Rinvenimenti: It’s A Beautiful Day

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Come avrete intuito se vi capita ogni tanto di leggere questo blog, il 1969 fu un anno di grandi uscite discografiche. Non si finirebbe mai di celebrare anniversari così importanti e “tondi”, mezzo secolo di meraviglie sonore spesso – ahinoi – trascurate o, peggio, dimenticate. Tra le ultime, c’è senz’altro l’omonimo album degli It’s A Beautiful Day.

Sono così assuefatto all’idea che sul web si trovi di tutto, da compiacermi quasi che di questo non mi sia riuscito di trovare la data esatta di pubblicazione. Solo il mese: maggio. O almeno così sembra (se qualcuno ha notizie più certe, lo scriva pure nei commenti). Comunque sia, non ne ho scritto quando avrei dovuto, e mi spiace perché è un album che ho amato e amo (oltre al cd lo possiedo in vinile, ormai ridotto a una coltre di fruscii: lo amo anche per questo). Recupero quindi assai volentieri questa vecchia cosa che scrissi in libertà – pure troppa – una quindicina di anni orsono per il mai troppo rimpianto Mucchio Selvaggio.

***

It’s A Beautiful Day – It’s A Beautiful Day (1969)

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Attesa

All’improvviso, questo disco. È uscito dal dimenticatoio quasi per caso: passavo di lì e in qualche strano modo m’è rimasto appiccicato alle dita, quasi avesse voluto farlo. Il mio dimenticatoio è un luogo molto popolato, ultimamente. Ci sostano una buona metà dei dischi che – un po’ per malattia, un po’ per piacere – mi ostino a comprare. Chiamatela, se volete, decantazione, ma in fondo è solo un’attesa. Che arrivi il momento buono. Per It’s A Beautiful Day, è arrivato.

Condanna

Curiosa sensazione, da un pezzo non la provavo. Siccome ho solo notizie sommarie sugli It’s A Beautiful Day – roba del tipo: gruppo psichedelico californiano di fine sessanta capitanato dal violinista e cantante David LaFlamme, già nel giro di Jerry Garcia – l’ascolto sboccia ingenuo, nudarello, schietto. Voglio dire, ascolto, sento, ed è tutto qui. Nulla di strano, d’accordo. Resta tuttavia un fatto raro, perché in pratica non esiste ascolto che non sia preceduto da una più o meno rilevante quantità di informazioni: connessioni, influenze, conseguenze. Saperne oggi è dannatamente facile, ci vuole un attimo, è la nostra deliziosa condanna. Stavolta, invece, no: possiedo questo disco e (ma) ne so poco, pochissimo, quasi nulla. E, beh, non poteva capitarmi di meglio.

Porzione

Il contatto avviene in auto. Particolare importante, perché occorre tenere in considerazione quel cielo grigiottuso, lo scorrere automatico d’asfalto, case, semafori, alberi, colline. E poi i cambi di carreggiata, le bestemmie in silenzio, e un giramento di coglioni sordo, insistente, tipico rumore di fondo di questi giorni tenacemente votati a gambizzarmi la tranquillità. It’s A Beautiful Day arriva e risolve tutto, si spiega senza che gli sia richiesto, con impudenza, con naturalezza. Giustifica il proprio e l’altrui esistere come se non sapesse/potesse fare di meglio. Mi spiega me stesso ora, proprio ora. Quella porzione irripetibile di me stesso ora e qui.

Come si deve

Perché si scelga un disco piuttosto che un altro è una causalità che non si lascia interpretare, o se preferite una casualità travestita da mistero (uhm… la questione s’infittisce). Intendiamoci, non è che di norma dia in pasto all’autoradio album tardo psichedelici a casaccio, tanto per vedere dove vanno a parare . Ne ho troppi da ascoltare e riascoltare – e troppo poco tempo per farlo come si deve – per potermelo permettere. Solo che stavolta è andata più o meno così, e questa mancanza di cornice “erudita” ha reso l’ascolto, per così dire, puro, al punto da sembrarmi più lucido, penetrante, affilato. Un ascolto – ebbene sì – come si deve.

