Gli U2, Pop e lo sguardo che diventa show

Il 20 settembre del 1997 ero tra il pubblico che a Reggio Emilia fronteggiò gli U2 in un concerto più emblematico che memorabile. Con questa recensione di Pop, scritta un pugno di anni più tardi per il Mucchio, tentavo di mettere in prospettiva i segnali (del disco e del concerto), di isolarne gli aspetti profetici. Non ci riuscii, ma fu divertente provarci.

***

U2 – Pop (1997)

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Dovevate vederli. Ah, se dovevate. E chissà, forse lo avete fatto. Forse c’eravate anche voi, gocce in quel mare disteso a perdita d’occhio, carne stipata, impigrita, accesa nel pomeriggio languente, sotto un sole parecchio in vena per quell’estate ormai alla frutta. Il giorno era il 20 settembre, l’anno il 1997. Il pubblico più numeroso di sempre per un concerto rock a pagamento, o almeno così ci battezzarono. Centocinquantamila concrezioni di sudore e fumosa eccitazione, un oceano in attesa. D’un tratto, a sollevarci lo sguardo e il timor panico, eccoli! Dove? Lassù: il profilo globoso dell’aereo privato, supposta d’acciaio sfavillante, col logo del Pop-Mart Tour ben visibile sulla fusoliera, ci sorvolò due-tre volte, aspergendoci di ulteriore aspettativa, rincuorandoci con l’illusione che sì, il rock in fondo non è che questa sorta di pentecoste umorale, capace di infondere spirito nuovo, ulteriori frequenze di vita e pensiero. E dare forma alle idee, e rendere commestibili le illusioni. Cazzo, sì. Dovevate proprio vederli. Quegli stratosferici sboroni.

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Narrano le cronache che quel giorno di fine estate a Reggio Emilia, ospiti della Festona Nazionale de L’Unità, gli U2 mandarono in visibilio il pubblico con uno show generoso. Di cui conservo un ricordo piuttosto nitido, nonostante la memoria tenda ad incagliarsi nelle successive 4 (quattro) ore di imbottigliamento per uscire dalla bolgia del parcheggio: i miei compagni di viaggio dormivano come sassi mentre, nel cuore della notte, riflettevo su quello e altri concerti, ma soprattutto sull’evidente logorio della mia capacità d’eccitarmi, soverchiata dalla maturità incipiente, da quel disincanto saggio e sedativo che tiene a bada la meraviglia, le briglie ben strette attorno al battito per quanto serrato, guizzante, unisono. Ecco, sarò un maniaco della razionalizzazione simbolica, però mi piace pensare a quella lunga notte scoglionata post-concerto come alla definitiva dissoluzione di quella che potrei in breve definire: la mia giovinezza. Arrivai a casa che era l’alba, il cervello scavato come un bignè senza crema. Dormii un sonno breve, grave, ondoso. Mi svegliai un po’ più sconfitto. Un po’ meno vivo.

Tutto questo cosa c’entra con Pop? C’entra eccome. Perché se già dai primi ascolti, a onor del vero, nove pezzi su dodici mi erano sembrati fiacchi, ruffiani, scombinati, palese sproporzione di mezzi ed espedienti su eclisse di sostanza, dopo quella fatal giornata ho letteralmente odiato questo disco, essendo lui il pretesto, la causa scatenante di quella baracconata live. Un odio istintivo, viscerale e – vabbè – un po’ arbitrario. Doveva passare del tempo, e allungarsi la prospettiva, affinché il cuore si disponesse con le intenzioni e i setacci adeguati, tanto da revisionare gran parte di quella valutazione impulsiva. Oddio, riguardo a tracce come Staring At The Sun (folk afasico imbottito di corde arricciate e riffettini ruffiani), Wake Up Dead Man (melodia anemica corroborata da un pasticciaccio di inserti ed effetti vocali in salsa country rock – lodevole l’impegno contro la pena capitale, ma solo quello) e If God Will Send His Angel (tregenda soul geneticamente modificata cui Flood e Howie B. insegnano l’arte del rumorismo d’arredo con propensione al fuori luogo) non ho certo cambiato idea. Sul resto però…

