Pura, visionaria, animalesca necessità: The Stooges

The Stooges è uno dei dischi che se non ci fosse esisterebbe lo stesso: perché va oltre le ipotesi, è pura necessità, un’anomalia-schiacciasassi, la corrugazione del tessuto storico, una crepa eruttiva. Di questo come di tutta la parabola (parabola?) degli Stooges e di Iggy Pop ho scritto in un articolome monografico su Sentireascoltare, di cui propongo qui un estratto dedicato appunto al formidabile album d’esordio della band di Detroit.

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The Stooges – The Stooges (Elektra, 1969)

thestooges

Settembre del ‘68: Danny Fields della Elektra assiste al concerto degli Stooges nel campus dell’Università del Michigan e ne resta (ovviamente) folgorato. Ingaggiati – come del resto gli MC5 – dalla casa discografica di New York, la stessa che ha nel roster i Doors, sono chiamati a sfornare il loro album d’esordio. Il problema è, appunto: con quali pezzi? Dai loro show riescono a ricavarne tre, che si erano per così dire coagulati esibizione dopo esibizione: No Fun, 1969 e I Wanna Be Your Dog. Ok, basterebbero queste per entrare nella Storia, ma restano comunque poche per confezionare un album, e dopo il 1967 non puoi fare altro che quello: confezionare un album.

Intanto, Fields li affida alle cure di John Cale, da poco uscito dai Velvet Underground. Malgrado Iggy conosca e apprezzi i Velvet, non è entusiasta della collaborazione con Cale. Gli stessi Asheton e Alexander vorrebbero mantenere l’approccio basale – pochissimi accordi, riff reiterati, grana sonora rozza, mancanza di riguardo – che ha caratterizzato fino ad allora la chiave espressiva della band. La situazione si fa quindi tesa, aggravata dalla notizia del matrimonio di Iggy con Wendy Weisberg: come previsto da tutti quelli che conoscono l’Iguana, l’unione dura poco, appena un mese, per inevitabili divergenze caratteriali («A lei piaceva dormire la notte, roba da matti…»), anche se nell’istanza di separazione lei addurrà come causa l’omosessualità di Mr. Osterberg. Poco male, Iggy può tornare quindi alle occupazioni abituali, ovvero fare musica e portarsi a letto ragazze a ritmo continuo, con l’ormai immancabile additivo di alcool e droghe di ogni ordine e grado. Finalmente, nell’aprile del ‘69, i quattro più Cale si ritrovano alla Hit Factory di New York per incidere.

Durerà pochissimo, la leggenda dice cinque giorni soltanto, durante i quali l’ex-Velvet convince i ragazzi ad abbassare il volume dei Marshall, regolati come d’abitudine sul massimo, ma soprattutto riesce a incanalare le sedute in maniera proficua rispetto alla scrittura dei pezzi: accanto all’acida e apocalittica 1969, al piglio malsano, vulcanico e insidioso di I Wanna Be Your Dog e allo schiacciasassi nichilista e stradaiolo di No Fun, i pezzi già pronti, arrivano la psichedelia brusca di Real Good Time, i nervi biechi di Not Right e il rutilare sprezzante di Little Doll. A questi episodi tesi e impetuosi come calci nei fianchi, si aggiungono una Ann dal lirismo sordido che sembra sprofondare i Doors – lentamente – in un lago di lava, nonché e soprattutto We Will Fall, un raga narcotico avvinghiato al bordone di viola suonata – ovviamente – da Cale: quest’ultima, posta a chiusura del lato A, è un rituale cupo che dilata ambiti e dimensione di un album considerato giustamente proto-punk, ma da questa formuletta un po’ troppo sbrigativamente esaurito.

