Il furore, la tenerezza: Micah P. Hinson and the Gospel of Progress

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Il 6 settembre del 2004 usciva Micah P. Hinson and the Gospel of Progress, l’album che ci consegnava un nuovo cantautore su cui riporre la speranza in qualcosa di segnante in ambito folk-rock.

Schivo, tormentato, riluttante, a quel magnifico esordio Micah ha fatto seguire altri nove album, talora lancinanti, a volte velleitari, quasi sempre imprevedibili. Tutti all’insegna di una narrazione priva di compromessi, spigolosa e visionaria, pericolosamente vicina al bordo della strada, sempre sul punto di scivolare giù e ribaltarsi.

Di seguito una breve recensione uscita sul Mucchio nel 2014.

***

Micah P. Hinson – Micah P. Hinson and the Gospel of Progress (2004)

L’anagrafe, nel caso di Micah P. Hinson, più che un indizio è una prova provata. Cresciuto ad Abilene, Texas, dove si trasferì che di anni ne aveva quattro, è però nativo di Memphis, Tennessee. Vale a dire che il demonietto sonico doveva covargli dentro fin dalla culla, per poi esplodere assieme alla virulenta smania adolescenziale. La provincia soffocante, la castrazione morale di una cultura bacchettona, e il giovinastro ribelle che finisce per bruciarsi tra relazioni pericolose, droghe e notti in gattabuia: tutto così iconografico, no? Ma vero. Vero come quel furore destinato ad incanalarsi in forma di musica, eventualità più necessaria che probabile. Un po’ come la trasferta oltre oceano, in quel di Manchester dove registrò assieme agli Earlies dei fratelli Madden un album di debutto destinato a ribadire che il folk (o meglio il folk-rock, ad esser più precisi ed altrettanto vaghi) troverà sempre qualcuno disposto a farsene carico. A farne la propria voce.

Nello specifico, una voce densa e febbrile, autoritaria e vibrante, scossa da conati di tenerezza e acida apprensione. La capacità di muoversi duttile in una miscela di generi affini (blues e gospel, country desertico e processioni gotiche…) e la naturalezza impetuosa, fecero sì che quell’esordiente spuntato dal nulla – coi suoi 22 anni tribolati e l’aria da nipotino schizzato di Elvis Costello – riuscisse a reggere tranquillamente il confronto con mostri (già) sacri quali Will Oldham o Black Heart Procession. Carte giocate bene fin da subito, con urgenza e senza bluffare, come chi brama più lo slancio della vittoria.

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