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…un po’ sì. Sorvolando sul fatto che Gone, Do You Feel Loved e Last Night On Earth – esercizi di pop-rock trafitto da brume sintetiche, watt scontrosi e trame ritmiche perturbate – sono mossi da sufficiente urgenza e piglio ipercinetico da non farci desiderare certi pur intriganti manufatti stile Death In Vegas, converrete che l’incubo tropical-industrializzato di Miami (come degli Underworld in overdose trip-hop e preda di allucinazioni Suicide) cova tanta sordidezza da stringere ancora oggi le ossa, mentre sul fronte più marcatamente “technologico” Mofo sguaina tremore, asprezza e cibernetiche scimitarrate mica da ridere. Insomma, sarà anche solo mestiere, ma fottutamente ben congegnato. Proprio ciò che oserei dire della ineffabile Discotheque, pietra angolare sulla quale tanti fans della prima ora impattarono procurandosi il bernoccolo della disaffezione: non so che farci, a me ha sempre divertito, con il suo tuffo di piede in un vortice di kitsch sfolgorante, col suo involontario ironico ruotare l’ultimo interruttore dell’esecuzione, seduti sul trono elettr(on)ico dei regnanti-poseur, tanto più colorati e caratterizzati quanto più in affanno, annientati dalla propria stessa transitorietà.

Più o meno nella parte finale l’album sferra colpi meno appariscenti, contagi più che cazzotti, virus che si annidano per riaffiorare vispi e letali dopo la cura degli anni: a Please manca giusto un po’ di cattiveria in fase di arrangiamento per sbocciare in tutta la sua irruenza funky-rock (e infatti sul palco eccome se sbocciò); The Playboy Mansion ha l’andamento gigione di una beffa soul-RnB, con quella sottotrama gospel che sottolinea di luce evanescente il crudo sarcasmo delle parole; infine, If You Were That Velvet Dress, l’ordigno inesploso più nocivo ancorché silente, quello cantato – pardon – insufflato da un Bono – ollallà – ispiratissimo, ectoplasma blues sparso su un tappeto di vetri rotti, tra rabbrividenti borbottii di basso e inafferrabili barbagli ambientali, la calligrafia pietosa e appuntita della steel-guitar, il carillon rarefatto della tastiera, la melodia sordida e avvolgente come un cappio di fumo. Nel complesso insomma, allontanandosi per coprire il tutto con uno sgurdo solo, Pop assume l’aspetto di un più che dignitoso canto del cigno.

Canto del cigno, già. Perché il volersi rilanciare con rinnovata vigoria rock e RnB per esporsi come cliché multimediale assoluto alla prodiga cornucopia del presente, da cui quel gioco di specchi che è All That You Can Leave Behind (2001) ed il raffazzonamento epico di The Hands That Built America nella OST di Gangs Of New York (la cui vacuità diventa addirittura imbarazzante nell’immancabile ipertrofia orchestrale), tutto ciò dicevo è lampante cartina di tornasole di quanto la presenza degli U2 nel febbrile calderone del pop-rock contemporaneo non sia altro ormai che celebrazione impagliata, spaccio e partita doppia di biechi simulacri. Forse – anzi sicuramente – ne sono ben consapevoli, ma se ne fottono. Magari, chissà, era già così quando dall’ineffabile jet-supposta osservavano sotto di loro quell’atto d’amore sterminato, eccessivo ma in qualche modo sincero. Per quanto mi riguarda, l’ultimo.

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Un commento

  1. Visto pure io, all’Aeroporto di Roma-Urbe però, e pure io ricordo più il memorabile ritorno a casa alle sei del mattino (non si riusciva ad uscire dall’aeroporto…) di tutto quel casino stroboscopico. Sulle canzoni non mi pronuncio, probabilmente hai ragione tu, ma io sono una sentimentale e ogni tanto me le riascolto.

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