Semplice giravolta: Dylan e l’incidente del ’66

Scorro mentalmente la discografia di Bob Dylan fino a Blonde On Blonde: provo, come sempre, una sensazione di incredulità. Quei primi sette album contengono intuizioni, carotaggi culturali, rivoluzioni liriche e sonore da riempirci centinaia di carriere (infatti è cosi: hanno riempito carriere per decenni, e continuano a farlo). È come se a quel punto Dylan avesse già vissuto almeno tre vite, senza contare l’esistenza mitologica (e scientemente mistificata) precedente la sua comparsa al Greenwich Village.

È vertiginoso pensare che il 29 luglio del 1966 avrebbe potuto significare il suggello di tutto questo. La parola fine. Se nel celebre incidente motociclistico anziché limitarsi a vedere la Morte in faccia Dylan si fosse consegnato al suo capiente abbraccio, di lui non avremmo conosciuto altro. Non l’asciuttezza apocalittica di John Wesley Harding (e quindi niente All Along The Watchtower), niente Knockin’ On Heaven’s Door, niente Forever Young, niente Blood On The Tracks, niente discesa lungo le vene profonde dello spirito americano dei The Basement Tapes. Niente Desire e Rolling Thunder Revue, niente Infidels, niente Oh Mercy, niente Time Out Of Mind.

Ve lo immaginate, un mondo senza tutto questo?

Eppure, oggi saremmo ugualmente qui a parlare di Dylan, seppure in termini molto diversi.

Se Dylan avesse lasciato questo mondo dopo quel mondo di musica, parole e visioni che è Blonde On Blonde, la sua leggenda sarebbe stata una delle più abbacinanti della storia del rock. Sarebbe stata forse fin troppo leggendaria, tanto da oscurare ciò che a Dylan da sempre interessa più di qualsiasi cosa: la musica e il suo mistero. No, Bob Dylan non poteva morire in quell’incidente motociclistico di cui per molti anni abbiamo avuto notizie frammentarie (anche quello lasciato puntualmente mantecare sul fuoco fatuo del mito). Si trattò, con ogni evidenza, di una semplice giravolta del destino: opportuna, utile, necessaria. Del resto, il destino nella biografia di Dylan assume spesso le sembianze di una volontà smisurata, del compiersi di un disegno che sfida la ragione, la prevedibilità, la prudenza.

Il paradosso – con Dylan i paradossi sono un semplice intercalare – è che tutto quello che abbiamo rischiato di perdere deve la sua esistenza proprio alla possibilità di non essere mai esistito. Il 29 luglio del 1966 Bob Dylan non rischiò davvero di morire: l’incidente rappresentò la consegna del testimone al Dylan che lo attendeva dietro l’ennesimo varco, pronto a muoversi in altre direzioni, di nuovo affamato di frattura e di sottrazione. Tutti noi facevamo parte di quell’attesa inconsapevole (sì, tutti: anche chi come me doveva ancora prendere la tessera del club dei vivi). E saremmo stati pronti a farne parte ancora, ogni volta che Dylan avrebbe messo in scena il suo sconcertante I’m not there.

17 commenti

  1. […] Siccome si giunge ora alla title-track, è giusto svelare un piccolo segreto (di Pulcinella): Walk Away Renée, così come le prime due tracce del programma, nasce dall’infatuazione del buon Brown per la fidanzata di Finn, evidentemente una tipa notevolissima visto quello che ha “provocato”. Alzino le orecchie i fans di Belle And Sebastian, perché qui c’è tutto quello che cercano, e forse qualcosina di più: è una canzone sfacciatamente bella, benedetta dall’ormai consueto harpsichord e da un profetico bridge di flauto, forse appena troppo addolcita dalla cospirazione senza posa di violini in lacrime. Evasi i consueti 3 o 4 repeat (anche 5 o 6, se la situazione sentimentale e/o climatica lo richiede), si passa oltre: ascoltando il country-rock di What Do You Know? viene in mente più la rilettura malandrina che del genere fecero i Beatles piuttosto che l’accorata devozione di Gram Parsons o quella beffarda/amara di Dylan.  […]

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