Johnny Cash, Bobby Solo, The Band e il Grande Rifiuto (feat. Giant Sand)

Nutro, o mi impongo di farlo, grande fiducia nel potere della musica. Nella sua capacità di arrivare sempre a destinazione, ovvero di comunicare quello che la muove – il suo senso vero – anche all’ascoltatore meno coinvolto, meno sensibile e informato, più distratto. Da sempre mi dico: se c’è del buono in una canzone, qualcosa di quel buono comunque arriverà, anche se complesso, particolarmente profondo o intenzionalmente elusivo. Sì, mi dico, riuscirà lo stesso a incrinare la scorza, a iniettare il germe, ad avviare quel micro-processo che potrebbe, chissà, diventare molecola di consapevolezza, un apparato ricettivo, una perturbazione o anche solo (solo?) un puro, semplice atomo di bellezza.Bobby_Solo_65_b

Ascolto musica – rock in particolare – da quando ho iniziato a lasciarmi alle spalle la nebbia dolciastra dell’infanzia. Non è solo un’abitudine, è una parte di me, organica e vitale. Mi impongo di crederci, di avere fiducia nella musica. Malgrado tutto. Malgrado non manchino segnali che raccontano una realtà molto diversa. Anzi, ahimé, avversa. Ad esempio, pochi giorni fa mi sono trovato in una strana situazione. Sul palco di una piazza centrale a Colle val d’Elsa suonava Bobby Solo, uno che si porta dietro mezzo secolo e oltre di celebrità da cantante confidenziale, ma che intanto gira il Belpaese suonando il repertorio di certo Johnny Cash. Dico: Johnny Cash. Non mi trovavo lì per Bobby Solo né per la buonanima di Cash, ma già che c’ero ho ascoltato. Devo dire che, da quanto ho potuto sentire, Bobby esegue il tributo a Cash con onestà. Più che un concerto sembrava un esercizio di devozione tra amici, tra l’altro molto rilassato, forse troppo, tuttavia nell’insieme funzionava, e almeno un paio di pezzi Bobby e la band li hanno azzeccati. In particolare una I Walk The Line che bene o male, pure in quella piazza festaiola in una sera di fine estate, filava dritta come un cavallo al trotto alzando polvere di confine, quel confine che sappiamo essere assieme metaforico e feroce, una crepa tra fedeltà e tentazione.

Tra le canzoni d’amore che conosco, I Walk The Line è una delle più struggenti proprio perché ha il coraggio di mantenere al centro la propria debolezza, la durezza del dilemma esistenziale di fronte alla forza del sentimento, la frizione problematica tra spirito e volontà. Lungi da me paragonare l’interpretazione di Bobby Solo a quella di un Johnny Cash, eppure la canzone era lì, col suo trottare dritto, senza orpelli, con quella specie di dignità che si tiene dentro il tumulto. Malgrado la presenza ingombrante della celebrità Bobby Solo, I Walk The Line non smetteva di essere I Walk The Line.
A quel punto accanto a me, in quella piazza in cui chiunque poteva accedere (il concerto era gratuito), sono passati dei ragazzi, li avrei detti venticinquenni. JohnnyCash1969

Erano in tre, vestiti con un certo gusto, con quella ricercatezza ansiosa di distinguersi che con una certa approssimazione potrei definire: da hipster. Ammiccando verso il palco, hanno iniziato ad accennare un balletto da mazurca che intendeva, presumo, mettere in ridicolo i gusti musicali del Bobby Nazionale e forse, chissà, anche di chi lo ascoltava. Il siparietto è durato pochi secondi, poi i tre si sono allontanati sghignazzando. E quindi, I Walk The Line? che fine ha fatto il suo senso profondo e vero? Ciò che comunque dovrebbe arrivare? Quei tre ragazzi erano solo dei superficialotti un po’ coglioni, oppure il caso li ha fatti passare proprio da lì e in quel preciso momento per dimostrarmi quanto siano illusorie le mie convinzioni e la mia fiducia nella musica, per dirmi insomma che il coglione sono io?
Oltre che coglione, sono padre¹. Da questo punto di vista, credo di poter vantare un merito: ho capito che non sempre, anzi quasi mai, i genitori sono i migliori maestri per i figli. E l’ho accettato. Non provo neanche a ritagliare la personalità (futuribile) dei miei figli sulle aspettative che nutro – è naturale e inevitabile nutrirne – nei loro confronti. Per quanto riguarda la musica, ad esempio, non impongo le mie scelte. Se richieste, esprimo opinioni, anche feroci. Al più qualche suggerimento. Fine. Mi sembra giusto così, anche se mi è capitato spesso di chiedermi se non stessi semplicemente tirandomi indietro. Per paura.
Paura, ad esempio, del rifiuto. Soprattutto del rifiuto.

