Awakening Songs #17: Cat Power – Metal Heart

Questa è la cronaca di una ricostruzione. Da prendere con le molle: potrebbe essere tutta un’invenzione, o solo in parte (non cambierebbe molto).

I fatti: due mattine fa, mi sveglio. È prestissimo. Capisco subito che non mi riaddormenterò. Ci provo lo stesso: mi giro sul fianco preferito, osservo le lamine di luce timida sulla parete, chiudo gli occhi, mi sforzo di non pensare. Ed eccola.

Be true ‘cause they’ll lock you up
In a sad sad zoo

Cos’è?, mi chiedo. Ho la sensazione di averla cara, come un groviglio caldo che si distende, ma non la riconosco. Se c’è un limite a quello che si può ricordare di ciò che si è provato e accumulato, credo di averlo superato da un pezzo. Apro gli occhi. Li richiudo. Mi sforzo di non pensare. NON PENSARE.

And hold them up to light
Blue smoke will take

Cazzo. Decido di alzarmi. Silenziosamente, per non svegliare gli altri. Accendo la macchinetta, alzo l’avvolgibile, faccio il caffè, lo prendo in terrazza. Conto una, due, quattro auto. Una ogni trenta secondi. Finisco il caffè. Fa già quasi caldo. Dalla magnolia si stacca una foglia croccante. Ed ecco, di nuovo:

Sew your fortunes on a string
A very violent flight
And you will be changed

Finisco il caffè. Rientro e decido di far iniziare la giornata.

Ci ripenso a metà mattina. Sarebbe facile cercare su google, un paio di versi e canzone trovata, ma non riconoscere una canzone che sento così familiare mi fa uscire di testa (mia madre diceva: mi manda nei pazzi). Al ritornello (è un ritornello?) quasi ci sono.

Metal heart you’re not hiding
Metal heart you’re not worth a thing

Riesco a sentire quella voce. Riesco quasi a darle un volto, un nome. Quasi. Finché, eccolo, eccola, non si materializza: Cat Power. Chan Marshall, la mia adorata Chan. Mi sento in colpa. Esaurito. Come non averla riconosciuta subito? Pochi attimi dopo mi chiedo: perché? Come ha fatto ad arrivare fin qui? Per quali strade? Non riesco a capire.

Non mi sono ancora rassegnato al fatto che le canzoni fanno di te quello che vogliono. Probabilmente è una specie di contrappasso, visto come noi le straziamo, le utilizziamo male, con superficialità, nei momenti meno opportuni. Poi però l’amore è reciproco. Ed ecco che Metal Heart e tornata a trovarmi, dopo tanti anni.

Rassegnarsi e non capire sarebbe saggio, la cosa giusta. Figuriamoci: vado nei pazzi.

Oh hidy hidy hidy what cha tryin’ to prove
By hidy hidy hiding you’re not worth a thing

Cosa può aver spinto una canzone dal cuore di Moon Pix – album del lontano 1998 che consacrò Cat Power tra le migliori realtà del cantautorato alternativo – fino a questo presente frenetico, esausto, disancorato? C’è tutta Chan nelle canzoni di questo disco, la sua forza che sgomita sotto strati di fragilità, la mancanza di strutture solide che regalano un tremore ipnotico ai pezzi (a dare forma con lei a questo slowcore claudicante ci sono Jim White e Mick Turner dei Dirty Three), quel senso di apnea sentimentale, come se chi canta – è lei? È Chan che Cat Power ci racconta? – fosse incapace di dominarsi, di dare una forma gestibile a alla piena delle emozioni.

Nei dischi successivi Chan saprà raggiungere una definizione più nitida, sagomerà canzoni e interpretazioni come dei soul imparati da una radio lontana, come dei folk senza popolo, come dei blues affamati di redenzione, come rock accartocciati un attimo prima di essere rock. Contro ogni aspettativa e malgrado rovinose cadute, riuscirà a raggiungere un equilibrio notevole, una maturità nella quale riesci comunque ad avvertire la vulnerabilità della cicatrice, l’ombra della bestia in agguato. È una donna combattiva, appassionata, impegnata. Una donna e un’artista che adoro. Ma questo non mi aiuta a capire perché quella canzone mi sia tornata in testa, perché oggi.

It’s damned if you don’t
And it’s damned if you do

Non mi arrendo. E infine ci arrivo. O credo di arrivarci. C’entra, ovviamente, la luna. Non tanto per Moon Pix, quanto per The Moonshiner, canzone cruciale del disco (malgrado sia l’unica cover in scaletta, l’originale è un celebre traditional – si conoscono versioni di Dylan e Elliott Smith – dall’origine incerta), a cui avevo pensato qualche giorno fa, in occasione del cinquantesimo dell’allunaggio, durante il brainstorming per scegliere cinque canzoni “lunari”. E credo – a questo punto lo credo, lo voglio credere – che qualcosa, un collegamento aperto, un nervo scoperto, abbia allacciato The Moonshiner a Metal Heart, che – ebbene, sì – è il cuore vero di Moon Pix. Nonché, in generale, una delle canzoni più sofferte e (perciò) emblematiche di Cat Power.

Non la ascoltavo da anni, ma come dimenticare – già, come? – quel caracollare sulla pelle di uno strano risentimento, attraversato da una durezza volatile, consapevole del bersaglio da colpire ma incapace del colpo di grazia, come un disperato rimprovero rivolto a se stessa. Tutta questa fragilità combattiva che dalle parole e dal canto contagia i suoni, il suonare, l’arrangiamento, come quando al minuto uno e dieci secondi parte quella batteria disarticolata ma non prima – non prima – che Chan abbia alzato di un paio di tacche il trasporto e l’intensità dell’invocazione (“And it’s damned if you do“). Quella specie di posticipo emotivo, quell’inciampo sbigottito su un’increspatura del cuore, è bellezza pura.

I once was lost but now I’m found was blind
But now I see you
How selfish of you to believe
In the meaning of all the bad dreaming

Facciamo che sia andata davvero così. Facciamo che sia stata la luna.

Metal heart you’re not hiding
Metal heart you’re not worth a thing

Una decina di anni più tardi, Chan inserì Metal Heart in Jukebox, un album di cover. Non si trattò esattamente di un rifacimento. Può sembrare strano, ma trattandosi di lei, va accettato: realizzò una vera e propria cover di un proprio pezzo. La Metal Heart presente in Jukebox non suona diversa solo perché è diverso l’arrangiamento, ma perché a cantarla è una donna che ha imparato a guardare i propri demoni dall’alto, li osserva mentre si agitano sottovetro, temibili ma forse – finalmente – domati.

Fu il tentativo fiero e palpitante di chiudere un cerchio con la ragazza che fuggiva dai fantasmi di una vita “normale” solo per sbattere con il continuo rimpianto di non avere saputo affrontarli.

Inutile sottolineare che preferisco la prima versione, ma il confronto tra le due – quel loro specchiarsi cupo e vischioso attraverso gli anni – è una di quelle piccole, emozionanti, irrinunciabili vicende che il rock ogni tanto da raccontare.

Qui le altre Awakening Songs

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