Stratificazioni: Green River dei Creedence Clearwater Revival

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Da quando li conosco – e mi sembra di conoscerli da sempre – dei Creedence Clearwater Revival ho letto e sentito giudizi del tipo: band divertente, intensa, composta da ottimi musicisti (John Fogerty a chitarra e voce, suo fratello Tom all’altra chitarra, Stu Cook al basso e Douglas Clifford ai tamburi), bravi a comporre e ancor più a (re)interpretare. Tutto bene insomma, a parte il fatto che, beh, sono stati poco significativi, privi di spinta innovativa e di una visione sonora originale, appena un’escrescenza radiofonica di ciò che ribolliva nelle vene segrete d’America, o se preferite una nota californiana a pie’ di pagina nel Grande Libro del Rock.

Non so se sia sempre andata così. Durante la loro stagione migliore, intendo: mi riferisco a quei cinque impellenti album in meno di tre anni pubblicati dal ’68 al ’70 (ne seguirono altri due, non altrettanto a fuoco, prima dello scioglimento nel 1972). Rispetto a quel periodo di grazia, cosa dire?

Certo, nella formidabile cuspide tra i Sessanta e i Settanta il rock che girava intorno era parecchio evoluto e in evoluzione, immischiato con le cose del mondo (quando non dell’altro mondo) come mai prima e come poche volte dopo. E invece, i nostri eroi? Attivi dal ’59 (prima come Blue Velvets, poi Gollywogs), alla fine del ’67 maturano una decisione: ripartire da zero. Vale a dire, dal blues. Ribattezzatisi Creedence Clearwater Revival¹, e col santino di Jay Hawkins e Bo Diddley appiccicato sul cuore, iniziano a macinare il loro punto di vista, avvicinandosi progressivamente al folk e al country rock. È un linguaggio diretto, inscritto nel piglio elettroacido delle chitarre e nella gracchiante aggressività del canto².

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In Green River – il loro terzo lavoro, il primo ad arrampicarsi fino al numero uno di Billboard – il country rock rimbalza psichedelico e southern (con tutto il suo retrogusto di palude e urbanità problematica) tra spallate blues, e tutto ciò che di strano accade – ne accadono di cose strane – sembra un esito naturale o, se preferite, degli effetti collaterali più che benvenuti. Commotion saetta hendrixiana nel saloon dietro la ferrovia, Sinister Purpose è un torvo prodromo hard rock che non immagineresti neanche male cantato da Ozzy, la title track sembra germogliare in una sorta di vuoto pneumatico wave (!). Una scaletta irrequieta, diciamo, che però ovviamente al momento giusto sa fare bene quello che ti aspetti, ovvero consegnarsi in toto all’epifania delle ballad folk, ad esempio con la veemenza crepuscolare (consentitemi l’ossimoro) di Bad Moon Rising o con una struggente Wrote A Song For Everyone che manda Neil Young e Bruce Springsteen sulla scia della Band. E che dire dell’apoteosi errebì/soul raggiunta con la testosteronica The Night Time Is The Right Time (pezzo scritto da Roosevelt Sykes nel ’37 e portato al successo da sua maestà Ray Charles nel ’58)?

C’è insomma una fragranza e una franchezza che lascia aperti mille spiragli, più o meno quelli che hanno permesso al rock di diventare ciò che è (stato) attraverso tutte le radici che ha saputo percorrere e risalire. C’è la profondità dell’intrattenimento, il suo pescare nel pozzo delle scorie, tra le stratificazioni di racconti di cui si è perduta l’origine e la verità, lasciandoci il dono di un senso che non ha bisogno di spiegazioni. C’è una febbre di vita che accade lungo le tensioni irrisolte, le intenzioni frustrate, le passioni accecanti, le dipendenze rovinose, il richiamo caldo e insidioso della natura oltre il limite delle città, dove le diverse oscurità si fondono. Certo, questo è e rimane intrattenimento: ma non vuole saperne di consumarsi senza lasciarti in dono qualcosa, una scarica liberatoria che graffia la gola e striglia l’anima, la metamorfosi di un’inquietudine antica in un brivido contemporaneo.

Tra i grandi album del 1969, Green River difficilmente si guadagna una citazione. Potrebbe essere il caso di ripensare quello che, forse con un po’ di sufficienza, ne pensiamo.

¹ un nome che sembra una formula magica: Creedence, ovvero credere in se stessi, poi Clearwater che allude a un’idea di purezza (non priva di risonanze ecologiche), infine Revival, perché l’intenzione era ripartire dai passi già percorsi e dirigersi nel futuro. In merito all’origine del nome non mancano tuttavia altre versioni, decisamente più prosaiche, dallo spot di una birra all’omaggio ad un vecchio amico di Tom (tal Credence Nuball)

² il canto di John Fogerty per anni mi è sembrato l’autentico punto debole dei CCR, troppo spinto su quel timbro gutturale così tanto da apparire forzato quando non addiritura grottesco, la caricatura di uno shouter folgorato sulla via della Stax. Con gli anni questa forzatura vocale mi ha rivelato la sua dimensione emblematica: da sola basta a evocare la figura di un individuo del bayou alle prese col quotidiano mestiere di portare il naso fuori dall’acqua e respirare.

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