Awakening Songs #19: Scisma – Jetsons High Speed

scisma

Io che so non significa nulla
Io che so non significa niente

L’altra sera, tra una chiacchiera e l’altra, abbiamo finito per nominare i Venus, band belga che ebbe un rapido momento di gloria tra vecchio e nuovo secolo grazie a un album – Welcome To The Modern Dance Hall – che decantava & battagliava rock con armamentario cameristico e passionalità decadente (giustificando la ragione sociale mutuata da Venus In Furs dei Velvet Underground). Di colpo mi è quindi tornata in mente la canzone che più ho amato di quel disco, I Am The Ocean, scritta da Marc A. Huyghens – cantante appunto dei Venus – e da Giorgia Poli. Quest’ultima era (è) bassista degli Scisma, che difatti pubblicarono anch’essi una loro versione di I Am The Ocean. Mentre i belgi ne fecero una ballata ondeggiante e malinconica (all’epoca avrei scritto una cosa tipo: “un battello carico di lirismo irrequieto con le vele gonfie di archi desolati“), la band guidata da Paolo Benvegnù, beh…

Le due versioni vennero incise presumibilmente nello stesso periodo, dal momento che videro la luce nei rispettivi album, usciti a poche settimane di distanza tra settembre e ottobre 1999. Al di là della melodia, ben riconoscibile, le differenze di arrangiamento e di mood le pongono su piani espressivi assai diversi. Come in tutto Armstrong, il loro secondo album, gli Scisma dimostrarono una spiccata attitudine per lo spaesamento formale, da realizzarsi con disarticolazioni ritmiche, svolte e giustapposizioni stilistiche, una modulazione vertiginosa delle dinamiche e il sistematico contrasto tra le voci (di Paolo e di Sara Mazo).

armstrong

Ascoltai molto quel disco, amando la sua pensosità farneticante, la disponibilità a prendersi il rischio della furia e della poesia, quello scavare cunicoli nella pancia del suono alla ricerca di vene nascoste (una psichedelia androide ed esausta, i cortocircuiti pop sul punto di incendiarsi, le vampe e gli abbandoni jazz), la temerarietà con cui si giocava la carta della seconda e decisiva occasione (dopo il celebrato esordio Rosemary Plexiglas).

Sopravvivo al contrario di me
Ciò che so che non significa nulla
Ciò che so non significa niente

Ma di Armstrong conservo un ricordo in parte amaro, perché per molti anni ha coinciso con il canto del cigno degli Scisma, il disco con cui loro – assieme a molte delle speranze che riponevo nel rock italiano – consumarono l’ultimo passo prima della dissolvenza. Accantonata (o messa in pausa, come poi abbiamo visto) la band, Paolo Benvegnù decise di seguire la propria strada, realizzando lavori a proprio nome di livello considerevole, il cui principale difetto coincide con la loro più rilevante qualità: testi e musica s’intrecciano in una trama densissima, confidano nelle possibilità della canzone al punto di trascinarla fino a quote dove si respira la rarefazione abbacinante della poesia. I dischi di Paolo Benvegnù chiedono molto all’ascoltatore. Sono bellissimi, ma spesso sono troppo.

Da dove vengo? che cosa ho perso?
Don’t ask how you feel
Don’t ask who you are

Con gli Scisma era diverso. Benvegnù era parte di un sestetto in cui la sua impronta risultava decisiva ma non totalizzante. Limitandosi alla sua controparte canora, di Sara Mazo potrei dire che non era (non è) solo l’altra voce degli Scisma, ma la voce che fronteggiando quella di Benvegnù – la sua propensione all’eccedersi, al tracimare – ne ribadiva il perimetro, obbligandola a rispettare codice, spazi e tempi della canzone. La voce di Sara era – è – un delizioso controsenso, la controparte innocente e quasi fanciullesca del timbro nevrastenico di Paolo, ma che proprio dall’intensità sconcertante di questo contrasto ricava(va) riflessi insidiosi. Compresenti o alternate, le due voci diventano (sono) una, quella di un’anima scissa che tenta di recuperare una coerente seppur complicata singolarità, mentre attorno a lei tutto spinge per la frammentazione, la slogatura sentimentale, la sfaccettatura emotiva.

E se sono il contrario di me, da che cosa mi sento diverso?
Se io muoio d’amore per me di un amore malato e perverso
Ma io sono il contrario di me da che cosa mi sento diverso

Un paio di mattine fa mi sono svegliato con Jetson High Speed in testa. Il motivo? Probabilmente perché la sera prima mi sono addormentato ascoltando Armstrong. Non ricordo su quale canzone ho smesso di ascoltare, di pensare, e mi sono semplicemente abbandonato fino a farmi inghiottire dal sonno. Ricordo nitidamente l’inizio di Simmetrie e il conseguente magone: poi, soltanto oblio. Armstrong è un album complesso, ambizioso e febbrile. Di cui Jetsons High Speed rappresenta il cuore trafelato, la poetica folgorante. Non la migliore canzone degli Scisma, no, eppure è quella che sembra concentrare in uno spasmo la loro prassi espressiva, le folate dolciastre e i fantasmi urticanti dell’inquietudine: quelle apparizioni di archi, l’elettricità radiante, tutto un habitat sonoro e mentale che sembra emanare dal rovello stesso delle parole.

Se cadere è un’armonia
(Don’t ask me how you feel
Don’t ask who you are)
Ciò che so non significa nulla

Da qualche anno gli Scisma si sono riuniti e risultano tuttoggi in attività. Probabilmente, come altre band dei 90s, il loro senso rimarrà legato a quei giorni. In ogni caso, resta uno dei gruppi che più di altri – a dispetto della ristretta discografia – ha saputo lasciare una traccia indelebile, il senso di una calligrafia propria, il tutto seguito da un nugolo di rimpianti e nostalgie variegate.

Forse mai come oggi mi è chiaro quanto siano stati – in quello spegnersi di secolo e millennio, nella consapevolezza della fine irreversibile dei miei vent’anni – una colonna sonora cruciale.

 

Qui le altre Awakening Songs

Annunci

2 commenti

  1. Li ho visti alla Latteria Molloy di Brescia tre anni fa. Per Sara il tempo pare sia una scelta, non una costante. Timbro, presenza scenica, luce negli occhi, fisicità immaginifica. Paolo sempre preda dei suoi demoni, salvo sorriderti e abbracciarti sempre quando lo vai a salutare (contento in cuor suo che non gli hai chiesto l’ennesimo selfie). La band osserva quasi con sorpresa il pubblico tra una canzone e l’altra. Davvero magnifici. Bravo a ricordarli, Stefano.

    Piace a 1 persona

    • Erano meravigliosi, non privi di difetti, ma meravigliosi. Prendevano tutte le derivazioni, le influenze più o meno modaiole e le accartocciavano, le usavano per spiccare il volo tra i loro incubi, miraggi, visioni, nevrosi, meditazioni, demoni eccetera. Contavo davvero molto su di loro, mi amareggiò molto quando staccarono. Grazie Riccardo.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...