Cinque canzoni lunari

Allunaggio: le 22.17 (ora italiana) del 20 luglio 1969.

Non tolse granché, quell’impresa, alla luna in quanto idea, dea, presenza vicina e irraggiungibile, meta poetica, mistero incombente, scenario di sogni, sfondo per astrazioni simboliche. La luna è più l’incalcolabile notizia di averla raggiunta che il fatto di esserci riusciti.

Sono nato neppure cinque mesi più tardi, nel dicembre del ’69, quindi ho sempre vissuto in un mondo abitato da una specie che è stata capace di allunare. Mai l’ho sentito come qualcosa di più o di meno d’un sogno.

Sempre, nelle canzoni, la luna regala un riflesso che è suo e suo soltanto. Ad esempio, in queste:

3 commenti

  1. La prima cui ho pensato è stata Moonhead dei Thin White Rope… la mancanza di caducità di un desiderio, la persistenza della sua rappresentazione, al di là del fatto stesso, come tu accenni tra, anzi, sotto le righe. Il trionfo non ancora asciutto, la fascinazione inaspettatamente resiliente e cangiante di miliardi di persone. Ha a che fare con la cancellazione delle distanze. Il tutto portato avanti in maniera comunque sghemba, volutamente non a fuoco. Perché così siamo un po’ tutti, da un paio di secoli…

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