My (Old) Favorites (parte 3)

La terza e ultima tranche dell’articolone per il Mucchio del maggio (giugno? Luglio?) 2002 (qui la Parte 1 con la Top 50, qui la Parte 2 con la Top 10 delle cover) prevedeva le mie 5 canzoni italiane preferite di ogni tempo (più una bonus track). Oggi non ne confermerei neanche una. Sono poco d’accordo anche con quello che scrissi: la tentazione di censurarmi, credetemi, è stata forte. Sono arrivato alla conclusione che compilare classifiche sia un po’ come guidare l’automobile in mezzo al traffico cittadino: ci rende brutte persone.

Le mie 5 canzoni italiane preferite di ogni tempo*

Franco Battiato – L’Animale
Di Franco Battiato non potrò mai dire male, anche se col tempo mi ha un po’ stancato. A pensarci bene, ha cominciato a farlo proprio con il disco che contiene L’Animale: dopo cinghiali bianchi, patrioti in armi, padroni vociferanti, arche di noè e orizzonti perduti, comprai Mondi Lontanissimi a scatola rigorosamente chiusa. Fu una mezza delusione: l’unica traccia che veramente (e fisicamente) consumai fu proprio questa, una ballata nuda, scarna, tenera e atroce, che al me ragazzino di allora provocava uno straniante sgomento “adulto”, sensazione difficile da descrivere altrimenti che così.

Afterhours – Voglio Una Pelle Splendida
Devo ad un bel concerto radiofonico (su Radiodue, bei tempi…) la conoscenza degli Afterhours, che presentavano acusticamente i pezzi del notevole Hai Paura Del Buio? Naturalmente, lo beccai che ero in auto: rimasi praticamente aggrappato al volante, incapace di staccarmi anche solo per pochi minuti, al punto che finii di ascoltarmi tutto lo show sotto casa, come un appostato. Fra tutte, leggera e insidiosa, la ballata elementare di Voglio Una Pelle Splendida è quella che ha saputo meglio galleggiare sulla brodaglia del tempo. Come dite? Troppo leggera e superficiale? Ebbene, sì.

Fabrizio De André – Khorakhanè
Chi invece può dirsi totalmente estraneo alla corruzione operata dagli anni è Fabrizio De André, o meglio la sua opera, lancinante come un vaticinio, intatto monumento al miracolo della ragione: tutto il suo ultimo album in studio è un meraviglioso testamento spirituale, e la toccante Khorakhanè – lieve ed impetuosa come il vento stesso a cui si ispira – è l’ennesimo perfetto connubio tra profondità lirica e ricchezza musicale. Ogni volta mi obbliga a una riflessione scomoda e commossa.

CSI – Irata
A proposito del Faber, se non ce ne avesse lasciate così tante, così lucide e vive, mi mancherebbe il conforto spietato delle sue parole riguardo a questo impresentabile presente. Forse solo Giovanni Lindo Ferretti ha speso dentro e fuori dai CSI parole altrettanto pesanti, profetiche e nitide sullo stato delle cose: quelle di Irata hanno il passo lungo e sordo dei dissidi epocali, l’austerità pietosa e viscerale delle sofferenze irreversibili, con in più il nobile sipario della citazione pasoliniana. Il tutto gettato su un tappeto sonoro d’ombre palpitanti e improvvisi bagliori. Molto oltre le inette prospettive medie della nostra pop-music, dritto nel grembo della Storia.

Rino Gaetano – Mio Fratello È Figlio Unico
Col ricordo vago dell’inafferrabile giullare Rino Gaetano, chiudo questa parentesi italica: è ancora acceso il dibattito sul suo valore effettivo, così tanto che preferisco non interessarmi alla questione. So soltanto che ogni volta che mi capita di ascoltare Mio Fratello E’ Figlio Unico mi si ferma il respiro in gola e mi sento pizzicato da un nugolo di feroci intuizioni, come se la franchezza impietosa del suo sguardo avesse attinto ad un fiume sotterraneo e – ahinoi – inesauribile del malessere nazionale. Certo, aveva un difetto enorme e tipico, il Gaetano: difficile venderlo fuori dai confini. Era eminentemente, genuinamente, rabbiosamente provinciale. Ma – cazzo – se gli riusciva bene.

Bonus: la canzone italiana che avrei voluto scrivere*

Bugo – Son Drogato Di Lavoro
Non voglio esaltare il Bugo oltremisura, ma è un fatto che alcuni pezzi di Sentimento Westernato mi stanno perseguitando più a lungo di quanto credessi: me li ritrovo a un semaforo, tra i discorsi a cazzo del sabato sera, nei pensieri di sbieco al ritmo grigio delle dita sulla consolle. In particolare canticchio spesso a mezza voce questa Son Drogato Di Lavoro, che non è neppure tra i pezzi migliori dell’album suddetto: in pratica, un blues squinternato dal respiro arcaico-scazzone (anche se terribilmente ficcante e attuale), di quelli che potrebbe scrivere anche un ragazzino dopo due ascolti di John Lee Hooker o Lightnin’ Hopkins. Potrei farlo persino io, coi miei cinque accordi di fortuna, col rincoglionimento che mi mordicchia i talloni, più oggetto che soggetto della questione. Però sospetto che solo quel fanciullone del Bugatti – l’occhio sensibile e macerato a forza di schiaffi “adulti” – poteva farcirne le fragili note di tanto penoso disincanto, senza mai rinunciare al ghigno beffardo di chi riesce comunque a non farsi fottere fino in fondo. Forse perché son tempi difficili e strani, credo convenga sognare al livello del suolo: avrei voluto scrivere questa canzone, e sbraitarla in faccia a chi so io.

(Parte 1 – la Top 50)

(Parte 2 – la Top 10 delle cover)

*o almeno così mi sembrava nel maggio del 2002

2 commenti

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