Lo sguardo del Killer

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Nel settembre del 2006 uscì Last Man Standing, disco che celebrava la leggenda – non sempre limpida, spesso scomoda – di Jerry Lee Lewis. La scaletta metteva in fila 21 cover di pezzi altrui (da Pink Cadillac a Honky Tonk Woman passando per Rock And Roll e I Saw Her Standing There) ed era ovviamente un pretesto per chiamare a raccolta ospiti di livello alto e altissimo (Led Zeppelin, Eric Clapton, Buddy Guy, B.B. King, Keith Richards, Bruce Springsteen…), tutti insieme appassionatamente per pagare il giusto tributo al nonno teppista del rock’n’roll (e magari, perché no, vendere una paccata di copie).

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Un’operazione piuttosto banale nella sua eccezionalità, ma resa interessante dal protagonista principale: sì, perché Jerry Lee Lewis da sempre è portatore sano (?) di dualità. Intrattenimento e provocazione, eleganza e furia, romanticismo e perversione: anche in un disco come quello, “confezionato” secondo standard tanto industriali da annullare i margini dell’imprevisto, qualcosa comunque – come scrissi all’epoca in una brevissima rece per il Mucchio che riporto sotto – sfuggiva al controllo:

Ah, questo disco-mausoleo, questa parata di star al gerontocomio, questo perfetto reality-rock. Un forte senso di cliché sovrasta le intenzioni, si tratti del banchetto per finti straccioni apparecchiato assieme a Mick Jagger o i Creedence a mille all’ora con Fogerty. Ma qualche traccia per fortuna sfugge al controllo, ti convince d’avere senso oltre il mestiere, di puntare al cuore senza troppi calcoli. Tipo il blues da coyote imbastito col vecchio Neil Young o il surf fumigante in combutta col caro Ringo Starr. Ok: il centro della scena è illuminato, il viagra frizza nelle vene, lo sguardo conserva barbagli feroci. Salutate il Killer.

Lewis-Perkins-Elvis-Cash

Jerry Lee Lewis è nato il 29 settembre del 1935, in Louisiana. Si è sposato sette volte (la terza con una cugina tredicenne), ha scavalcato steccati e barriere di genere (RnB, country, rock’n’roll…), si è letteralmente inventato uno stile sul pianoforte (a costo di incendiarlo), ha suonato con i più grandi, ha combattuto con la dipendenza da alcol e droga (spesso perdendo), ha sviluppato un rapporto eccessivamente allegro con le armi da fuoco (per questo una volta ha rischiato di uccidere il suo bassista e un’altra è stato arrestato all’ingresso della villa di Elvis, a Graceland), ha scritto e interpretato canzoni che a distanza di anni continuano a bruciare la pelle.

La sua versione di Whole Lotta Shakin’ Going On, ad esempio, sembra la forma che assumerebbero il desiderio e la spregiudicatezza se volessero somigliare a un proiettile.

Su di lui ricordo la bellissima testimonianza contenuta in 20.000 giorni sulla terra, il film su e con Nick Cave: assieme a Warren Ellis, il Re Inchiostro ricorda come Jerry Lee sia ancora capace di trasformare un concerto ordinario in un momento di epifania rock, compiendo una sorta di metamorfosi sul palco, dove il professionista diventa profeta, invasato, illuminato, incontenibile portavoce della “great ball of fire” che si porta dentro e lo spinge ogni volta a rovesciare sul pubblico la minaccia dell’inconsueto, lo sguardo del Killer.

Il rock deve molto, moltissimo a quello sguardo. Il rock, in un certo senso, è quello sguardo.

JerryLee

Un commento

  1. L’assolo monotasto di Jerry Lee su Great Balls of Fire si parla con l’assolo monotasto di Johnny Ramone su I Wanna Be Sedated. Ed è tutta lì l’essenza del Rock, nell’insistere su quell’unico tasto malgrado tutto e in faccia a ogni convenzione: trascendendo il virtuosismo, la qualità dello strumento e del suono, ti strega utilizzando le tue stesse pulsazioni, le tue stesse pulsioni. Per questo raggiunge sempre il risultato: quello di farti sentire incredibilmente vivo, posseduto dalla stessa energia di-vertente che muove le zolle tettoniche sotto i nostri piedi 😉

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