Esplosione differita: Third dei Portishead

La scomparsa dei supporti fonografici non mi amareggia tanto perché priva l’appassionato di un oggetto meraviglioso e di gesti a esso correlati, capaci di costituire un vero e proprio rituale e conferire all’ascolto i crismi dell’eccezionalità. Certo, si tratta di una perdita grave, che dovremmo tenere presente ogni volta che godiamo degli sbalorditivi servigi del nostro music provider. Tuttavia, mi sembra ancora più preoccupante la possibilità che ad andare perduto sia il senso di un disco per il tempo in cui appare, e per come in funzione di ciò sa entrare nella vita dell’ascoltatore. Qui per “disco” intendo ovviamente più il coagulo di una fase creativa che il contenitore, l’unità espressiva prima che una raccolta di pezzi la cui esistenza si deve più a scadenze contrattuali che altro (una casistica quest’ultima che comunque non esclude – certo che no – la possibilità del capolavoro).

Un disco, ad esempio, come il terzo album dei Portishead, Third, uscito nell’aprile del 2008, dopo dieci lunghi anni di silenzio. Grande fu la sensazione dei primi ascolti, eppure qualcosa non quadrava. Non so bene come spiegarlo, ma ci proverò: mi piaceva, però avvertivo qualcosa di postumo, come se la vena che attraversava le canzoni non appartenesse a quei giorni ma appartenesse a un altro tempo. La sentivo viva, certo, ma sbalzata dal presente, come se accadesse in differita. Risultato: Third mi sembrava un bellissimo disco ma incapace di raccontare il qui e ora. Forse, temevo, si trattava di un lavoro nostalgico, una delle tante dichiarazioni di resa che il pop-rock spacciava per impennate d’orgoglio in quella fase decisamente crepuscolare per le sorti del pop-rock.

Eppure lasciai aperto uno spiraglio alla possibilità che nelle canzoni di Third si nascondesse un potenziale inesploso, il passo lungo delle intuizioni lucide e profonde. Mi è capitato di riascoltarlo in questi giorni, ed ecco: non mi è mai sembrato tanto a fuoco, puntuale nel raccogliere le inquietudini di questo periodo così problematico e sfocato, efficace nel dare forma sonora al bisogno di recuperare una sensibilità forte rispetto a ciò che sentiamo e (quindi) siamo.

Adesso, dopo oltre un decennio, credo di poter dire: non era nostalgia, no, era uno scarto di lato per sottrarsi alla corrente, per ritagliarsi un tempo e un punto d’osservazione che fosse pienamente loro. E che perciò oggi è ancora lì, valido, intenso, lucido. Significativo.

Rileggendo la piccola recensione che scrissi all’epoca – e che ripropongo di seguito – sono felice di averci ritrovato i segnali di questa consapevolezza. La sensazione cioè di una carica sul punto di esplodere, che prima o poi sarebbe inevitabilmente esplosa. Una sensazione che un disco, spero, potrà ancora – sempre – portarsi dentro. E regalare. E raccontare.

***

Portishead – Third (Mercury/ Island, 2008)

portishead-third

Quello che più temevo dal ritorno dei Portishead, dopo un decennio di silenzio durante il quale non hanno smesso un attimo di essere punto di riferimento, era la finzione della continuità: ripartire cioè dall’ottimo secondo album anzi dall’eccellente Live At Roseland NYC fingendo che nulla nel frattempo fosse accaduto. Proprio non lo avrei sopportato. Avevo maturato una decisione: al primo scratch anche di soppiatto, ai primi sample gratuitamente cinematici, in qualsiasi modo insomma si fossero palesati i germi dell’autocelebrazione, tasto stop e fine della storia. Invece, niente di tutto questo.

Blame on me: malgrado la stima altissima che nutro per loro, ho peccato di sfiducia nei confronti di Barrow, Utley e Gibbons.

I quali con questo splendido Third dimostrano invece d’essere rimasti sintonizzati col presente (un presente profondo, se così si può dire), ci dicono che tutti gli anni trascorsi hanno plasmato corpo, idee e musica, facendone punto di osservazione irrinunciabile di questi tempi in questo mondo. Ebbene sì: i Portishead hanno fatto esattamente quello che dovevano. Si sono fatti carico della vita intercorsa, sono cresciuti consegnandosi a una maturità che nulla concede alla stanchezza, all’imbolsimento. Con un rigore e un’intensità – queste sì – indifferenti allo scarto temporale. Il risultato è un gran disco, che si ascolta con la sensazione di non riuscire ad apprezzarne del tutto il peso, il senso, la portata. Non ancora.

Come se il tempo accumulato rivendicasse altro tempo, un rilascio graduale di energia compressa, strutturata, organizzata in concrezioni fascinose e terribili, aspre e suadenti. Dove il blues e il folk trasfigurano come incubi aggraziati e chimere minacciose, l’elettricità e l’elettronica i mantici di un crogiolo il cui unico carburante è la sensibilità umana troppo umana, la visionarietà sempre al limite della turbolenza e un senso d’allarme a erodere gli argini alle metastasi emotive.

Tutto ciò dà vita alla bruciante kraut-wave di We Carry On (la ferita infetta che all’ultima Bjork non è riuscita), la melensa insidia da Gainsbourg cibernetico di Hunter, lo straordinario struggimento electro-funk (con quelle fantastiche pseudo-cornamuse) di Magic Doors, il prewar-folk asperso gospel di Deep Water, una The Rip che letteralmente decolla da delicato prog-folk a kraut siderale (non troppo lontana da certe traiettorie Radiohead), una Machine Gun che mitraglia ossessiva come una grottesca parodia industrial, eccetera.

Ogni pezzo una complessità risolta, scrittura, orchestrazione e interpretazione (la Gibbons a livelli di eccellenza) impegnate a intrecciare ordigni preziosi. A orologeria. Che al futuro demandano dense inesorabili esplosioni.

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