The lady who sang the blues: 60 anni senza Billie Holiday

Billie_Holiday

Per un breve periodo nei primi anni Novanta – non ricordo per quale motivo: uno spot? La partecipazione a una soundtrack? – le playlist radiofoniche passarono con una certa frequenza The Man I Love di Billie Holiday. Accadde prima della fittonata jazz che mi avrebbe ossessionato (e dissanguato) spingendomi a riempire scaffali e cassetti di CD formidabili. A pensarci bene, era prima di molte altre ossessioni e altri dissanguamenti, ma lasciamo perdere.

Quella canzone, dicevo, mi stregò. Per la precisione: quella voce mi stregò. The Man I Love fu scritta da George Gershwin nel 1924, faceva parte di uno show satirico, Lady, Be Good, da cui però venne cancellata. Fu riportata in auge tra gli altri da Benny Goodman nel 1937, mentre Lady Day – così veniva chiamata Billie – la incise due anni più tardi. In quelle sessioni del dicembre 1939 c’era anche il grande sassofonista Lester Young, da Billie soprannominato Prez, il Presidente: è suo il languido ed elegante assolo che apre la canzone, che fa perno sull’ingenuità speranzosa di una ragazza impegnata a immaginarsi – ad augurarsi – d’incontrare l’uomo della sua vita. Tutto ciò diventa nell’interpretazione della Holiday qualcosa di più e radicalmente diverso, una specie di crepa esistenziale: puoi sentire, annidato nell’ombra di quel canto sinuoso e stropicciato, il mostro della discriminazione di censo, di genere e razziale, il vicolo cieco di una vita che sa di avventurarsi in una giungla ostile, nella quale vige la spietata legge degli uomini.

I’ll do my best to make him stay
He’ll look at me and smile
I’ll understand
Then in a little while
He’ll take my hand
And though it seems absurd
I know we both won’t say a word

 

 

Tutto questo si consuma in una canzoncina accattivante – condita da quel pizzico di malinconia che i grandi autori sanno dosare magnificamente – grazie soprattutto alla voce. Comprai una cassetta antologica della Holiday, poi un doppio CD, a cui ne seguirono altri. The Man I Love fu insomma la breccia che mi introdusse a un repertorio di qualità eccelsa (jazz e blues) ma soprattutto a una voce, a una dimensione dell’interpretazione che trovavo sconvolgente. Credo di poter dire che l’incontro con Billie Holiday abbia cambiato per sempre il mio modo di entrare in sintonia con una voce, e più in generale quello che mi aspetto di ricevere da una interpretazione (sarà per questo che non provo alcun interesse per certi sfoggi di tecnica e virtuosismo che dai talent show spesso informa le nuove leve del pop, ma questa è un’altra storia, credo).

Sempre in quel 1939, a marzo, Billie aveva inciso il suo pezzo più celebre, composto dallo scrittore Abel Meerepol: Strange Fruit costituì un attacco diretto alla questione razziale, un pugno nello stomaco degli USA ancora intimamente e ferocemente discriminatori.

Southern trees bear a strange fruit,
blood on the leaves and blood at the root,
black body swinging in the Southern breeze,
strange fruit hanging from the poplar trees

 

 

In questa canzone, la voce della Holiday non ha età. Aveva solo ventiquattro anni quando la incise, ma quello che senti nel canto è l’anima di un popolo, una gravità intrisa di memoria: la voce si fa carico di una rabbia – assieme secolare e contemporanea – che da ancestrale si è fatta culturale e sociale, anch’essa frutto amaro – amarissimo – come quei corpi spettrali appesi ai rami degli alberi del Sud. A lungo Strange Fruit subì un vero e proprio boicottaggio da parte delle stazioni radio statunitensi e inglesi (sì, anche la BBC la considerò eversiva: non si fatica a capirne il motivo). Time, che all’epoca arrivò a definirla con uno sprezzante “propaganda in musica”, nel 1999 la elesse addirittura “Canzone del XX secolo”: è il caso di dire che il tempo, qualche volta, è galantuomo, anche se tende a prendersela un po’ comoda.

Nel 1958, la salute minata da una vita di eccessi, Lady Day incise il suo penultimo disco, Lady In Satin: aveva solo 43 anni. Ancora una volta, ancora di più, nella sua voce avverti la passione, il dolore e il rimpianto di molte vite, come se la sua dimensione artistica si fosse nutrita di tutti i suoi tormenti, delle debolezze, delle dipendenze, rendendosi archetipo vivente, lacerando la membrana che separa finzione e realtà, collocando l’espressione su un piano simbolico così assoluto da non poterla più distinguere dal significato.

 

 

L’anno dopo, il 17 luglio del 1959, morirà per le complicazioni di una cirrosi epatica.

Qui una mia recensione di Lady In Satin.

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