Un bolide sulle aspettative: Monster dei R.E.M.

Non è facile spiegare le sensazioni che provo scrivendo di dischi che ho vissuto molti anni fa in tempo reale. Dischi che determinarono una scossa profonda nel mio equilibrio emotivo nel momento stesso in cui impattavano sull’immaginario collettivo. Diversamente dai capolavori pubblicati prima che nascessi o quando l’età non mi permetteva ancora di apprezzarli, quei dischi stabilivano una connessione o se preferite una sincronia tra ciò che accadeva e ciò che mi accadeva. Ripensarci e scriverne – mi è capitato di recente con Mighty Joe Moon dei Grant Lee Buffalo e Monster dei R.E.M. (qui una fresca e “mostruosa” recensione) – significa arbitrare una partita neanche troppo pacifica tra ragione e sentimento, tra ricordo e memoria.

REM_monster
Negli anni – un quarto di secolo, ahimé – ne ho lette e sentite molte su Monster. I giudizi col tempo si sono stemperati, la prospettiva ha reso giustizia a questo lavoro che sulle prime lasciò sconcertati gran parte di pubblico e critica. Vanno capiti, quel pubblico e quella critica che si lasciarono sconcertare. Fu un disco di rottura rispetto alle aspettative che avevamo maturato sui R.E.M., che tra anni Ottanta e Novanta erano decollati da stato di fenomeno per appassionati a band di caratura mondiale grazie a due album come Out Of Time e Automatic For The People: ricordo pochi altri casi in cui successo commerciale e consenso della critica si sono rivelati tanto in sintonia, almeno per quanto riguarda una rock band.

La sensazione di condividere con molti coetanei la bellezza di album come quelli mi inebriava, era come sentirsi parte di un popolo trasversale e diffuso, unito da un sentire comune che doveva necessariamente significare un simile corredo di valori. C’era la bellezza degli album, certo, ma era accompagnata da questo piacevole effetto collaterale che in un certo senso la completava, alimentando ulteriormente la mia fame di musica.

Era naturale quindi sperare in un nuovo album dei R.E.M. che eguagliasse il livello dei predecessori proseguendo su quella stessa, bellissima falsariga. A quel punto, Monster precipitò sul laghetto trepido delle aspettative come un bolide.

R.E.M.-1994
Fu un’autentica mazzata. Una legittima, solenne, opportuna mazzata. Non era la prima volta che la band di Athens si sottraeva al cliché, e non sarebbe stata l’ultima. Forzare e scardinare la consuetudine rappresentò allora e in futuro la pratica migliore per garantire vitalità al processo creativo: valeva per i lavori in studio – vedi la svolta sintetica di Up e il riflusso garage di Accellerate – e per i live, come quando a Dublino si imposero per tre sere una scaletta composta di pezzi del repertorio mai eseguiti dal vivo (o comunque molto raramente).

Superato il trauma, l’ascolto di Monster in tempo reale mi procurò sensazioni contrastanti ma indubbiamente vive. Era come se mi stesse raccontando ciò che stava accadendo, una storia ben poco piacevole anzi piuttosto preoccupante, una storia che doveva essere raccontata con quel linguaggio, un rock granuloso e sgarbato, affilato come una sirena d’allarme, la lettera esplosiva che mi avvisava del pericolo scovando gli spettri annidati nei nuovi scenari, nelle nuove possibilità, nelle nuove ossessioni. La morte di Cobain fu un evento di cui all’epoca non avevo intuito del tutto la portata, non riuscivo a coglierne il senso nella prospettiva del cambiamento esteso e radicale che si stava consumando: ed ecco che Monster mi suggeriva – con la brutalità appassionata del caso – di riconsiderare il caso proprio alla luce di quelle mutazioni vertiginose che si accavallavano giorno dopo giorno, istante dopo istante.

Non sarà un capolavoro, probabilmente non va considerato neanche tra i migliori cinque lavori dei R.E.M., ma è un disco che come pochi ha ribadito il valore della sorpresa – dello scarto, della frattura – come momento e componente cruciale dell’espressione rock, un rock – questo è il punto – dalla vocazione mainstream eppure intenzionato a spingere lo sguardo in profondità, fin dove è scomodo e doloroso guardare.

Al di là del suo valore artistico, Monster è uno dei dischi della mia vita.

3 commenti

  1. Invaghito com’ero di River Phoenix, acquistai Monster a scatola chiusa qualche anno dopo (sarà stato il 98/99). Già la copertina mi infondeva una fiducia incondizionata (non conoscevo i brani), come se stessi per maneggiare musica che avrebbe segnato un prima ed un dopo (mio? dei R.E.M.? non lo so). Ad oggi è il loro disco che ascolto con più piacere…

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