My (Old) Favorites (parte 2)

Nel famoso (si fa per dire) articolone del Mucchio di maggio (giugno? Luglio?) 2002, c’era posto (doveva esserci) anche per le cover. Ecco quelle che indicai all’epoca: alcune scontate, altre obbligate, alcune sorprendenti (per me, soprattutto).

Whiskeytown

Le mie 10 cover preferite di ogni tempo*

Whiskeytown – A Song For You
Attrazione fatale, le cover. Ovvero, come realizzare da professionisti quello che ognuno fa nel proprio microuniverso d’ascoltatore: (re)interpretare, (ri)vivere. Perché alla fine quello che conta è l’emozione di cui il pezzo, bene o male, deve costituirsi veicolo. Sulla strada c’è da oltrepassare il duro ostacolo della memoria, e non è affatto questione da poco, soprattutto se si ha l’infausto obiettivo di aggirarne la sagoma o – peggio ancora – di abbatterla: l’unica soluzione sensata è affiancarle una versione onesta, sincera, rispettosa tanto dell’impulso originario quanto della sensibilità nuova (aggiornata) che sostiene il progetto. Ad esempio è quello che fanno i Whiskeytown di Ryan Adams con A Song For You, non solo un atto d’amore per l’ineffabile genio di Gram Parsons ma la ricerca di un azimut tra melodia (stupenda) ed elettrico torpore, l’antico bacillo del country-rock metabolizzato, corroborato, ispessito, così bene e senza timori reverenziali che della (delicata, eterea) versione originale non si sente (troppo) la mancanza. Niente di meglio per un felice, appagante, godurioso fluire delle emozioni.

Op8 – Round And Round
Ma può anche succedere di venire colti alla sprovvista, di intercettare un venticello melodico che ti sembra di conoscere ma non sai bene, e mentre ti vanno in corto i neuroni avverti un languore tiepido salire dalla schiena fino a seccarti la gola: è quello che mi capitò al primo improvvido ascolto di Slush degli Op8, ovvero i Giant Sand più l’intrigante vocalist-violinista Lisa Germano. Ignoravo che quella Round And Round posta in chiusura di programma fosse proprio il nebbioso valzer dell’ancor giovane Young (dall’album Everybody Knows This Is Nowhere), così – gosh – mi ci vollero un paio di minuti per riconoscerla. Tant’è, sentirmi ondeggiare nelle orecchie questo sciroppo di sogno & abbandono, perturbato e graffiato dall’irrequietezza sonica di Howe Gelb e soci, umettato dal canto sottile della Germano, fu una roba da 5 o 6 repeat: senza remore né dubbi, la preferisco all’originale.

Siouxsie & The Banshees – Dear Prudence
Non c’è modo invece di scavalcare la versione beatlesiana (o sarebbe meglio dire lennoniana?) di questo autentico ordigno melodico, a cui non manca niente per ammaliare l’anima e smuovere i sensi. La sacerdotessa dark per eccellenza asciuga gli sbuffi soul e sguinzaglia la band sulle tracce di un sound energico e umorale: per il resto, canta lo stesso disagio sottocutaneo, l’insofferenza esistenziale che il grande Lennon aveva captato – profetico e in parte postumo, come tutti i grandissimi – nell’aria più speranzosa dei sixties.

Bauhaus – Ziggy Stardust
In un certo senso, considero questa canzone una chiave: come ogni chiave, destinata ad una porta dietro cui possiamo sbirciare tutta l’inguardabile decadenza che si nascondeva sotto i lustrini del glam, di cui Bowie – in uno dei consueti deliri da iperrappresentazione – fu in parte icona e in parte carnefice. Nella versione dei Bauhaus lascia anche indovinare una linea di parentela con la problematica epopea dark, su cui mi piacerebbe indagare un bel po’: l’ombra della luce, direbbe il venerabile Franco Battiato. In ogni caso, non stupisca la sostanziale fedeltà rispetto all’originale (praticamente solo una lucidata ai watt), perché se da un lato Murphy e compagni non erano gli ultimi arrivati in fatto di manipolazione sonora, anche il mister Bowie dei tempi d’oro sapeva di certo il fatto suo.

