Richard Hell: rock comes in spurts

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Uno degli aspetti che più mi affascinano del rock newyorkese dei Settanta – quello germogliato dentro e attorno il CBGB’s, variabilmente etichettabile come (proto)punk o new wave – è il senso di accidentalità che lo pervade. Per molti dei protagonisti di quella formidabile stagione il rock sembra essere una tra le modalità espressiva a disposizione, preferita ad altre perché in quel momento e in quel luogo rappresentava una delle forme più efficaci da cavalcare, a condizione di recuperarne il carattere basale, l’impudenza nuda da anima esposta, l’identità col cuore spietato e brutale delle cose. Scrittori e poeti, grafici, attori e fotografi (a cui si affiancano spiantati con una vocazione imprecisabile ma vertiginosa) costituivano una corte dei miracoli folgorata da scosse rock, un crogiolo creativo elettrificato che li spingeva a volersi musicisti, dalla tecnica non sempre eccelsa ma animati da una “visione” sonora spesso travolgente.

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La vicenda di Richard Hell è, in questo senso, esemplare. Amico di Tom Verlaine fin da ragazzo (quando ancora erano conosciuti coi loro cognomi reali: Richard Meyers e Tom Miller), a metà dei 60s tentò la fortuna come poeta prima a New York e poi in New Mexico, sembrò riuscirci salvo poi tornare nella Grande Mela dove assieme a Verlaine fondò i Neon Boys, che divennero in breve i Television. Da questa band come minimo seminale, Hell uscì prima dell’esordio discografico a causa di profondi dissidi artistici e umani col vecchio amico – narrano le cronache che si trattò di un vero e proprio scontro di ego ipertrofici – e in breve dette vita agli Heartbrakers assieme a Johnny Thunders e Jerry Nolan, appena usciti dai New York Dolls. Tempo pochi mesi e pure questa nuova compagine iniziò a stare stretta a Hell/Meyers, che mollò tutto per fondare i Voidoids assieme a Robert Quine (futuro chitarrista per Tom Waits e Lou Reed¹), al bassista Ivan Julian e a Marc Bell (di lì a poco batterista per i Ramones con lo pseudonimo di Marky Ramone). Anche questa storia ebbe vita travagliata: ci fu tempo per un secondo album – Destiny Street, 1982 – abbastanza tardivo e a band già ampiamente rimaneggiata, quindi arrivò inevitabile la chiusura dei battenti. Ma l’esordio Blank Generation, uscito nel 1976 a firma Richard Hell And The Voidoids, è un disco ancora oggi esaltante, una crepa da cui sversa lo spaesamento feroce di una generazione – quella dei “baby boomer” – prima illusa e poi abbandonata tra i marciapiedi della Metropoli e le macerie del sogno 60s.

Lo ascolti e vieni investito dal suono stesso di un periodo che azzannava l’estro espressivo alla gola sapendo che si trattava di una possibilità sempre più rara in una società strutturata per consumare prospettive e sogni (e vite) come se fossero junk food. Le tracce in programma sono una dozzina, tutte firmate Hell (a parte una folgorante cover di Walking On The Water dei Creedence), con Love Comes In Spurts a fungere da sfacciata apripista, la lunga Another World a raccogliere scorie hendrixiane avariate e nel mezzo una title track in cui converge il senso di tutta l’operazione grazie a un boogie slabbrato che rende corto e amaro ogni respiro.

La ritmica secca e aggressiva, gli assolo di chitarra slogati, il canto che in ogni istante sembra impegnato a trasformare il malanimo in sfrontatezza (con un piglio che impasta la paranoia infetta di un Iggy Pop e una tracotanza ebete à la My Generation degli Who), tutto ciò rende questi pezzi una parata di rivendicazioni rabbiose e a perdere, di provocazioni disperate (punk prima di indossare le maschere del punk) e segni che graffiano lo sguardo come quegli abiti strategicamente logori e strappati (quasi li avessero raccolti a caso dopo l’esplosione di un magazzino).

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Al netto di rientri in pista più o meno significativi, a Voidoids dissolti Richard Hell si è sostanzialmente ritirato dal music business. O, per meglio dire, ha chiuso quella parentesi necessaria, quello spasmo a termine, per tornare alle origini (e al cuore) della sua natura: dal 1988 infatti pubblica romanzi, raccolte di poesie e saggi. Si è pure dilettato in qualche prova attoriale, perlopiù di contorno (come nel celebre Cercasi Susan disperatamente, film che decretò il definitivo successo dell’icona Madonna).

La vicenda di Richard Hell – analogamente a quella di Patti Smith, di Jim Carroll e di altri meravigliosi talenti diventati musicisti rock quasi per caso, o se preferite spinti da un’attitudine lancinante e misteriosa (è il caso di un Brian Eno, di un Jim Morrison…) – racconta tra le altre cose come il rock sfugga spesso e volentieri alle consuete prassi formative ed evolutive. Ed è proprio così che inizia ad acquistare senso e urgenza: manifestandosi come incidente di percorso, come una scintilla scoccata accanto alla tanica di benzina, come uno schizzo (più o meno controllato) che cambia l’equilibrio della tela.

Rock comes in spurts.

¹ casomai vi fosse venuto il dubbio, sì, dobbiamo a lui l’esistenza dei Quine Tapes, i celebri bootleg dei Velvet Underground. Purtroppo non possiamo ringraziarlo: è morto solo e depresso – a causa di una overdose piuttosto simile a un suicidio – nel maggio del 2004

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