La formidabile increspatura: i 65 anni di That’s All Right

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Il 19 luglio 1954, sessantacinque anni fa, la Sun Records di Memphis pubblicò That’s All Right, primo singolo di Elvis Presley. Volendo indicare una data convenzionale – la Storia è fatta di queste cose, un po’ grossolane ma efficaci – per la nascita del rock’n’roll, direi che questa è una delle più papabili. D’accordo, non è proprio vero. That's_All_RightAd esempio, Bill Haley aveva inciso la celebre Rock Around The Clock tre mesi prima, ma volendo individuare un prototipo possiamo risalire a Rock The Joint di Jimmy Preston (del 1949) o persino a Roy Brown e alla sua Good Rocking Tonight (addirittura del 1947). In That’s All Right di Elvis – in origine un pezzo rhythm and blues scritto cinque anni prima da Arthur Crudup – si avverte però qualcosa di diverso e inaudito: una vibrazione, un virus, l’allargarsi di una crepa che mentre muove al divertimento ti invita a consumare uno scarto. Facciamo così: è la MIA data di nascita del rock’n’roll convenzionale, ok?

Elvis è una delle più importanti figure del ventesimo secolo. Amo le sue incisioni per la Sun Records, così come quelle per la RCA del 1969, dopo il celebre 68 Comeback Special. Nel mezzo, ha alternato uscite musicalmente enormi ad altre discutibili, ma la sua grandezza va oltre l’aspetto musicale (non mi riferisco, ovviamente, ai suoi orribili film). Non è ora e non è qui il caso di approfondire.

Tornando a quel 1954, c’è una storia – immersa nei vapori della leggenda, come è giusto che sia – a cui amo spesso ripensare. Scotty Moore, il grande chitarrista ingaggiato da Sam Phillips per quelle incisioni, ha raccontato che durante le sessioni del 5 luglio – quando fu registrata anche That’s All Right – Elvis a un tratto iniziò a dare di matto, ad agitarsi, a muovere quel bacino che il mondo avrebbe imparato presto a conoscere. E tutto cambiò. La musica cambiò: più veloce, sincopata, febbrile. Le premesse country e blues di quella canzone – della musica che Elvis nei piani di Phillips avrebbe dovuto interpretare – diventarono altro. Diventarono rock, anche se quel giorno nessuno, neanche Elvis, poteva saperlo.

Ripeto: è solo una storiella che la vastità e l’impatto di tutto ciò che è accaduto nei decenni successivi rende una preda perfetta per interpretazioni eccessive e decolli leggendari. Però mi piace pensarla come un paradigma: quella scossa fisica, lo spasmo del corpo che irrompe sulle aspettative, sulla pianificazione, i sensi che reclamano il loro diritto a esprimere, il valore esaltante, liberatorio e misterioso del loro accadere, tutto questo amo immaginarlo come un’increspatura necessaria degli eventi. Che il rock faccia la sua apparizione sul palcoscenico della Storia nel luogo e negli anni in cui si stava definendo un modello di vita destinato a imporre i suoi standard a tutto l’occidente (in termini culturali, politici, economici), quella “way of life” cioè penetrata nell’immaginario come approdo e realizzazione ideale dell’American Dream di cui il rock si incaricava di rappresentare il lato oscuro e sommerso, non mi è mai sembrato un caso. No, non lo è stato, potete giurarci.

Tanti auguri, rock’n’roll.

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