GY!BE, o dell’apocalisse marginalizzata

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Il 14 agosto del 1997 la Constellation pubblicò su vinile l’album d’esordio dei Godspeedyou Black Emperor!

Il post-rock allargava la sua cappa sfaccettata iniettando inquietudini negli appassionati di musica rock abbagliati da un decennio che – suicidio di Cobain a parte, oppure cinicamente anche grazie a quello – proponeva una scena rock fertile e sfaccettata, pasturata da ritorni commerciali senza precedenti. Ma l’apice dell’euforia da CD covava il virus della masterizzazione selvaggia prima e del peer-to-peer poi, con tutto ciò che ne è seguito e che ci vorrebbe un libro per raccontare. Il post-rock, come ormai sanno anche i sassi, più che un genere era un sentimento, di cui il misterioso (all’epoca) collettivo canadese incarnò l’aspetto più cupo, per non dire apocalittico. E, sì, di apocalisse prossima ventura in qualche modo noi tutti avvertivamo l’incombere, anche se vicende e situazioni di quella febbrile fine secolo/millennio tentavano di convincerci che sarebbe andato tutto bene e sempre meglio.

Nel febbraio del 2002 – quindi ad apocalisse già avvenuta – li vidi in concerto al Link di Bologna. Prima di loro suonarono i Giardini di Mirò, e furono ottimi. Ma i GYBE! al confronto sembrarono devastanti: nove elementi sciamati da una crepa lovecraftiana, l’empatia azzerata a favore di una solennità grave, tutto un groviglio di commozione e annichilimento nelle dinamiche di pezzi suggestivi e tumultuosi. Fui travolto da quella specie di tsunami sonoro e dalla sua risacca indolenzita, mi sembrarono alludere che in ballo ci fosse qualcosa di più di una pur urgente questione musicale. Col tempo – spostato curiosamente il punto esclamativo in mezzo alla ragione sociale (ho una teoria su questo strano spostamento, a cui faccio cenno più sotto nella recensione di Yanqui U.X.O.) – non hanno deviato dal loro percorso e da quella che all’epoca mi sembrò, come dire, una vera e propria missione. I loro dischi – con Luciferian Towers del 2017 hanno pubblicato il sesto album lungo – continuano a essere molto ispirati e intensi, anche se gli sviluppi della situazione hanno finito per marginalizzarne la portata (non ho capito quanto sia un bene o un male).

Tra il 2000 e il 2002 scrissi alcune cose (una breve monografia, due recensioni) su di loro per la fanzine prog Wonderous Stories, che ha chiuso i battenti nel 2012. Le ho raccolte e le presento qui nel formato originale. Vi chiedo ovviamente di perdonare gli immancabili errori (di prospettiva e altro).

***

Godspeedyou Black Emperor! – F♯ A♯ ∞

(Constellation, 1997)

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A tentare di catalogarlo c’è da rischiare l’esaurimento nervoso, questo combo canadese formato da non-si-sa-bene-quanti elementi che mischia le carte di un certo camerismo sinfonico (vedi Rachel’s) con le sfuriate catartiche del punk, che persegue una radicale ideologia “alternativa” negandosi quasi del tutto allo specchio multiriflettente dei media, che accanto (e sotto, e sopra) ad una vegetazione palpitante di chitarre, violini, violoncelli e percussioni imbastisce una stordente struttura di tape-loops e spaventevoli distorsioni dal desueto sapore kraut-rock. F♯ A♯ ∞ è il loro debutto su lunga distanza, senza un briciolo di esitazione o sudditanza: se l’ambizione dei GYBE! era quella di costruire la migliore colonna sonora possibile per la catastrofe (ormai non più solo ideologica) della civiltà, “visualizzata” nel tema ricorrente del treno (paradigma di un progresso cieco lanciato sullo schianto di ogni prospettiva), bisogna dire che ci sono andati davvero vicinissimi. Sono tre i brani del disco, la durata varia dai 16 ai 21 minuti, filamenti melodici a tratti impalpabili, talora epici in senso morriconiano, sepolti da lunghi inserti di parlato, “field recording” ed estenuanti crescendo, veri e propri trapassi emozionali.

