Cave, nel senso che si prendono brai altrui e li si rende propri. Per un disco di cover non credo vi sia complimento migliore.

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