Epitaffio grunge: No Code dei Pearl Jam

Il 27 agosto del 1996 – 5 anni esatti dopo l’esordio di Ten – i Pearl Jam pubblicavano No Code, un album che ho amato per molti motivi, non solo musicali. Eppure, chissà perché, non ne ho mai scritto: non una recensione, non un articolino, niente. Non potevo però evitare di citarlo in The Gloaming, di cui riporto qui un estratto.

***

Del crogiolo di Seattle, già nel ’97 era rimasto poco di rilevante. Imperversavano band agilmente categorizzabili alla voce post-grunge, fautrici di una proposta immediatamente riconoscibile, ben codificata, rassicurante. E perciò baciata da un considerevole successo. Non certo a caso, le più celebri di queste band non avevano nulla a che fare con Seattle: i Creed venivano da Tallahassee, Florida, i Nickelback da Hannah, Canada, e i già citati Bush addirittura da Londra. Detto questo, se sommiamo i circa trenta milioni di copie vendute in carriera dai Creed e dai Bush alle cinquanta dei Nickelback, rischiamo di ottenere un numero superiore all’intero venduto del grunge “storico”. Grunge che nel 1997 vedeva una band – appunto – storica come i Soundgarden chiudere i battenti dopo il tentativo di svincolarsi dai cliché col controverso (e a tratti deliziosamente beatlesiano) Down On The Upside.

L’altra e più rilevante band sopravvissuta, i Pearl Jam, aveva battuto un colpo importante l’anno precedente con No Code, producendosi in una raccolta ben poco commerciale che provava, non senza segni di stanchezza, a ricollocare nel fare (e nel farsi della) musica in studio il centro poetico del fare musica. Pur con qualche caduta d’ispirazione, No Code si rivelò un ottimo album e il migliore epitaffio possibile per il grunge: un rock che non perseguiva una “dimensione alternativa” ma tentava anzi di essere mainstream fuori da logiche strettamente commerciali, alternando asprezza hardcore e ballate trepide che sembravano galleggiare nel pulviscolo e tra gli odori di valvole della sala d’incisione. Ho amato quel disco, i suoi sfoghi melodrammatici a muso duro (“Smile”) e le meditazioni esistenziali in bilico tra scetticismo e misticismo (“Sometimes” e soprattutto la bella “Present tense”: «Do you see the way that tree bends? Does it inspire?»). Due anni più tardi però, imbarcato il batterista Matt Cameron orfano dei Soundgarden (in sostituzione del ben più ruvido e basale Jack Irons), con Yield i Pearl Jam dimostrarono di non possedere le doti necessarie per mantenere i piedi in due staffe: troppe le concessioni al rock cosiddetto AOR, troppi gli ammiccamenti radiofonici (la didascalica “Wishlist”, quella “Given To Fly” che deve a “Going To California” dei Led Zeppelin più di qualcosa), soprattutto la sensazione di un tentativo ingegneristico di tenere in piedi la baracca, ammiccando timide sperimentazioni in un sound ormai prevedibile anche nei momenti di maggiore ispirazione (“Do The Evolution”).

Superati i trent’anni di età, i Pearl Jam sembravano pronti a campare di rendita. Cosa che – puntualmente, generosamente, professionalmente – hanno fatto fino ad oggi. La loro parabola è un paradigma, come anche quella degli Oasis e di altri gruppi grunge e britpop: l’esplosione dei due “generi” tra la fine degli anni Ottanta (il grunge) e i primi anni Novanta (il brit), non coincise con la sintesi di nuovi linguaggi ma rispose al bisogno di restituire in tempo reale ai ventenni la scossa che aveva caratterizzato (quei giovani lo sapevano benissimo) la cuspide tra anni Sessanta e Settanta. Venute a cadere le forti pressioni ideologiche dei Settanta e Ottanta – in realtà trasformate in uno scenario diverso, politicamente stravolto e abbagliato dalle nuove prospettive tecnologiche ed economiche – al rock si chiedeva di rientrare alla base, di recuperare la genuinità delle forme e degli intenti, un’immediatezza che partendo dal post-punk uccidesse il no-future furibondo del punk per concentrarsi su un “present tense” non certo progressivo però consolatorio, assolto dal mito della genuinità del sentire e dell’esprimere.

3 commenti

  1. Anche quando lessi direttamente dalle pagine sottolineate a matita di The Gloaming, ebbi modo di obiettare silenziosamente con me stesso, sulla laterale definizione di No Code come epitaffio Grunge – nonostante le tue argomentazioni reggano molto più delle mie-.
    Se un epitaffio bisogna scrivere, mi è più congeniale Vitalogy, nonostante mantenga tutte le caratteristiche (e le scorie in putrefazione) di quello che era nato come Sound of Seattle. Era un disco che nei Pearl Jam segnava il cambio di leadership (Gossard/Ament Vs Vedder) e forse era il miglior compromesso post-Cobain possibile. Aveva quella rassegnazione fiera, un rigolo di smarrimento, di indecisione sulla strada fin allora percorsa, come se ti sussurrasse ‘tutto questo, potevamo farlo meglio?’.
    Poi a dirla tutta, ma proprio tutta, la mossa Foo Fighters è stata per me la definitiva pietra tombale di quello che in fondo non è mai stato un genere musicale, semmai un’allitterazione di chitarre distorte e rigurgiti generazionali.

    No Code incece è stato un grande – mancato- what if, che purtroppo non ha trovato entusiasti eredi: non per mancanza di coraggio, semmai per uno sfortunato tempismo, una fretta non procrastinabile, una vicinanza a quello sbiadito ricordo del terribile 1994. Almeno secondo me.

    "Mi piace"

Rispondi a Pillolemusicali8bit Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...