Realtà aumentabili(?)

glasses

La recente notizia delle presunte difficoltà incontrate dai progetti Facebook legati alla realtà aumentata (subito smentita da un’altra relativa al lancio di nuovi prodotti: un tempismo, come dire, sospetto) è solo l’ultimo anello di una catena di piccoli e grandi flop (come quello dei Google Glass, annunciati in pompa magna nel 2012, affossati nel 2015 e rilanciati – con più cautela – nel 2018) che ha finora impedito l’esplosione del fenomeno. Non dico che prima o poi i giganti tecnologici non riusciranno a rendere occhiali e visori degli strumenti (gadget?) versatili, forse utili, insomma popolari: anzi, tutto lascia intendere che ce la faranno. Tuttavia, consapevole di non azzeccare mai neppure mezza previsione, confesso di rimanere piuttosto scettico. Come lo ero del resto nei confronti del (pessimo) 3D al cinema e nelle TV domestiche (almeno questa l’ho azzeccata).

Nel settembre del 2013 dedicavo la mia rubrica Circolo Chiuso sul Mucchio proprio a una riflessione semiseria sull’argomento. Co-protagonista, ovviamente, il rock. Tengo a precisare: non scrissi questo pezzo con l’intenzione d’improvvisarmi esperto in materia e perciò in grado di azzardare profezie a gratis (come lo sono tutte le profezie, o quasi). No: lo feci casomai per farmi coraggio, per un patetico bisogno di auspicio.

***

Circolo Chiuso

Il rock ti aggiunge una dimensione. Ti aumenta. Ed è un fenomeno deliziosamente ingovernabile.

Eh, sì, sono proprio felice di appartenere al genere umano. Nascere cavalletta o ghepardo non mi avrebbe permesso di apprezzare colpi di genio formidabili tipo la realtà aumentata. Tuttavia, non per fare il passatista a oltranza – giuro che non lo sono – ma stavolta sento odore di cantonata clamorosa.

Nella fattispecie, gli occhiali che il noto motore di ricerca si appresta a piazzare sul naso di mezzo mondo mi sembrano la pensata patafisica di chi si è guardato quelle dieci volte di troppo un brutto film di fantascienza. Davvero verrà il giorno in cui sentirò il bisogno d’indossarli perché m’informino sulle offerte speciali nel tal negozio, se dietro l’angolo c’è un bancomat, qual è l’esatto nome del tale albero o se la tal ragazza prosperosa è facebookianamente single? Tolto forse quest’ultimo aspetto, credo proprio di no. Sì, ok, ero anche convinto che nessuno avrebbe mai avuto voglia di mettersi tra le labbra un tubetto di plastica simile a un pennarello indelebile con lo scopo di vaporizzarsi nei polmoni imprecisate sostanze chimiche¹. Tuttavia, detto delle mie scarse capacità predittive, consentitemi: il punto è un altro. Ovvero che la realtà è già piena così com’è di pertugi sull’immaginario, connessioni mnemoniche, riverberi sentimentali.

800px-Google_Glass

Spinti dal sacrosanto obiettivo di cavar soldi anche dalle rape, quei cervelloni della realtà aumentata stanno tentando di contabilizzare un fenomeno che il rockofilo conosce e vive da sempre a gratis, senza bisogno d’inforcare un paio di occhiali da hypster bionico o passeggiare con lo smartphone ad altezza cornea come se fosse un contatore geyger di allucinazioni. Ad esempio, quando il sottoscritto fende una brulicante folla urbana, automaticamente gli scatta tra le orecchie una playlist wave-dark a base di Joy Division e Bauhaus. Allo stesso modo, se covo eccitazione rabbiosa mi parte una scazzottata Stooges nello stomaco, mentre sfilare su una strada semivuota col tramonto sul parabrezza è pura west coast, come avere un Gram Parsons che strimpella languido nello specchietto retrovisore.

Ebbene sì, ho in testa questa specie di spotify nativo, e secondo il mio psichiatra non è affatto un problema (ok, sto scherzando: non ho uno psichiatra, quindi forse ho un problema). Tutto ciò comporta inevitabili ricadute esteriori, tipo indossare una certa maglietta, frequentare certi locali, comprare proprio quel catorcio d’automobile e pazienza se non è il massimo per la ben avviata carriera di padre di famiglia. È un pegno che ben volentieri si paga alla relazione profonda col rock, la quale svolge per il rapporto fra te, il tempo e lo spazio in cui vivi un ruolo simile a quello della salsa piccante sui ravioli al vapore: aggiunge una dimensione. Ti aumenta. Ed è un fenomeno deliziosamente ingovernabile.

elton

Mi è capitato di pensarci anche di recente durante un viaggio in terra londinese. Da quelle parti, come ben sapete, il rock fa parte dell’ecosistema. Fare colazione in un albergo per famiglie con sottofondo di Kinks e Blur è praticamente la norma, magari sfogliando un dépliant che reclamizza uno dei tanti London Rock Tour. Tentazione, va da sé, irresistibile. Però, sapete cosa? Non vale troppo la pena strappare moglie e figli dalle bancarelle di Portobello per attraversare le strisce pedonali di Abbey Road o genuflettersi sotto la targhetta commemorativa di Ziggy Stardust in Heddon Street.

Proprio così: è bello, è struggente, ma appena consumati i primi attimi di struggente (e nostalgica) bellezza, ti accorgi che in quei luoghi il rock non c’è più. Al suo posto trovi il rumore del meccanismo che macina senza sosta tempo, soldi, vita: il normale beat della grande città. Giustissimo così, perché il rock non abita tra reliquie, monumenti o feticci. Non lo commemori, né lo codifichi: puoi solo viverlo. Ed è proprio questa la sua forza. Teniamolo a mente, quando il nostro dispositivo ci avvertirà che siamo – chessò – a due passi dal Chelsea Drugstore: se nelle cuffiette partirà automaticamente You Can’t Always Get What You Want, sarà per distrarci dal senso di vuoto. Che immancabilmente aumenterà.

Pubblicato sul Mucchio 710 – Settembre 2013

¹ è notizia di pochi giorni fa – settembre 2019 – che sarebbe stata dimostrata la correlazione tra alcune patologie polmonari e l’utilizzo della e-cig…

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