Fiona Apple – Across The Universe
Ancora Beatles, ancora una ragazza inquieta dai lineamenti angelici e i pensieri difficoltosi: un po’ prima della panzeristica (e un po’ bieca) operazione I Am Sam, per la colonna sonora del delizioso Pleasantville viene chiamata la bella Fiona a spandere un po’ di magica polverina di scarafaggio. Lo farà senza timore, con una voce che sembra luce su arrangiamento impalpabilmente delizioso: chiarendo forse a molti che se Across The Universe è un “parto minore”, c’è chi non dovrebbe nemmeno cominciare a scriverle, le canzoni.

Blue Cheer – (I Can’t Get No) Satisfaction
Un po’ di par condicio non fa mai male, e allora è giusto spendere due righe anche sui venerabili Rolling Stones, che bene o male sono una delle band più coverizzate della storia. O sbaglio? Di Satisfaction non so bene quante riletture siano state fatte, non tutte imprescindibili, utili però ad evidenziare che – mancando la verve stoniana – la reiterazione nevrastenica del celebre riff rischia di apparire perlopiù stucchevole (a meno che non si decida di operare una destrutturazione dissacrante e postmodernista come gli incontenibili Devo). Già nel 1969 i Blue Cheer dovettero rendersene conto, così – senza pensarci troppo – decisero di far saltare tutto in aria. Ancora oggi consiglio di non alzare troppo il volume mettendo sul piatto Outside Inside: ne va dell’incolumità delle casse e del buon vicinato. Siete avvertiti.

X – Soul Kitchen
Che pezzo, ragazzi: come un pugno dritto sulle gengive, o un arpione ficcato in mezzo alla schiena. Certo, Ray Manzarek in cabina di regia deve essere stato uno stimolo non da poco, sta di fatto che – una volta attaccati i plug agli amplificatori – il beffardo errebì doorsiano rimane stritolato sotto le corde fibrillanti di Zoom e Doe, il ghigno obliquo della Cervenka e il cataclisma rutilante di Bonebrake. Argh!

Patti Smith – (So You Want To Be A) Rock’N’Roll Star
Patti, da sempre schiava di una lucidità incontenibile, recupera uno dei primi hit dei Byrds e impavida lo spara tra gli oscuri marosi della new wave: nessun problema, niente concessioni al logorio del tempo, come se l’anima vera di questa canzone stesse lì a sonnecchiare, in attesa della giusta sveglia. Il disco è Wave, di norma il più bistrattato dei primi quattro fondamentali album con cui la Smith ha cambiato il corso degli eventi. Beh, non fosse che per questa cover, in cui al jingle e al jangle byrdsiani fanno luogo incontenibili clangori e proteiche fughe in avanti, consiglio caldamente di non farvelo mancare.

Jeff Buckley – Halleluja
Affari d’anima trafitta, invece, quelli che permettono a Jeff Buckley di operare in Hallelujah un micidiale stravolgimento dell’estatico messaggio di Leonard Cohen. Attenzione, però: siamo di fronte in realtà ad una “cover di cover”, visto che il modello più plausibile sembra la versione già dilatata e scheletrita prodotta dall’imprendibile John Cale (e scusate se è poco). Se quest’ultimo se la giocava tutta al piano, Jeff sta invece raccolto sulla trepida sei corde, la voce che si avvita e si estenua, insegue punti di fuga strazianti, permettendosi l’audacia di manipolare ben più di qualche parola. In pratica, un’altra canzone: ma le tre che conosco potrebbero stare l’una accanto all’altra, tutte bellissime e bastevoli come benedizioni dell’anima.

Jimi Hendrix – All Along The Watchtower
Chiudo il discorso in scioltezza, perché pure mastro Bob Dylan, a proposito della propria All Along The Watchtower, ha dichiarato di preferire alla quintessenza di inquietudine rabbrividente che attraversa la versione originale – inclusa in John Wesley Harding – il ciclone psicotico di watt allestito solo pochi mesi dopo da Jimi Hendrix. Ne rimase anzi tanto compiaciuto da averne ufficialmente adottato l’arrangiamento per le innumerevoli rese live, come del resto molti altri dopo di lui (Giant Sand, Neil Young…). In fondo, il mancino di Seattle non fece altro che accendere la miccia predisposta dal menestrello di Duluth: dopo un’esplosione, si sa, niente è più come prima.

**o almeno così mi sembrava nel maggio del 2002

Parte 1 – la Top 50

Parte 3 – la Top 5 delle italiane

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