Eppure, nonostante la dissoluzione delle canoniche forme rock (in termini di tempo, di struttura, di riconoscibilità sonora), si compie quella magia che già fu dei Van Der Graaf Generator o dei King Crimson più ispirati, quella sorta di empatia naturale, quell’immediatezza auditiva che riveste il cuore già durante il primo ascolto, che spinge all’abbandono tra le braccia di questa musica-tempo, di questo suono-spazio, di queste profezie struggenti che pure hanno il sapore di un presente vivo ancorché sotterraneo. Così, se le diafane volute di The dead flag blues diluiscono attonite tra violini apolidi, metastasi melodiche e bassi lacrimosi, il crescendo nebbioso e crudo di East hastings è capace di farci perdere più di un battito cardiaco, tra cornamuse miracolose, la chitarra sperduta in architetture blues suonata con piglio frippiano, il cupo rosseggiare di archi acidissimi, una batteria che picchia come su un tronco cavo e quello sfumare suggestivo e come opprimente tra vapori “ambient” (che tanto rimandano al miglior Gabriel solista).

A chiudere il cerchio (ed è, concettualmente, circolare tutto il progetto) arriva quel volubile cantico struggente che è Providence, amalgama spiraliforme di archi, chitarra e loops, gli accenni di vibrafono tra peana di viole, pennellate di tromba e furiose sincopi ritmiche, singulti chitarristici arrampicati su un’intensa apoteosi di bolero, con tutti i colori e le tonalità che si dileguano in una sorta di estenuante dissolvenza in grigio. C’è pure una ghost track, fenomenale scheggia rabbiosa in orbita attorno ad una batteria quasi insostenibilmente selvaggia, retaggio noise-punk teso a sottolineare più etica che poetica di un suono misterioso e non circoscrivibile.

Ai GYBE! va dunque la primogenitura non tanto di un marchio sonoro quanto di un orizzonte (cupo, sterminato, terribile, talora melenso) su cui gettare il nostro sguardo più coraggioso, periscopio critico e intransigente sulla prospettiva-tabula rasa di un rock che ha ancora il coraggio e la sfrontatezza di essere onda forte e discordante, contro – o malgrado – i marosi della moda, del tempo, di un civiltà in caduta libera.

 

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Musica del tempo assente (2001)

 

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Scrivere dei Godspeed You Black Emperor! su una fanzine di musica prog può assomigliare ad un’implicita catalogazione: niente di tutto questo. Vorrei anzi sottolineare quanto mi suoni strano vedere questa splendida e cialtronesca armata canadese messa in un contingente qualsiasi, che si tratti del post rock o del cosiddetto neo prog. Certo, si possono a ragione individuare scene ben definite che hanno cambiato il modo di fare e pensare rock di questi anni, anni che sembrano sempre a cavallo di qualcosa, come se avessero paura di smettere il ruolo di “periodo di transizione”, in fondo tanto comodo e così poco impegnativo. I GYBE!, da parte loro, si impegnano a mettere in musica decisioni a loro modo estreme e piuttosto scomode, anche quando percorrono sentieri melodici più struggenti, anche in quei “crescendo” così coinvolgenti da ammaliare il più ostico dei rockettari, anche quando palesano ideali anarcoidi dal vago sentore modaiolo.

La scomodità è comunque evidente e nasce – a mio modo di vedere – innanzi tutto nel lavoro di destrutturazione e dilatazione della forma-canzone, nella mancanza di riconoscibilità immediata di un flusso sonoro che ha l’impudenza coraggiosa e scellerata di imporsi per intero, con tutto il corredo di nebbie, penombre e visioni che evoca, reclamando la massima attenzione possibile e anche di più: non si può ascoltare un disco dei GYBE! facendo altre cose, e comunque devono essere proprio piccole cose, di quelle che si possono interrompere o definitivamente sacrificare al rito dell’ascolto totale.
Volendo espletare una doverosa annotazione biografica, diremo che la band, formatasi in quel di Montreal nel 1993, è in realtà un ensemble di circa (!) 10 membri che non amano troppo citare le proprie generalità (sul libretti trovate elencati solo nomi e niente cognomi: Aidan, Bruce, Thea, Dave, Moya, Mauro…), distribuiti ad accudire chitarre, violini, violoncelli, percussioni ed effetti vari (tape loops su tutti). Quel “circa” si riferisce al fatto che i cambiamenti di formazione sono all’ordine del giorno, in ottemperanza alle regole non scritte delle tipiche strutture “aperte” (questo sì elemento caratterizzante le band della cosiddetta scena “post”). Il loro nome, quantomeno insolito se non proprio bizzarro, proviene dal titolo di un film-documentario del cineasta giapponese Mitsuo Yanagimachi sulle motorcycle gang di Tokio, girato in uno stile scarno e in un bianco e nero sgranato, colonna sonora sacrificata ad inserti di parlato e rumori “veri”, prospettive livide e indefinite: praticamente – sostituendo alle immagini la musica – il manifesto programmatico dei Godspeed You Black Emperor!

