Incidente ideale: i dEUS

deus

I miei ricordi dell’estate di venti anni fa hanno per colonna sonora soprattutto le canzoni di questo disco, la loro fibra morbida – sorprendentemente morbida – però striata di insoddisfazione, di una febbrile, vibrante, accattivante incompiutezza.

Amavo così tanto i dEUS che la svolta di The Ideal Crash mi provocò sconcerto, poi addirittura rabbia. Ricordo benissimo le sensazioni del primo ascolto: non potevo, o non volevo, crederci. Dopo un altro passaggio, lo detestavo. Com’è possibile, mi chiedevo, che il meraviglioso equilibrio tra impeto post-punk, estro psych, destrutturazioni zappiane e inquietudini mitteleuropee avesse ceduto il passo a questa minestrina pop-rock diluita di elettronica? Eppure, dopo una prima fase di rifiuto, ripresi ad ascoltare. E continuai.

Il resto l’ho raccontato qualche anno fa – troppi anni fa – nella mia rubrichetta Loser sul Mucchio.

***

dEUS – The Ideal Crash (1999)

idealcrash

Sacrilegio

Ne parlavano le solite riviste specializzate e qualche radio occhiuta (non più di un paio, dalle mie parti): stava per uscire In A Bar Under The Sea (1996), seconda prova dei belgi dEUS, i pazzeschi autori del febbrile Worst Case Scenario (1994), di cui all’epoca – ahimè – avevo solo sentito parlare. Sarà stata la provenienza desueta¹, oppure il sarcastico sacrilegio di quella ragione sociale (mutuata da un pezzo dei Sugarcubes) che investe il gioco delle maiuscole e minuscole di riverenza capovolta², fatto è che il bisogno di conoscerli mi prese intenso, pressante, improcrastinabile. Dal mio pusher di fiducia però l’album d’esordio latitava, così mi gettai su quella specie di ep in low price, oggetto ignoto dal titolo scabro e dissennato: My Sister Is My Clock (1995), una sola traccia per venticinque foschi minuti di trapassi emozionali senza soluzione di continuità, 13 folgoranti canzoni liquefatte in un unico piano sequenza durante il quale i Pavement si fanno un giro assieme a Mingus tra insidie The Fall nel bus bieco e salace di Frank Zappa. Neanche a dirlo, ne uscii stravolto.

Rollercoaster

Cioè, comprendetemi: in fondo nasco e cresco canzonettaro, ho il DNA plagiato da strutture anche desuete e spigolose – siano esse, chessò, tessiture minimali o lunghi excursus jammati – però sempre riconducibili a qualcosa che sia centro emotivo, verso-bridge-ritornello, argini cui tendere comunque, sia pure per tracimare. Capirete perché quel manufatto sordido e sgangherato, capace altresì di laceranti aperture melodiche, fu in grado allo stesso tempo di affascinarmi e atterrirmi. Non era che una piccola cosa, d’accordo, ma aveva aperto una breccia insanabile: nella quale deflagrò di lì a poco Worst Case Scenario. Fu un’infatuazione di quelle che per giorni non c’è posto per altro, rollercoaster di emozioni in bilico, sciarada di nebbioline perniciose, parata di strepiti e singulti sentimentali. Va da sé che il freschissimo In A Bar Under The Sea sulle prime mi deluse un po’. Partenza e arrivo erano gli stessi, ma nuova era la strada, le curve più dolci, i saliscendi spianati. Un disco tutto sommato notevole – due grandissime canzoni in mezzo a buone canzoni e giusto un pizzico di (precoce) maniera – ma non all’altezza delle aspettative. No, non poteva bastarmi.

Leggerezza (fatale)

Poi, The Ideal Crash. Marzo 1999. Appena un assaggio e subito mi prese la risolutezza di lasciarlo sullo scaffale. Aspettai qualche giorno, qualche settimana, passò la primavera e quindi – il sole fuori, il sole dentro – ci riprovai. E mi feci prendere senza tante storie. Anzi, a dire il vero una storia c’è, una storia c’è sempre, e pure grossa. Ma la tengo per me (scusate). Vi basti sapere che di quell’estate questo disco fu maniacale colonna sonora, ne bruciai ogni bit, lo confusi con la sabbia e il buio, lo spalmai su chilometri e attese, ne succhiai il sangue giovane fino allo sfinimento. Infatti, finì. All’improvviso. Come si spegne una luce, con la leggerezza fatale di cui muoiono le speranze e le convinzioni. Da allora, da quel settembre (nero) a pochi giorni fa, l’avrò rimesso tre volte, mai per intero.

