Awakening Songs #15: Songs: Ohia – Hold On Magnolia

Il mio giardino è piccolo ma ben abitato. A sorvegliare la poca erba arrostita dal solleone, ci sono due alberi di magnolia. La potatura di febbraio è stata drastica, “a legno”, come l’ha chiamata il giardiniere che – a suo dire – era presente quando i due alberi furono messi a dimora, trent’anni fa. Ieri sera ho osservato a lungo le magnolie godendomi la sorpresa di un vento fresco al crepuscolo. Pensavo che la mattina dopo – questa mattina – avrei dovuto svegliarmi prestissimo. E mi è venuta in mente una canzone.

Quanta speranza puoi aspettarti di trovare in una canzone di Jason Molina? Credo che si possa dare una sola risposta: dipende. Considera, ad esempio, questa canzone: Hold On Magnolia. Parla di perdita e – appunto – speranza, è un invito a proseguire, ed è un addio. La slide, il violino, il piano, la solennità arrendevole della batteria: tutto racconta un senso di apprensione in bilico tra le pretese di un sentimento e la consapevolezza che certi percorsi non possono (non devono) essere ostacolati, che le strade prevedono incroci e deviazioni, prevedono naturali, inevitabili separazioni. La voce di Jason, poi…

Con Magnolia Electric Co. Jason Molina congedò la ragione sociale Songs: Ohia. Si era stancato di procedere tra le sagome scheletriche dei propri fantasmi, ottenendone in cambio l’ammirazione sconfinata di un pubblico drammaticamente di nicchia. L’elettricità e il sound pieno di questo disco, per il quale la critica scomodò automatici paragoni col sodalizio Neil Young & Crazy Horse, sembrarono in effetti il tentativo di imboccare una fase meno cupa, più liberatoria della propria carriera. Non furono in pochi a sentirsi traditi. Questo disco non era, in effetti, bellissimo. Ma non potevo non sentirci dentro un senso forte, comprensibile, e gli volli molto bene. Lo ascoltavo spesso.

Era bello abitare queste canzoni, la loro malinconia strigliata da una voglia di apertura e pacificazione, mentre la primavera del 2003 allargava il suo abbraccio sull’irrequietezza del mondo (il disco uscì più o meno negli stessi giorni in cui le truppe statunitensi e alleate invasero l’Iraq). Era bello credere che qualcosa di questo suono mai tanto pieno e – finalmente – combattivo, oscillasse credibilmente tra passato e futuro. Capivo la direzione che Jason Molina intendeva seguire, più umanamente che artisticamente. Ne ero felice in un modo che non sapevo spiegarmi, ma che sentivo, che vivevo. Era fame. Era bisogno. Una resa al bisogno e alla fame di vita. O almeno così mi sembrava.

Pochi giorni più tardi, nacque mia figlia.

***

Mi piace guardare come le due magnolie si fronteggiano nel mio giardino. La loro chioma è già ricresciuta, l’ombra di cui sono capaci è tornata a essere una tregua importante per l’erba sottostante, comunque arrostita. Ogni tanto una di quelle foglie carnose cede al vento, si stacca con un fruscio d’animale e si posa coriacea. Rimane salda a terra, aggrappata alle increspature e ai pochi ciuffi verdastri, in attesa che il sole la renda croccante. O che il sottoscritto, chissà, si decida a rastrellare.

Questa mattina mi sono svegliato molto presto. Ho accompagnato mia figlia al bus che la condurrà in aeroporto e da lì in Spagna, dove resterà per due settimane. Le strade sono luoghi, non necessariamente fisici, dove incontri e separazioni sono una semplice funzione del tempo.

Jason Molina morì dieci anni esatti dopo l’uscita di Magnolia Electric Co., debilitato da un lungo, pernicioso alcolismo. Mancandogli un’assicurazione sanitaria, non gli fu possibile accedere alle cure che forse, forse, avrebbero potuto salvarlo.

Quanta speranza puoi aspettarti di trovare, in una canzone?

Hold on Magnolia to that great highway
moon
No one has to be that strong
But if you’re stubborn like me
I know what you’re trying to be

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