Dopo un demo-tape amatoriale, la Constellation pubblica nel 1997 il loro primo album, quel F♯ A♯ ∞ che rappresenta fin dal titolo una delle contraddizioni a mio avviso più evidenti dei GYBE!: infatti, come si intuisce dalle annotazioni nel booklet, il significato di tanto criptico titolo va ricercato nella teoria che vede una sorta di consonanza o di stretta parentela tra intervalli tonali (F#….A#) e trapassi emozionali (disperazione.…speranza), teoria peraltro qui anche graficamente rappresentata (con uno strano effetto tra l’ironico esoterismo e certo profetismo apocalittico underground). Musica ed emozioni che vanno a braccetto: semplice, no? Come semplice e immediato è l’impatto con la loro musica, a dispetto di una forma e di una struttura che li vorrebbe distanti dalle immediatezze del rock: i tre brani del disco in questione durano rispettivamente 16, 17 e 21 minuti (più i 4 della ghost track), presentano al loro interno cesure e variazioni ritmico melodiche (non a caso nominate con altrettanti titoli, come canzoni scomparse dentro canzoni…), inserti di parlato e rumori ambientali al limite della musica concreta (il tema unificante del treno, paradigma di un progresso cieco lanciato sullo schianto di ogni prospettiva).

Eppure, almeno per quanto mi riguarda, già al primo ascolto me ne sono innamorato, mi sono abbandonato senza sforzo al gonfiarsi dell’onda emozionale di “The dead flag blues” (intarsiata da violini e chitarre morriconiane, da metastasi melodiche e bassi lacrimosi), all’impatto con la crudezza obliqua di “East hastings” (una cornamusa smarrita, il miracolo di un crescendo che emerge dalle nebbie alla ricerca di uno zenit emozionale, il cupo rosseggiare di archi acidissimi, una batteria ai limiti del selvaggio, uno sfumare quasi dentro suggestioni ambient) e a quel volubile cantico struggente che è “Providence” (un amalgama spiraliforme di archi, chitarra e loops, gli accenni di vibrafono tra peana di viole, pennellate di tromba e furiose sincopi ritmiche, singulti chitarristici che si arrampicano sulla più intensa delle apoteosi, con tutti i colori e le tonalità che si dileguano in una sorta di estenuante dissolvenza in nero). La ghost track è una fenomenale scheggia rabbiosa, in orbita attorno ad una batteria quasi insostenibilmente selvaggia (come una sorta di retaggio punk). Potremmo anche dubitare sulla genuinità di tanta meraviglia, se non fosse che numerosi bootleg (scaricabili anche dalla rete) sono lì a testimoniare la sbalorditiva perizia delle coinvolgenti esibizioni live, altrettanto piene e colorite delle versioni in studio, se non più ricche in termini di imprevedibilità e calore.

179314Il lavoro successivo è lo stupefacente (fin dalla confezione, con citazioni bibliche – in ebraico! – e uno schema di bottiglia incendiaria – in italiano!!) Slow riot for new zero Kanada EP, forte di due tracce straordinarie (29 minuti in tutto), a tutt’oggi secondo me le cose migliori prodotte dai nostri eroi: la prima è “BBF3”, acronimo-sigla che sta per Blaise Bailey Finnegan Three (???), custode di un ennesimo baratro emozionale, una specie di valzer da fine del mondo che si avventura in crescendo tanto potenti quanto misurati, sul vento impetuoso della solita schiera di archi e chitarre in fibrillazione, un drumming più definito e l’opprimente pulsazione di un basso in preda a centripetismo viscerale; la seconda è “Moya”, che sgorga senza soluzione di continuità come da una polla d’inquietudine, traccia un percorso traballante su “progetti impraticabili”, si abbandona alla visione onirica di “torri di vetro” e “cattedrali cadute”, centellina palpitanti stillicidi emozionali ripercorrendo le tracce sonico/strumentali del brano precedente, portandoci sull’orlo del balzo definitivo, diluendosi in pause repentine e ripartenze caracollanti, arrischiando sentieri impetuosi che danno l’illusione della parola “fine” e invece suggeriscono un ciclo continuo di smarrimento e ipotesi in progress. Ripeto, per me il loro breve, fulminante capolavoro.

