Awakening Songs #18: Mojave 3 – Prayer For The Paranoid

I´ll send you a letter
From the front line
Please send applause
And some good advice

Ecco. Mi tengo stretto alla sensazione tipica da: sembra ieri. Ma sono quasi vent’anni. E quella linea del fronte che credevo (credevamo) di avere attraversato, non era che una riga tracciata col gesso, come quelle che fanno (facevano) i bambini sull’asfalto. Altri crinali, confini, linee del fronte avremmo attraversato per arrivare fin qui.

You were born with a compass
A map on your table
Tell me how did you find out
Your bearings were wrong

Questa canzone. Dal cuore di un disco che significava, in qualche modo, rimettersi in viaggio. Ma non era vero.

Just pray for us
Pray for sunshine
These days are cold
And I´m missing you

Non ho mai creduto che fosse un grandissimo disco, quel disco. Eppure, aveva un significato forte. Per quei giorni. Per ciò che era. Per quello che rappresentava. Perché non capita quasi mai, no. Ma quando capita, fa bene al cuore. Intendo: lasciarsi alle spalle una strada ricca di bellezza perché è arrivato il momento di imboccarne una nuova, perché la bellezza va inseguita e cercata, sempre. A metà anni Novanta gli Slowdive avevano finito di dire ciò che avevano da dire, ed ebbero il merito di prenderne atto.

Quindi Neal Halstead, Rachel Goswell e il tastierista Ian McCutcheon decisero di avviare una nuova impresa, gettarsi alle spalle le caligini malinconiche, il romanticismo esoterico con avvitamento lento nell’abbandono dello shoegaze, ed eccoli alla guida di una nuova band, dal significativo nome di Mojave 3¹. La ragione sociale alludeva al celebre deserto californiano, visto però da lontano, dal lato sbagliato dell’oceano (Reading, UK, per la precisione). Più che un luogo geografico si trattava quindi di una proiezione mentale, un sentimento (letterario, cinematografico), forse persino un desiderio che si fa attitudine, angolazione emotiva.

Sfornarono due buoni dischi – Ask Me Tomorrow del ’95, Out Of Tune del ’98 – per poi azzeccare il capolavoro anche (relativamente) commerciale con Excuse For Travellers, uscito nel maggio del 2000 sempre per la 4AD. Il gruppo era ormai un quintetto (nel frattempo furono raggiunti da Simon Rowe e Alan Forrester) e le suggestioni country folk si stiepidivano con fluidità aggraziata in un abbandono cremoso (slide o organo a vergare la calligrafia), decisamente potabile malgrado la fibra indolenzita e intimamente irrequieta. Non mancavano, in un disco acclamato – come si dice – da pubblico e critica, pezzi capaci di farsi strada nelle playlist radiofoniche (soprattutto In Love with A View col suo emozionante crescendo, o la più baldanzosa – e tuttavia amarognola – Return To Sender), ma la sua robustezza si doveva a una bella scrittura che ben si accordava con quelle sonorità da crepuscolo dorato, sospese in un’afflizione amniotica in cui galleggiavano poche ma segnanti scorie di amarezza.

Ora, se una Trying To Reach You ipotizzava punti di contatto tra Neil Young e Nick Drake, se Any Day Will Be Fine e Bring Me Home (quest’ultima affidata alla trepida voce della Goswell) sgusciavano l’anima più british portandosi con disinvoltura sul terreno dei contemporanei Belle And Sebastian e Beth Orton, nel complesso a prevalere era quel falso movimento tra inquietudine e immaginario, come se Halstead e compagni in realtà non potessero nascondere che si stavano muovendo in un paesaggio non loro, tra scenografie prese in prestito per allestire una pantomima struggente. Il Mojave visto da Reading, UK: figuriamoci.

Eppure, proprio questo consegnarsi a un luogo incongruo diventa il segno del loro autentico struggimento. Vedi il malanimo di Your Life In Art, con le movenze jazzy e lo sdrucciolare spazzolato di batteria in una dimensione letargica che sembra tendere allo stallo emotivo dei Red House Painters ma si ferma un attimo prima di cadere nel vuoto, o il passo da Neil Young (ancora lui) lasciato candire tra tromba e tastierine dreamy in When You’re Drifting. Il senso è – sembra essere – quello di un passo lungo che è rimasto volutamente a cavallo tra due sentimenti, luoghi poetici, culture, mondi. Come un ponte tra la necessità di quel sogno liberatorio e la coscienza del dormiveglia, quando un po’ lo sai e un po’ fingi di non sapere che il sogno si sfarina appena la realtà torna a occupare il centro della scena.

E qui, dove il sogno è una linea di confine stretta come un’amaca in cui farti cullare dall’indefinito, spunta Prayer For The Paranoid. Nulla a che vedere con gli incubi Radiohead: questo è un valzer che spiccia sconfitta e mancanza, due tracce vocali stropicciate sui due canali a srotolare rimpianto laconico e abbandono, l’arpeggio di chitarra acustica a cullare il cinismo morbido dei disillusi, e verso dopo verso si fa largo una disperazione rannicchiata che cede, lentamente, al desiderio di dolcezza, al bisogno di affidarsi ancora al desiderio, alla chiarezza della sua impossibilità.

I need laughter and love
Some special drug
I need cigarettes
There´s killers behind us
Devils ahead, send protection

Mi è entrata dentro da qualche giorno, non vuole saperne di andare. A volte capita, con certe canzoni. Hanno sempre – sempre – buone ragioni per farlo.

This letter was meant for your eyes
Destroy it and then just go hide
You´re the only thing left
That makes any sense
Please don´t blow it

¹ il “3” fu aggiunto quando si accorsero che esisteva giù un gruppo chiamato Mojave: visto che erano un trio, sembrò una buona idea, ed è difficile non concordare

Qui le altre Awakening Songs

Un commento

  1. […] Ecco, pensando agli American Music Club mi è venuta in mente tutto ciò. Quella cosa del prima e del dopo, soprattutto. Con particolare riferimento a California, terzo titolo per la band di Mark Eitzel, probabilmente il loro capolavoro. Un disco che tra le altre cose si fa carico, forse inconsapevolmente ma sistematicamente, di traghettare la tradizione folk-rock nel canone pop-wave. Per dire, ci sono già tutti i successivi Damien Rice nell’Americana contagiata wave di Pale Skinny Girl, così come Somewhere – tra agro piglio Petty e impeto Springsteen – s’inventa d’un botto Counting Crows e National, mentre il friabile trasporto di Blue And Grey Shirt prefigura le escursioni oniriche dei Mojave 3. […]

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