Il 1969 è un anno di album formidabili, da Abbey Road a Let It Bleed, da Led Zeppelin II a Volunteers, da Hot Rats a Happy Trails. Tra questi, The Stooges non riesce a emergere in termini di vendite e (quindi) popolarità, ma sa ritagliarsi una sua dimensione peculiare, un quid di veemenza e minaccia, la capacità di sintonizzare le frequenze negative che intossicano i gangli profondi del meccanismo sociale, restituendole sotto forma di suoni spigolosi, ipercinetici e abrasivi. Suoni incendiati e sorretti da un’interpretazione sprezzante, da un’angolazione espressiva che non offre margini ad alcun tipo di speranza o affrancamento. L’impronta stilistica deve molto al garage, ma alza il livello dello scontro diventando acid-blues e hard-rock (e prefigurando l’heavy metal), come fanno anche e ad esempio i travolgenti Blue Cheer, power trio di San Francisco che tra marzo e dicembre ‘69 licenzia il terzo e il quarto lavoro. Nel caso degli Stooges e di questo album d’esordio, si respira però una specificità che deve più al bisogno di mettere in scena un autodafé simbolico, il collasso stesso dell’illusione del controllo civile, produttivo, meccanico, industriale e (quindi) bellico su cui Detroit aveva costruito la propria fortuna. Il tutto è sorretto da una sorta di “estetica della stupidità” di cui Iggy è il protagonista assoluto, il punto in cui convergono e si annullano le linee di forza della narrazione.

I testi sono assertivi, non si preoccupano di fornire un quadro emotivo, o peggio ancora ideologico: descrivono gli atti, i gesti, le decisioni e le sensazioni così come si affacciano alla consapevolezza del protagonista, ed è come se egli non potesse controllare più nulla, come se tutto accadesse su un piano inclinato e non si potesse fare altro che scivolare, senza opporre resistenza. Così in I Wanna Be Your Dog – «Now I’m ready to close my eyes / And now I’m ready to close my mind / And now I’m ready to feel your hand / And lose my heart on the burning sands / And now I wanna be your dog» – oppure nella più lirica Ann – «I looked into your cool, cool eyes / I felt so fine, I felt so fine / I floated in your swimming pools / I felt so weak, I felt so blue». Per quanto riuscito, ispirato, persino devastante all’ascolto, The Stooges non può che raccontare in parte ciò che è la band in quel momento, intendo ovviamente sul palco.

L’esordio a New York è sconvolgente, cronaca che si fa subito leggenda: Iggy osserva il pubblico con sguardo allucinato e sprezzante, si infila le dita nel naso con noncuranza, qualcuno gli tira una lattina di birra, lui la raccoglie e la rispedisce con violenza al mittente, quindi inizia a cantare. A quel punto qualcuno lancia una bottiglia di vetro sul palco, che va in mille pezzi: non potendo rilanciarla, l’Iguana si lancia sulle schegge, inizia a rotolarcisi sopra come indiavolato, ferendosi su tutto il busto. Il pubblico è, comprensibilmente, sotto shock. Dopo il concerto, alla domanda di una giornalista che chiede spiegazioni sulla performance, Iggy fornisce una risposte che vale come un’intera poetica: «Ti pare che io sappia quello che faccio? Non lo so. Non mi piacciono i professionisti, sono sempre padroni della situazione. A me non piace. Voglio far fluire l’energia».

Non è consapevole di ciò che fa: probabilmente è così. Eppure la sua demenza autodistruttiva porta alla luce un aspetto cruciale: la vulnerabilità del corpo, assieme all’impossibilità di tenere il corpo fuori dai giochi. Quel corpo-individuo che il sistema produttivo e culturale tende ad astrarre in una prassi organizzata di morale e dovere, di sterilizzare nell’abbraccio generoso del buonsenso. Iggy che sanguina e si dimena epilettico e belluino sul palco è il cittadino rimosso di Detroit che riaffiora come uno zombie e sfoggia l’ultima scintilla vitale di cui è in possesso: una folle, dissennata, emblematica ed esasperata messa in scena della propria rovina umana, un olocausto assieme individuale, intimo e sistemico, oltre che generazionale.

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