Dendriti

Che cosa dovrei pensarne, quindi? Bocciarlo senza appello solo perché mi ha – con ogni evidenza – stancato? Svenderlo al primo robivecchi che capita? Riflettiamo: è uno dei pezzetti di plastica cui più volte ho concesso di girare, un qualsiasi economista ne decanterebbe l’ammortamento in brillanti convegni internazionali, anche il più cialtrone degli psicanalisti ne stanerebbe tracce indelebili in quella melma d’inconscio che mi ritrovo in mezzo agli orecchi. Inoltre, mi capita spesso di avvertirne l’impronta in molte produzioni recenti o recentissime, perlopiù tra i ranghi della cosiddetta “indietronica”, anche specificamente italica come dimostrano l’esordio di Goodmorningboy³ o il recente Yuppie Flu. Sì, perché in sostanza The Ideal Crash rinuncia quasi del tutto all’eclettismo bislacco e stordente, raddrizza e dolcifica pure la vocetta asprigna di Tom Barman, accantona i dEUS per come li conoscevamo appropriandosi di forme e strutture – ebbene sì – pop, o meglio di quel pop irrequieto e romantico che uscì dalla cura di kraut fatiscente ed effervescenze new wave, divenuto nel tempo giocoso e dolciastro senza mai perdere di vista l’urgenza, la nevrastenica contiguità col presente.

Coitus (interruptus)

Dieci pezzi ben scritti, arrangiati e interpretati: tuttavia – ahiloro – irrisolti. La causa va ricercata nella polpa stessa del suono, dalle notevoli discendenze (fremito androide à la Kraftwerk, tepore digitale New Order, sfarfallio trepido Smiths, cuore ombroso Echo And The Bunnymen, allure sconcertante Flaming Lips…) però sospeso in una specie di coitus interruptus formale, a un passo appena dalla soluzione decisiva perché bramoso di normalità, inabile ad affrancarsi da ciò che è stato, refrattario in partenza all’inaudito. È così in The Magic Hour, pur col suo bell’arpeggio circolare, la melodia in penombra, gli svolazzi evanescenti degli archi e le improvvise asperità di chitarra. E nella composita “allegria” di Instant Street, così propensa al mesto scompaginarsi del ritornello su percussionismo latineggiante, fremiti di dobro e archi in mulinello prima del pestaggio di watt conclusivo. Ogni traccia, un conforto per anime appagate: il fantasma cosmico annidato in One Advice, Space, l’emulsione di sconcerto ipermoderno e tremore folk-prog di Dream Sequence #1, la ripida scala techno ibridata R.E.M. col fiato strozzato di The Ideal Crash. E soprattutto Everybody’s Weird, che ha il non trascurabile merito di sventagliare electro-rock talmente aggiornato da mimetizzarsi comodamente tra gli ultimi gridi (cibernetici) dei nostri giorni.

Sintonie

Ingredienti DOC per un piatto dai sapori sfuggenti, alfiere del sempre più organico sincretismo analogico/digitale nel momento stesso in cui sceglie – lucidamente – di sfrondare il fusto dEUS e farne pianta più snella, sensibile al vento di mode e modi. Insomma, un disco inspiegabilmente intrigante e maledettamente ordinario. Nondimeno, ci deve essere qualcosa di anomalo e sbalorditivo annidato nella strisciante inconcludenza che lo innerva: immagino sia questo il motivo per cui torno oggi ad ascoltarlo con una certa regolarità. Stupito, almeno un po’, della sintonia pressoché intatta su frequenze che mormorano il linguaggio del cuore. Non me lo spiego, e non m’importa. O forse sì.

¹ voglio dire, quali musicisti ci aveva offerto il Belgio all’epoca? Plastic Bertrand? Ok, di lì a poco avrei conosciuto i Venus e i Girls In Hawaii e mi sarei in parte ricreduto…

² come se volessero dissacrare e dissacrarsi con un’inversione gerarchica di maiuscole/minuscole, qualcosa tipo: il contrario delle divinità. Non ho mai trovato conferme riguardo a questa interpretazione (forse non le ho mai cercate abbastanza)

³ al secolo Marco Iacampo, ex-Elle, oggi apprezzabile e abbastanza apprezzato cantautore (in italiano) col nome Iacampo.

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