Pellicola

Si dice di un disco che sia invecchiato bene o male, o abbastanza bene o abbastanza male, secondo di quanta muffa dobbiamo grattargli via prima che c’irretisca i padiglioni auricolari. Bene, dovremmo riconsiderare il valore e il sapore di quella muffa, tanto più oggi che fior di produttori e fior di band si lanciano come segugi a caccia di quel suono, di quelle soluzioni, addirittura di quegli stessi strumenti (White Stripes docet). Che sia una muffa allucinogena? Forse, visto come ci trasporta altrove e altroquando, pennellando sul greve scenario quotidiano una specie di pellicola, come una sottilissima lente deformante attraverso la quale tutto è lo stesso ma anche tutt’altro. Migliore? Sì.

Decolli

Prendete White Bird, la traccia d’apertura: mi ha letteralmente inchiodato, non so quante volte l’ho mandata in repeat prima di passare alla successiva. La furbetta introduzione di sitar, il bordone levitante d’organo, lo sfarfallio cartilaginoso di percussioni e batteria, quella calligrafia puntuta di chitarra, le evoluzioni e involuzioni di violino, quelle voci pervase di flemmatico delirio… Ascoltarla è come decollare nella p(l)ancia dell’aeroplano Jefferson per poi tuffarsi in un acquario pieno d’orzata & acido allestito dagli High Tide, tra seppie con sguardo cupo Dirty Three e cavallucci marini illanguiditi da malinconie Tindersticks. Sento il sangue frizzare come se mi fossi sparato in vena l’idrolitina: erano mesi che non mi capitava.

(Pre)veggenze

Notevole anche il valzerino psicoattivo di Girl With No Eyes: è d’harpsichord e chitarra la trama in cui s’avvolgono canto e controcanto – i Fairport Convention a un falò notturno sulla spiaggia di Santa Monica – più il volo basso d’organo e violino a masticare il lato scuro dei pensieri. E che dire della sorprendente prefigurazione Low che mi procura Bulgaria, uno stridio d’organo a fare da sfondo alla minaccia ombrosa dei versi, la speranza allarmante del chorus che sale in sella al piano per un crescendo frenetico e dolciastro, e infine quella coda spaziale, nera e densa, impenetrabile.

Prestiti

A dire il vero so un’altra cosa a proposito di questo disco, che contiene cioè quella Bombay Calling presa per così dire “in prestito” dai Deep Purple per confezionare la monumentale geremiade di Child In Time. Ok, ero preparato a una somiglianza, ma – eccheccazzo – quel riff è identico. Proprio uguale, qui soltanto meno compatto, più sfarfallante e nevrastenico, affidato a una giustapposizione di “voci” (violino, celeste, organo) che lo riscaldano fino al calor bianco, prima di gettarsi in una lunga sezione strumentale (chitarra scabra, percussività esagitata, organo doorsiano, cori e violino pescati nel Gange…) che sprimaccia le coronarie. Pensa te, i cari vecchi Purple…

Orge & bolgie

Resta da dire di una Hot Summer Day che imbastisce un country psych (l’armonica sorniona, l’organo scenografico, il wah wah mesmerico) tra Jefferson Airplane e Animals, di quella Wested Union Blues che manda allo sbaraglio un piano ebbro, la chitarra più devastata che distorta, voci dalla sordida flemma pseudo-glam in orgiastico funk-blues, e soprattutto della conclusiva Time Is che per quasi dieci minuti alterna delirio boogie e bolgia garage, serialità kraute e sabba wave, mordace e languida come i primi Roxy Music, scellerata e psichedelica come certi Ten Years After (c’è pure l’immancabile assolo di batteria, che però – bontà sua – si ferma un attimo prima di romperci i coglioni). Tirate le somme, un fottuto capolavoro.

Inversione

Il passo successivo per gli It’s A Beautiful Day fu, narrano le cronache, un album country dal titolo Marryng Maiden. Inversione stilistica – peraltro allora abbastanza in voga – che mi allibisce e intriga ad un tempo. Cercherò il disco. E di non saperne altro.

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