Unità ed esplosione: Abbey Road

A proposito di musica che sa (o non sa) trasmettere se stessa attraverso il tempo, tenuto conto dei canali interrotti, degli stravolgimenti di paradigma, dell’ostilità dei contesti provocata dal succedersi indifferente degli anni. A proposito di tutto questo, ho un ricordo legato al penultimo disco pubblicato dai Beatles, Abbey Road, che in realtà fu l’ultimo a cui lavorarono (Let It Be, inciso nel gennaio del ‘69, uscì solo nel maggio del 1970, a band ormai esplosa).

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È un ricordo lucido, malgrado risalga a un bel po’ di anni fa. Per farla breve, eravamo in tre, in auto. I miei due compagni di viaggio non erano affatto digiuni di musica in generale e di Beatles in particolare, eppure scoprii che si trattava di una conoscenza “a mosaico”. Vale a dire, dei Fab Four conoscevano molte canzoni, facciamo pure moltissime, ma le conoscevano appunto come canzoni, da un punto di vista che impediva loro di inserirle nella prospettiva degli album. Le avevano sentite cioè sparse, avulse dal contesto delle raccolte originali, portate dalla piena di un appeal tuttoggi considerevole che le rende presenza costante di playlist, sigle di trasmissioni (radio e tv) e colonne sonore.
Si tratta di un fenomeno più diffuso di quanto un appassionato di rock sia disposto a credere: i Beatles vengono dati, come dire, per scontati. Si crede di conoscerli anche se non si è mai approfondita la conoscenza della loro discografia, in virtù della semplice immersione nell’immaginario collettivo che dei Beatles è ancora intriso e pervaso. Esiste quindi un “sommerso beatlesiano” di cui, pur essendo cruciale, i più sanno mediamente poco. In fondo accade con tutti i nomi più celebri: ad esempio con Dylan, Stones, Beach Boys, persino col nostro Battisti (del quale vasta è la non conoscenza di capolavori quali Anima Latina e dei cosiddetti “album bianchi” frutto della complicità con Pasquale Panella). Non mi stupiva insomma quella situazione, ovvero quei miei due amici che, mediamente interessati – per non dire appassionati – di questioni rock, non avevano mai ascoltato per intero Abbey Road. Ovviamente, ripeto, conoscevano Come Togheter, Somethings e Here Comes The Sun, e ci mancherebbe. Forse anche Octopus Garden e Oh, Darling. Il resto, però, non pervenuto. O quasi.

Fatto sta che: siamo in auto, ed è la mia auto. Non ricordo dove stavamo andando, in compenso ricordo di avere inserito nell’autoradio il cd di Abbey Road. L’ascolto e le chiacchiere diventano presto una cosa sola, più ondivaga che intermittente. I Want You è una prima mazzata alle fondamenta d’argilla del sapere diffuso, con quella coda interminabile che marcia attraverso un parossismo cupo dalle tendenze apocalittiche. Ma da quel rotolare in un ventre sempre più nero, sovraccarico e angoscioso, si esce all’improvviso grazie a Here Comes The Sun, alla sua tersa, implacabile delicatezza. Ed ecco che tutto, a quel punto, rientra nei ranghi di una beatlesianità, come dire, canonica.
Proseguendo, tuttavia, si accede alla malìa ineffabile di Because, il trampolino ipnotico da cui si precipita nel medley, nella suite, nel collage, nel rollercoaster del “Big One”: già You Never Give Me Your Money – che a livello di struttura mi è sempre piaciuto considerare la risposta di McCartney alla lennoniana Happiness Is A Warm Gun – schiude scenari assai intriganti, e poi via alla sarabanda ombrosa e bislacca, torrida e visionaria, che nel passaggio tra Polythene Pam e She Came In Through The Bathroom Window provoca nei miei compagni di viaggio un evidente, palpabile sconcerto. Già, proprio quel tipo di sconcerto. Non c’è bisogno di invitare al silenzio, le chiacchiere si interrompono da sé. L’ascolto diviene una questione densa e tesa. Su Golden Slumbers – le spire cinematiche degli archi, quel canto come un annaspare del cuore – avverto chiaramente l’aria dell’abitacolo marezzarsi di commozione. Quindi arriva il finale, una giga di corde e tastiere, un tripudio e un crollo, l’implodere struggente di un sogno – quel sogno – irripetibile. Sì, alla fine, l’amore che prendi è uguale all’amore che dai. I conti tornano, non smettono mai di tornare.

Abbey Road, in quel caso, colpì nel segno, in profondità. I miei compagni di viaggio ne furono turbati, conquistati. Quell’ascolto inatteso suggerì loro un disequilibrio emotivo, uno stupore vivo nell’immediato eppure bisognoso di elaborazioni successive, tali da poter mettere in luce, ad esempio, il contrasto formidabile tra la tensione unificante della suite e la frattura che si stava allargando, ormai insanabile, tra i quattro scarafaggi.
Ciò che il disco significava all’epoca in cui vide la luce, ovvero nel contesto della vicenda beatlesiana (quel divergere di individualismi ancora soggetti all’orbita di una congiunzione artistica potentissima, ma ormai sul punto di rinnegare la forza di quel legame, persino il senso di ciò che era stato) e per il frangente storico (l’incontenibile deteriorarsi delle utopie 60s), tutto ciò rimaneva implicito, pur sempre organico al discorso espressivo ma inessenziale, proprio perché stiamo parlando di un lavoro talmente compiuto da eccedere le proprie stesse premesse e (quindi) accedere alla dimensione dell’universale.

Certo, in ogni caso non si tratta – non può trattarsi – di un ascolto vergine, libero da condizionamenti (anche extra-musicali). Perché i Beatles sono comunque i Beatles, perché in ogni caso la scaletta è puntellata da canzoni famosissime (alle quali si aggiunge proprio la She Came In Through The Bathroom Window divenuta celebre anche – forse: soprattutto – nella versione di Joe Cocker), perché il ribollire delle aspettative è costantemente alimentato ed esposto al processo uguale e contrario della loro smentita, che in questo caso coincide con un formidabile superamento.

Di fronte a un disco come questo insomma la modalità di ascolto è quasi sempre particolare, condita da un ovvio surplus di attenzione, ciò che non vale per altri capolavori altrettanto belli ma infinitamente meno popolari come Five Leaves Left, It’s A Beautiful Day o The Band. A pensarci bene, se Abbey Road oggi dimostra di avere ancora la forza di sconcertare è per coma sa imporsi in quanto misura espressiva: l’album, già, quello a cui ci stiamo disabituando, e che in quel frangente rappresentava anche un ultimo, disperato terreno di sintesi, una zona franca nella quale ripristinare i canali e il codice d’intesa tra quattro ragazzi che sconvolsero i Sixties e molto di ciò che sarebbe accaduto negli anni (decenni) successivi.
Io e i miei due amici proseguimmo quel viaggio verso una destinazione che, porca miseria, proprio non ricordo. Tutto il resto, invece, è ancora qui.

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