godspeed_liftL’ultimo lavoro è storia recente, quel monumentale Levez your skinny fists comme antennas to heaven che dipana – lungo due cd e per quattro tracce complessive – 90 minuti di flussi melodici ineffabili, tra concept album (lo dimostra lo schema del booklet, quasi la mappatura di una vicenda coi titoli dei “movimenti”) e frullato disomogeneo di intuizioni melodico-armoniche ora geniali ora un po’ automatiche, con qualche fuggevole segno di incompiutezza e massicce dosi di meraviglia. Ebbene sì, a voler essere sinceri questo disco soffre un po’ di “già sentito”, lascia l’impressione netta di volersi affidare ad una formula ormai collaudata, lo sdilinquirsi in un florido manierismo che ha però il merito di definire una volta per tutte uno stile che – al di là di riferimenti abbastanza palesi quali Labradford e Mogwai – può ben vantare unicità e riconoscibilità immediate. Inutile, o quasi, tentare un’analisi particolareggiata: si tratta di un patchwork immaginifico, un susseguirsi di caduta e volo, di chitarre abbandonate alla commozione e batterie ora vaghe ora rapite in deliri quasi motoristici, di archi sfibrati in bordoni sognanti, di crescendo portentosi e rumorismi flagranti, di melodie nude e vibrazioni iperstratificate, di musica portata sul bordo ultimo di un mondo dimenticato, faccia a faccia col mistero di una civiltà che non si vuole e non si ama, che fa di tutto per negarsi ed estinguersi mentre grida la propria felicità. Quella dei GYBE!, forse, è la musica del tempo assente, di un incontenibile pieno che rivendica un vano approdo, del tramonto di tutte le speranze sull’orizzonte brumoso del domani, evocando il quale si compie forse l’ultimo atto d’amore possibile da parte di chi ancora custodisce un briciolo d’umanità.

In conclusione, non so cosa aspettarmi in futuro da loro (spero al più presto una tournée in Italia), ma quello che hanno fatto finora basta a farmeli considerare uno dei progetti più stimolanti dell’ultimo quinquennio, da un certo punto di vista un momento certamente “progressivo”, anche se proiettato nella prospettiva infausta di una linea oscura, di un confine chiuso, di nuove colonne d’Ercole (in un mondo che sublima la morte del mito con l’illusione del mito) oltre le quali – ahinoi – non si scorge che il niente.

 

 

***

Godspeed You! Black Emperor – Yanqui U.X.O.

(Constellation, 2002)

 

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Il punto esclamativo spostato nel mezzo della ragione sociale per costringerla a uno spegnersi lento, come ad echeggiare la cupio dissolvi sul secolo infausto (quello vecchio, quello nuovo). Un segno, una molecola allarmante. Certo è che un disco della combriccola canadese non ha mai suonato tanto bene: quelle corde che vibrano estenuate, quasi fossero una lama sulle labbra. E poi il calligrafismo nevrastenico delle batterie, l’asciutto dipanarsi dei bassi, il baluginio insidioso degli xilofoni. Merito certo di mister Steve Albini, con la sua ossessione del take ancora caldo, per azzannare il nervo dell’immediatezza. Merito anche e soprattutto della band, capace di emanare quel misto di sicurezza e tensione, sintomo di sintonia perfetta (nonostante anzi attraverso le sbavature) e apice creativo. In virtù di tutto ciò, questo disco enorme e ridondante acquista senso.

È una ferita riaperta con lo stesso bisturi, la stessa procedura, la stessa oscura malattia di sempre. Come un virus d’apocalissi annidato nei giorni, che rinuncia ai field recordings e ai found voices proprio quando si vuole più esplicitamente politico. Pandemonio di percussioni, corde, tromba e clarinetto, un tenere fede ossessivo alla promessa di precipizio del titolo, le ricchezze timbriche e dinamiche risucchiate dalla gravità cupa di landscape granulosi, le evanescenze atonali come un ordigno che lentamente si arma per innescare la deflagrazione. Limate le partiture, immutati gli schemi di attacco e fuga, il consueto flusso di suoni ad esaurire l’accidentalità, in cerca della nuda energia: come una vibrazione naturale o il respiro stesso della Storia.

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