Il coraggio del senso: Silvia Rocchi – Brucia

Ieri mattina ho aperto gli occhi molto presto, troppo presto. Mi capita sempre più spesso. Con gli anni dormire sta diventando, come dire, faticoso.

Mi accade soprattutto, chissà perché, la domenica. Mi sono alzato, facendo piano per non svegliare mia moglie, i miei figli. Mi sono preparato il caffè, una tazza generosa, che ho bevuto in terrazza. Faceva fresco, indossavo una maglietta troppo leggera, ma ho lasciato fare. Poche auto in giro, la domenica mattina. Niente vento. Siepe e magnolie, immobili.

Finito il caffè, ho preso la mia decisione: avrei letto un fumetto, uno dei due volumi che attendevano da qualche giorno. Ho deciso per Brucia di Silvia Rocchi. Malgrado la stanchezza, provavo una sensazione piacevole. Una graphic novel dai toni cupi, il divano, il silenzio addormentato della casa: non potevo chiedere di meglio alla mia quasi-insonnia.

Brucia è un racconto asciutto, dai tratti crudi ma dal passo accorto, non so se più delicato o distaccato. Il bianco e nero della matita scontorna i personaggi limitandosi alla loro essenza, quasi volesse suggerirci che sono già un’impronta mnemonica, una presenza postuma.

La natura che circonda l’indefinito paese toscano dei primi anni Ottanta, teatro dell’azione, è resa con un’asprezza inquietante, una specie di vitalità spettrale, mentre le abitazioni – e la grande fabbrica siderurgica – al contrario incombono sterili, mute, cementizie. Fin dalle prime pagine si avverte l’inevitabilità di una cesura narrativa che arrivi a spezzare le aspettative diversamente grigie di Tamara e Maria, amiche divise dall’estrazione sociale e da almeno dieci anni di età (la prima è studentessa di liceo nonché figlia di una dirigente dell’azienda siderurgica in cui la seconda lavora come addetta alle pulizie) ma unite da un simile impasto di apprensione e insoddisfazione verso ciò che sta accadendo alle loro vite. Il futuro le opprime come una cappa di cui non scorgono (non scorgiamo) il perimetro.

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Piccola nota a margine: ho preferito leggere in perfetto silenzio, ma se avessi deciso di mettere un po’ di musica – come amo spesso fare – avrei trovato particolarmente appropriati, chessò, i Black Heart Procession (anche se con gli anni Ottanta non hanno molto a che fare).

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Nello stallo apparente in cui si sviluppa la prima parte della vicenda ho avvertito palpabile la tensione verso una cesura che, appunto, conferisse un senso. Un senso necessario, anche a costo di ottenerlo attraverso la grammatica della tragedia. Quando la cesura accade – perché sì, certo, accade – l’autrice non calca la mano, lascia soltanto, si fa per dire, che questa energia maligna, distruttrice ma in un certo senso risolutrice, affiori sulla pagina con i toni del rosso, del fuoco. Quello che dalla catastrofe risulta, quello che resta, non è solo dolore, ma una consapevolezza nuova.

Anni dopo, Maria dice a Tamara che non cerca consolazione, non vuole darsi pace, anzi la pace è proprio ciò che non vuole. Al contrario, vuole restare “con i piedi per terra”. Se esiste un modo di conferire senso a ciò che è stato – e che continua a essere nel quotidiano, come dimostra il ménage familiare di Tamara, nel frattempo divenuta moglie e madre – coincide col tenere sempre presente, in ogni momento, cosa mettiamo in gioco quando progettiamo il nostro tentativo di vivere, da soli o nelle dinamiche affettive e sociali. Quello che dobbiamo conquistare, quindi, è la consapevolezza della frattura tra destino individuale e collettivo, e quanto prezioso – perché irripetibile, e fragile, volatile – sia il tentativo di superarla, di produrre un futuro che sia il nostro, che sia noi.

Silvia Rocca – Brucia (Rizzoli)

Quando stavo per finire la lettura, ho sentito un rumore di passi leggeri. Era mio figlio. Semi-addormentato, si è seduto accanto a me sul divano, ha mormorato qualcosa, poi si è sdraiato, poggiando la testa sulle mie gambe. Gli ho carezzato i capelli, corti e fitti sulla nuca. Con quei ricci e le ritrose biondicce, i suoi capelli somigliano così poco ai miei (ovviamente mi riferisco a quando avevo ancora abbastanza capelli da poter confrontare). In questi giorni è un po’ contrariato perché sta per ricominciare la scuola. Ha solo otto anni, è presto per tutto, eppure anche per lui il futuro sembra un’ipotesi sempre più concreta, una prospettiva che si avvicina velocemente reclamando una direzione, attitudini, capacità, carattere.

Mentre continuavo a carezzargli i capelli, si è riaddormentato. A quel punto, non so perché, mi sono concentrato sul mio dito indice: metà della prima falange finì dentro una cesoia a ghigliottina durante la mia prima esperienza lavorativa, più di trent’anni fa. Probabilmente non era la prima volta che perdevo qualcosa di definitivo. Non sarebbe stata la peggiore.

Ho ripreso a leggere. Sfogliate le ultime pagine, non ho chiuso subito il volume. Ormai era giorno fatto, il silenzio sembrava un po’ meno silenzio. Mio figlio, accanto a me, su di me, continuava a dormire. Il fatto che mio figlio si fosse svegliato e mi avesse raggiunto, tenendomi compagnia – dormendo – mentre finivo di leggere questa storia, mi è sembrata una circostanza ben poco casuale. Una sincronicità? Potrei esserne convinto, se solo credessi alle sincronicità.

Credo invece che sia nella nostra natura dare un senso, trovare un senso. Ne abbiamo bisogno: è quello che ci mantiene interi quando dalla trama delle abitudini affiora il nostro scorrere tra le cose, la nostra natura di passeggeri dalla limitata importanza e ben poca autonomia. Il problema è che cercare un senso, trovarlo, ha quasi sempre un costo. Non possiamo tirarci indietro, dobbiamo farlo, e ha un costo. Le monete sono: fatica, amarezza, delusione, insoddisfazione, perdita, dolore. E coraggio. A partire dal coraggio che serve per raccontare nel modo giusto la crudeltà del meccanismo. Come Silvia Rocchi, con Brucia, ha saputo fare.

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