Un tuffo incalcolabile: Robert Wyatt e Rock Bottom

Robert-Wyatt

Strana, la memoria, vero? Se penso a Rock Bottom di Robert Wyatt, mi viene in mente un concerto dei Pearl Jam. Verona, 20 giugno del 2000. Tour di Binaural. Il fuoco che avevo provato per la band di Seattle fino a No Code (1996) era ormai diventato cenere, ancora calda, certo, ma di fiamme neppure a parlarne, non più. Tuttavia, erano pur sempre i Pearl Jam, all’Arena, la sera del solstizio d’estate: decisi di andare. Farlo da solo non rappresentava un problema, anzi: all’epoca mi capitava, e mi piaceva. Due ore e mezza di strada all’andata, il sole, io e l’autoradio, la bolla luminosa del concerto, due ore e mezzo al ritorno, la strada che mangia i confini della notte (e viceversa), io e l’autoradio… Non solo mi piaceva, ne sentivo il bisogno.

Durante la salita verso la fatal Verona nutrii ovviamente l’autoradio di CD dei Pearl Jam. Tutto molto automatico, in effetti. Il concerto fu altrettanto telefonato ma bello, generoso. Quanto all’Arena, beh, il colpo d’occhio valeva da solo il prezzo del biglietto. Al momento di ripartire, mi colse la sensazione netta che qualcosa fosse sul punto di staccarsi, cadere e sprofondare nello stagno scuro del passato, consegnato a un oblio intermittente, alla categoria del “ciò che ero”. Per reazione rispetto all’emozione vivida ma intimamente esausta del concerto appena concluso, al solstizio di un’estate che prometteva enormità (e che nulla avrebbe mantenuto), soprattutto alla sensazione di soglia appena oltrepassata, dal mio box porta-cd estrassi Rock Bottom. Credo di poter dire che già allora fosse uno dei dischi che più amavo, eppure ebbi la sensazione di ascoltarlo davvero solo allora. Lo feci per due volte di fila, in quel viaggio di ritorno attraverso una notte estiva che sembrava lasciarsi alle spalle tutto, consegnarmi a prospettive incalcolabili, abbandonarmi a galleggiare su un presente di cui non decifravo i contorni.

La recensione che segue risale a un paio di anni più tardi, quando scrissi una monografia su Wyatt per Sentireascoltare (la trovate qui) da cui l’ho estrapolata.

***

Robert Wyatt – Rock Bottom

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L’avvenimento più importante dell’esistenza di Robert Wyatt, lo coglie ubriaco durante una festa, il primo giugno del 1973. Quando si sporge da una finestra. Un po’ troppo. I piani sono tre, Robert cade. E’ talmente brillo da non irrigidirsi, rimane “soft” intanto che il balzo si compie, ed è questo il motivo per cui non muore. Resta paralizzato, addio fulgida carriera di batterista. Ma è vivo, e vale la pena vivere. Non fosse per tutto il resto, per quelle canzoni dalla potenza sottile, dalla devastante stranezza che gli frullavano in testa già da qualche mese, dai tempi di una vacanza a Venezia, nella primavera del ’72. Resta in ospedale otto mesi. Appena in grado, si spinge con la sedia a rotelle fino ad un pianoforte scovato nella sala dei visitatori. Nella sua testa, tra le sue mani, è già nato Rock Bottom, capolavoro composto di melodie trasparenti come cristallo e inafferrabili come vapore, un tuffo nel denso della fantasia, a palpeggiare la radice delle emozioni, il suono come l’impronta lasciata dai sogni su palpebre socchiuse. Ed è anche un disco d’amore di un uomo innamorato. Si sposa infatti con Alfreda Benge, poetessa e pittrice, che non si limita a fare la mogliettina ma interviene anche direttamente sul quid sonoro e poetico dell’opera, suggerendo trame più semplici, rilassate, spaziose.

La bellezza dei pezzi toglie il fiato, a partire dalla dolciastra e inquietante Sea Song. Tuffo nel liquido amniotico della coscienza, il mare come simbolo archetipo dell’io misterioso, sensibile e impenetrabile, anzi penetrabile ma ignoto, non-conoscibile. Wyatt suggerisce un abbandonarsi totale, libero dall’ansia di comprendere, di possedere la chiave, il segreto. La melodia è lo status estatico che precede il salto percettivo/esistenziale, una rivoluzione sonora che puoi – letteralmente! – fischiettare. Salvo poi tuffarti nel profondo, accogliere con semplicità le più stranianti evoluzioni, le bizzarrie di un mondo ignoto, la minaccia e la meraviglia. Prodotti dal floydiano Nick Mason, i sei pezzi in scaletta vedono alternarsi una squadra di musicisti straordinaria: ci sono Hugh Hopper e Richard Sinclair al basso, Fred Frith alla viola, Mongezi Feza alla tromba, Ivor Cutler al canto e alla concertina, Gary Windo al clarinetto, Mike Oldfield alla chitarra, Laurie Allan alla batteria e la stessa Alfreda al canto. Più, of course, l’irrefrenabile Wyatt alle prese con tastiere, batterie modificate e quella voce sconcertante, flebile bagliore di luce sinuosa, duttile e inafferrabile come un sussurro in diretta dal grembo di Madre Natura.

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Appunto questo canto che tende verso il suono puro – simile ora ad una tromba ora ad un clarino – sbalzando i fonemi ad un livello puramente sonico però conservando impronte omeopatiche di senso, è l’emblema di questa immersione-volo che rigenera, fa tabula rasa, reinventa. Prima però c’è bisogno di rimanere invischiati, ad esempio con lo sgambetto errebì trasfigurato tango-jazz tra bordoni luminosi Terry Riley di Last Straw. Quindi è il turno della squillante frenesia di Little Red Riding Hood Hit The Road, con quella gioiosa apprensione afro cubana e le trombe dalla opaca patinatura flamenco – parenti di quelle apparecchiate da Gil Evans per il davisiano Sketches Of Spain -, la potente allucinazione dei vocalizzi, tutto un mondo di nuove percezione squadernato tra i reverse stranianti e le brume spacey.

È a questo punto che Alifib coglie il centro emotivo della questione, ipotizza l’identificazione di corpo e musica (il ritmo è il respiro di Wyatt stesso) tremolando di struggente apprensione, di vivida malinconia, di stupefatto smarrimento, come se la coscienza s’arrendesse alla meravigliosa insensatezza dell’amore, uscendone ad un tempo spaurita ed estasiata. Senza soluzione di continuità, la gemella Alifie è la scossa di chi sta metabolizzando lo shock, la ragione che si spampana balbettando tra i sax imbizzarriti e angosciosi panneggi eniani, una free form dada drammaticamente vitale, tremenda e scherzosa, chiosata dal reading di Alfreda che ribatte i concetti con puntiglio sciroccato e surreale. Tocca infine al risalire aereo di Little Red Robin Hood Hit The Road, il passo marziale squarciato dalle pennellate incandescenti di Oldfield e il reading bislacco (Cutler) su viola velvettiana (Frith), perché burla e rivelazione fanno parte di uno stesso imprendibile gioco. Misterioso e abbacinante. Terreno e spirituale. Bellissimo.

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