theband

Prendete un disco come The Band, uscito mezzo secolo fa, nel settembre del 1969 (qui una mia recensione su Sentireascoltare). È senz’altro uno dei dischi che più ho amato e amo. Ma il primo ascolto fu sconcertante, la tipica situazione da “e questo da dove viene, cosa cazzo è, cosa vorrebbe essere?”. Più o meno lo stesso che mi capitò col primo ascolto di Heroes, dell’omonimo dei Velvet Underground, di Modern Dance, di Bitches Brew, di Spiderland, di OK Computer… Sconcerto come garanzia di qualità, la reazione immediata (forse persino istintiva) di fronte a una nuova complessità che attende solo il momento opportuno – ovvero un mio passo nella sua direzione – per aprirsi come un fiore carnivoro.
Che disco, The Band. Tutto quel lavoro di recupero di radici e viscere dell’immaginario sonoro d’America, risalendo rivoli folk e black, innalzando un edificio instabile eppure possente, un patchwork labirintico e oscuro ma abitato da vampe abbacinanti, da spettri burloni e rimbombi ipnotici. Tutto ciò rende questo secondo album di Robertson e soci ben più che un semplice disco: è assieme l’approdo e il prodotto di tensioni oblique, convergenti e ramificate che in quello spegnersi di anni Sessanta prefiguravano scenari allarmanti, tra il collasso delle utopie e l’opacità della realpolitik, tra tensioni economiche e guerre più o meno fredde, mentre già si avvertivano i segnali delle stagioni del terrorismo e di nuove, letali dipendenze. Canzoni come grida d’allarme dal ventre di una cantina, da una specie di bunker isolato e perciò più vicino al cuore del mondo, di quel mondo che intanto rotolava verso un destino che solo pochi anni prima sembrava superato, scongiurato.

So che non è facile da credere, ma tutto questo era implicito nello sconcerto del primo ascolto. Quello sconcerto era un avvertimento, una chiamata alle armi: mi avvisava che dovevo prepararmi a lavorare su ciò che sentivo. A vivisezionare quelle sensazioni, a esplorarne il contesto e percorrerne i risvolti. E, ovviamente, a farmi percorrere. Le circostanze, all’epoca, mi portarono a sviluppare un approccio di questo tipo nei confronti dei miei ascolti². Purtroppo, mi pare che oggi le canzoni non possano contare su un approccio di questo tipo. Forse sto generalizzando. Forse sto generalizzando come uno schiacciasassi. Eppure mi sembra di percepire un generale deficit di disponibilità ad accogliere lo strano, l’incongruo, l’inaudito, il bizzarro, il perturbante³. Da cui la paura che dicevo sopra: proporre un disco come The Band ai miei figli – o comunque a qualcuno della loro età – significherebbe andare incontro a un probabilissimo rifiuto. E accidenti se mi farebbe male.
Cosa fare dunque? Questione cruciale. Tentare di preparare l’ascolto? Impresa ardua. Eppure, opportuna. Il punto è, ovviamente, la modalità. Come innescare l’interesse, il fascino. Come recuperare il gusto di quel famoso sconcerto. Al momento penso che una delle condotte migliori sia pensare e agire come se questo rock che mi sembra ancora così vivo lo fosse realmente: vivo e vegeto. E in ragione di ciò indossarne le ricadute visibili e invisibili, dalle angolazioni culturali alle magliette, con tutto ciò che sta nel mezzo. Dopodiché, ovviamente, fottersene: fottersene se può sembrare nostalgico o, nei casi più gravi, patetico (compreso lo scriverne regolarmente su un blog come questo).

howegelb

Fare come Howe Gelb, ad esempio, che resuscita i Giant Sand e ne rilegge i primi album (usciti da più di trent’anni) col preciso scopo di sbatterti in faccia lo sferragliare di un sentire fieramente invecchiato, tutto un ispessire rughe, cicatrici, vene, sguardo, nervi, voce e calligrafia come ricaduta di un bagaglio rock che gli (ci) è cresciuto addosso, dentro. Di cui quindi testimonia il passo, l’accento, l’odore. Il mistero. Anche con l’obiettivo – credo – di riattivare lo sconcerto di cui sopra, quell’attimo di “e questo cosa vorrebbe essere?
Dischi come The Band, canzoni come I Walk The Line, sono frutti desueti ma ancora assai gustosi che, temo, se esposti alle intemperie oggi rischierebbero di rimanere nella cesta a marcire. Ed è esattamente il motivo per cui credo valga la pena – ancora una volta, e ancora, e ancora – parlarne, scriverne. Tentare di renderli parte di un presente che preferisce scivolare sulle sensazioni prima che si strutturino in emozioni.
È un lavoro sporco e facciamo pure – ripeto – patetico, ma qualcuno deve pur farlo.

***

¹ amo credere che tra questi due aspetti non vi sia alcun nesso

² anche di film e libri, se è per questo

³ riguardo alle cause, le mie ipotesi – non certo esaustive – le ho affidate a The Gloaming

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