Corpi contro: una riflessione laterale su Stranger Things 3

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Fare l’imbianchino non è la mia specialità, però le circostanze mi hanno messo con le spalle – è il caso di dire – al muro. Mia figlia è andata in vacanza e quindi, ahimé, non ho avuto più alibi: dovevo proprio riverniciare la sua cameretta. Sapevo che avrei dovuto affrontare qualche complicazione, in particolare mi aspettavo di trovare dietro la libreria una parete aggredita dalla muffa. Ma quella che si è palesata dietro la libreria non era una parete ammuffita: era la Porta di Stranger Things. Può sembrarvi una similitudine architettata a posteriori, invece no: è esattamente quello che ho pensato appena mi sono trovato di fronte a quei sei (sette?) metri quadri di ex-intonaco colonizzato da un organismo muto e maleodorante. Parafrasando il vecchio zio Neil Young, “mold never sleeps“: ecco, questa è la seconda cosa a cui ho pensato. Di fatto, nella mia testa si è consumato un sovvertimento di valori: Stranger Things è arrivato prima di un rocker che fa parte da sempre del mio DNA.

ST-thegate

La sera stessa, dopo avere grattato, lavato, sanificato e trattato, ho riferito a mia figlia in videochiamata della ormai ex-parete mostruosa. Considerata l’abitudine a commentare assieme a lei le serie tv, era scontato che mi uscisse il paragone con la Porta di Stranger Things. A quel punto, ho sentito chiaramente una sua amica – che evidentemente origliava lì vicino – esclamare: “tuo babbo guarda Stranger Things!?!

***

Sì, questo cinquantenne guarda, tra le altre cose, Stranger Things.

E, sì, la terza stagione in fondo mi è piaciuta, senz’altro più della seconda (se fare l’imbianchino non è la mia specialità, recensire serie tv ancora meno: per cui mi limito a segnalarvi questa bella recensione di Davide Cantire). Certo, mi è sembrata piena di difetti, un autentico carosello di difetti, uno stridere costante tra stereotipi e forzature narrative, col gioco delle citazioni (un’infinità: da Blob Fluido Mortale a L’invasione degli ultracorpi, da Alien a Stalker, da Under The Skin a IT, da Stand By Me a La Cosa, fino alla sparatoria nella stanza degli specchi che rimanda a The Lady From Shangai di Orson Welles…) spinto fino al limite della stucchevolezza nerd.

Eppure, cosa dire: funziona. Funziona perché è innanzitutto un meccanismo che scolpisce personaggi, lo fa con una grossolanità che direi programmatica e sfruttando meno il loro essere funzionali alla vicenda che non il fatto di sembrare capitati lì in mezzo per caso.

Lì in mezzo, ovvero in una vicenda per la quale tu spettatore neanche devi sforzarti di sospendere l’incredulità: presenze mostruose e superpoteri a parte, nella terza stagione ci imbattiamo nientemeno che (OCCHIO CHE QUI C’È UN PICCOLO SPOILER) in una base russa sotterranea ipertecnologica, scavata nel cuore degli USA, in piena guerra fredda, a cui puoi accedere attraverso il montacarichi di un negozio del nuovo centro commerciale. Una base sorvegliatissima in cui quattro ragazzini riusciranno ovviamente ad accedere dopo aver decifrato un codice segreto militare. Non è solo incredibile, è l’Everest dell’improbabile: ho passato in pratica tutto il quinto episodio a chiedermi se non si trattasse di uno scherzo narrativo dei fratellini Duffer. Questo soltanto basta e avanza per salire sul rollercoaster e farsi un giro sapendo che si tratterà di brividi a gratis, botte di adrenalina che si perderanno come lacrime nella pioggia (ALTRO PICCOLO SPOILER: c’è da mettere in conto pure le lacrime, già).

Ok. Ma perché, comunque, funziona?

Ho una teoria. A parte la padronanza del codice narrativo (ritmo serratissimo, dosi di umorismo a stemperare la tensione, alternanza serrata e convergente tra i filoni, utilizzo disinvolto di tecniche di ripresa, effettistica limitata al Mind Flayer ma da urlo…), uno dei punti di forza – quello decisivo, a mio avviso – va individuato nel potenziale freak di ogni personaggio.

Pur enfatizzando un paio di ruoli (quelli di Undici e di Hopper), nessuno tra gli “eroi” è in grado di ergersi a protagonista, ognuno deve fare i conti con almeno un lato difettoso/odioso, col disagio emotivo e sociale radicato in una qualche frustrazione che trova puntuale riflesso nell’aspetto imperfetto, scientemente antiestetico. Perciò è una serie tanto “corale”: tutti insieme appassionatamente i personaggi positivi di Stranger Things formano un solo corpo che però resta eterogeneo, speculare a quello omogeneo e negativo del Mind Flayer, un mega aracnoide putrescente assemblato coi corpi blobbizzati di decine di individui.

I nostri “eroi” sono quindi una squadra di outsider disallineati che agisce nel tramonto di un’epoca (l’arrivo dei grandi mall, le radio trasmittenti come “profezia” del cellulare, l’appassire dei giochi di ruolo…) col suo margine sempre più ristretto di imperfezione, distanza, bizzarria, lentezza e mistero.

Tutto questo (a cui va aggiunto quel vizio così cinematografico che è – era – il tabagismo, così come l’URSS ovvero il babau numero 1 del Sogno Americano) sarebbe stato spazzato via di lì a breve, formattato dalla spinta normalizzante della tecnologia (la digitalizzazione, la comunicazione cellulare, internet e le sue propaggini social) che avrebbe dislocato l’immaginario in un mondo sempre più pianificato, integrato in un flusso di condivisione run time, in un catalogo di modelli e modalità aderenti a standard, orientati verso precisi target. Per noi che guardiamo Stranger Things con l’inevitabile prospettiva degli anni Dieci, le “cose estranee” non sono solo le entità mostruose come il Mind Flayer ma anche i problematici protagonisti “positivi” che le combattono, reduci di un’epoca ormai dissolta, destinati a vittorie parziali (per tenere viva la serie) e a una sconfitta ahinoi storica (contro il mostro del conformismo algoritmico e pervadente).

Sì, al qui presente cinquantenne piace la pacchianata horror-sci-fi di Stranger Things. Mi piace perché mette il dito nella cicatrice che giusto un attimo fa era una ferita. Basta poco per riaprirla, come la Porta da cui potrebbe sciamare l’orrore, un orrore che amiamo, che bramiamo, epitome di tutta la nostra consapevole e inconsapevole (comunque sacrosanta) nostalgia.

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