(Im)perfezione viva: Kind Of Blue

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Visto da qui, e volendo forzare la mano, il 1959 sembra l’anno che ha chiuso definitivamente i conti col dopoguerra, un’archiviazione del passato, l’accesso a uno stato mentale che da lì in poi avrebbe coniugato al futuro ogni azione, ogni creazione: il sentire, il pensare, l’agire.

Con Elvis sotto le armi e il rock’n’roll lontano dal farsi rock (e per qualcuno già morto dopo le prime, folgoranti stagioni), il jazz giocava ancora un ruolo centrale nell’immaginario, tanto in senso popolare che avanguardistico: era dai dischi jazz che ci si attendevano le situazioni musicalmente più eccitanti, il suono che raccontasse le vibrazioni, le tensioni, le forze attive nelle profondità del presente.

Da questo punto di vista, il ’59 fu senz’altro generoso, un anno di grandi dischi jazz, quello che vide autori come Mingus e Coleman pubblicare opere capaci di lasciare segni dirimenti, onde lunghe destinate a scuotere i Sixties e oltre. Ma nel cuore di quel 1959 – il 17 agosto – cadde sulla Terra soprattutto un disco: Kind Of Blue.

kindofblue

Il gruppo che Miles Davis mise insieme per l’occasione era (è) da leggenda: oltre al trombettista, annoverava Paul Chambers e Jimmy Cobb (contrabbasso e batteria), Bill Evans al piano (sostituito in Freddie Freeloader da Wynston Kelly), più due sassofonisti come Cannonball Adderley e John Coltrane.

Metabolizzate e oltrepassate (ma non dimenticate) le fasi be-bop e cool, refrattario (lo sarà sempre) alla nascente new thing, in questa “specie di blu” (il colore? la malinconia? il blues come genere musicale?) Davis volle – con la sua tipica, implacabile determinazione – esplorare i territori del modale. Non intendeva cioè superare le forme consolidate abbattendole: in Miles la rivoluzione doveva serpeggiare all’interno di un sistema di cui intendeva scuotere le fondamenta, che avrebbe scudisciato spesso con parole e opere al calor bianco, ma che in fondo non smise mai di rispettare. Il suo obiettivo era espandere le dimensioni in cui far accadere l’espressione, recuperare le prassi pre-settecentesche sviluppando le esecuzioni attorno a sistematici spostamenti del centro tonale, forzando così la dialettica tra costrizione e libertà.

Si trattava insomma di ampliare il vocabolario dell’improvvisazione ferma restando la riconoscibilità delle strutture, enfatizzare la funzione di fattori meno codificati (il mood, l’estro momentaneo) mantenendo tuttavia saldo il controllo sul disegno complessivo che le direttrici estemporanee dovevano tracciare. Come dire: c’era pur sempre – ci sarebbe sempre stata – una direzione, coordinate a cui aggrapparsi. Ma in Kind Of Blue ogni pezzo doveva somigliare a una cattedrale costruita sul vapore, o – se preferite – a una corda tesa sul buio, richiamo irresistibile per equilibristi formidabili.

Equilibristi, sì, ma anche architetti e visionari: i sette musicisti dettero vita a un disco definitivo, forse più approdo (di un processo evolutivo lungo almeno mezzo secolo o migliaia di anni) che decollo, in grado comunque sia di raggiungere quote stellari, di farsi centro attorno cui potremmo gravitare per sempre, sospesi in una soluzione volatile e densa di blues con aspersioni di classica e flamenco, riscaldata dal soffio caldo e misterioso di un jazz mai tanto madre, padre e archetipo, movente e sostanza, antico e futuro coagulati in un presente intimo e dilatato. Un jazz qui e ora che pure somiglia a una inestimabile – ma calda, umana – immanenza.

Se c’è un miracolo in questo disco – ed è un disco intriso di miracoli – è proprio il contrasto tra il rigore progettuale di Davis e il senso di improvvisazione fragrante delle esecuzioni, tableau vivant di palpiti rarefatti, di inquietudini pensose, di slanci vibranti e abbandono sfarinato. È così perfettamente vivo Kind Of Blue che è difficile permettersi un giudizio, perché è la concretizzazione mobile di un prodigio, una forma di bellezza proteiforme, tendente allo sconfinamento, al fuori scala. Tanto che non mi stupisce (né mi disturba) vederlo additato unanimemente come l’album jazz più bello di ogni tempo, anzi, l’album jazz per eccellenza: lo è anche per come sa far precipitare immediatezza e complessità in un unico momento, spingendo al collasso ascolto “alto” e “basso”, le categorie del “colto” e del “popolare”. È così bello Kind Of Blue che non lo indico quasi mai come il mio preferito di Miles Davis (in genere cito il più acerbo – si fa per dire – ‘Round About Midnight), perché è ovvio che partecipa a un altro ordine di cose.

aaa-miles-evansPensare che poche settimane dopo quelle sessioni Coltrane avrebbe inciso il gigantesco (!) Giant Steps, mi lascia senza fiato: tuttavia, ok, Trane era già Trane a quel punto. Più impressionante è enumerare i capolavori consecutivi che Bill Evans sfornerà nei mesi successivi: Portrait in Jazz, Explorations, Sunday at the Village Vanguard, Waltz for Debby… Per non dire delle carriere luminose di Adderley e dei sideman di lusso Cobb, Kelly e Chambers. È come se in Kind Of Blue si fosse consumato un movimento centripeto, un accumulo di energia, istanze, linee di forza, direzioni, che poi sarebbero tornate a espandersi lungo rotte imprevedibili (quelle di Davis, ad esempio), luminose e talora incandescenti (il pazzesco Coltrane dei 60s) ma lontane dal replicare la grazia e l’intensità di quel capolavoro. Del quale anzi – e opportunamente – neppure tenteranno di replicare il senso.

Kind Of Blue è composto di ispirazione, di intuizione, di irripetibile. È un monumento al jazz, ovvero alle sue possibilità nella visione di Davis. Eppure, non è strettamente jazz, è musica nera – ancora: nell’accezione davisiana – impegnata a guadagnare una dimensione universale, definendosi come disciplina di libertà capace di trascendere le angolazioni (diversità?) culturali nel momento in cui se ne nutre, consumando l’ascesa al massimo delle possibilità espressive come sintesi tra progetto e improvvisazione, civiltà e istinto, io e es.

Rispetto a tutto questo, le note del libretto affidate a Bill Evans (una scelta a mio avviso emblematica) sono illuminanti:

(… ) As the painter needs his framework of parchment, the improvising musical group needs its framework in time. Miles Davis presents here frameworks which are exquisite in their simplicity and yet contain all that is necessary to stimulate performance with sure reference to the primary conception. Miles conceived these settings only hours before the recording dates and arrived with sketches which indicated to the group what was to be played. Therefore, you will hear something close to pure spontaneity in these performances (… )“.

Come e più di ogni disco che adoro e che in molti strani modi mi ha cambiato l’esistenza, Kind Of Blue dimostra quanto l’espressione, per essere pienamente tale, debba combattere contro la propria stessa pianificazione, muoversi sulla linea di confine tra struttura ed estemporaneità. Mimare, in un certo senso, la vita, la sua irriducibile imperfezione. Per esserne un riflesso ricodificato, un’immagine viva.

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