My (Old) Favorites (parte 1)

Questo proprio non me lo ricordavo: per un numero del Mucchio di maggio (o giugno? O luglio?) 2002 mi fu chiesto di compilare una lista delle mie 50 canzoni preferite di ogni tempo, impresa già di per sé probante (oggi non ne avrei la forza) a cui si aggiunse l’obbligo di selezionare le prime cinque, ovviamente motivando tali scelte. A proposito della vertiginosa estemporaneità delle classifiche, è interessante il paragone con quella compilata circa un anno più tardi: un raro caso di conservazione. Comunque, non era finita: nell’articolone dovevo indicare anche le mie 5 canzoni italiane preferite (commentando ogni singola scelta) e persino le 10 migliori cover (indovinate un po’? Commenti anche per queste). Fu un vero tour de force, ma a giudicare da quel che scrissi lo affrontai con una certa disinvoltura, talora tendente alla strafottenza (beata gioventù). Sempre dall’ormai leggendario hard disk ho quindi ripescato quel pezzo, che per motivi di estensione (e per tirarmela un po’) dividerò in tre post.
Nota bene: per quanto riguarda le scelte, sono ovviamente il primo critico del me stesso di allora, ingenuo trentaduenne che non ero altro. Ma tant’è: i ritrovamenti sono belli per questo.

timbuckley

Le mie 50 canzoni preferite di ogni tempo*

Tim Buckley – Song To The Siren
Dead Kennedys – Holiday In Cambodia
Pixies – Where Is My Mind?
Patto – The Man
Neil Young – Don’t Let It Bring You Down
Eels – Selective Memory
Sigur Rós – Viõrar Vel Til Loftárasa
Tim Hardin – It’ll Never Happen Again
Sonic Youth – Catholic Block
Janis Joplin – Little Girl Blue
Talking Heads – Psycho Killer
Bauhaus – Passion Of Lovers
The Flaming Lips – Halloween On The Barbary Coast
Grant Lee Buffalo – Honey Don’t Think
Jimi Hendrix – The Wind Cries Mary
The Beatles – Tomorrow Never Knows
Jane’s Addiction – I Would For You
Gram Parsons – She
Velvet Underground – Oh! Sweet Nuthin’
X – Sex And Dying In High Society
XTC – 1000 Umbrellas
The Beatles – Golden Slumbers
Jeff Buckley – Eternal Life
Supertramp – Child Of Vision
Afterhours – Voglio Una Pelle Splendida
The Rolling Stones – She’s A Rainbow
Pink Floyd – See Emily Play
Neutral Milk Hotel – Two Headed Boy
P.J. Harvey – The Dancer
The Clientele – An Hour Before the Light
dEUS – Right As Rain
The Dream Syndicate – Bullett With My Name On It
Nick Cave – From Her To Eternity
Bob Dylan – Simple Twist Of Fate
Radiohead – Fake Plastic Trees
Robert Wyatt – Alife
Billie Holiday – Solitude
Joy Division – Love Will Tear Us Apart
King Crimson – Moonchild
The Stooges – Loose
Love – Andmoreagain
Patti Smith – Free Money
Ultravox – Hiroshima Mon Amour
Grateful Dead – Wharf Rat
David Crosby – Triad
Sparklehorse – Sunshine
Spirit – Darlin If
Bob Marley – Redemption Song
John Martyn – Just Now
Will Oldham – At The Break Of Day

Le mie prime 5 canzoni preferite di ogni tempo *

Pixies – Where Is My Mind?
Perdonatemi se non vi sembra poi quella gran canzone: il fatto è che ha coinciso con uno di quei momenti che purtroppo capita, quando la testa non sta mai nel posto e nel tempo in cui vi trovate, ma è come richiamata altrove, dove appunto la vita sta accadendo forte, più forte di voi, malgrado tutti gli sforzi (spesso patetici) di controllarla. L’incredibile Francis Black canta questo pezzo con lo stesso trasporto totale che ha adoperato in una vecchia intervista per descriverlo: “una di quelle canzoni che Neil Young non ha mai inciso, che fluttuano nello spazio in attesa di essere catturate”. Ecco, più o meno così. E cazzo se concordo.

Tim Buckley – Song To The Siren
Non sono rimasto troppo sorpreso leggendo come sia stata composta questa canzone: in pratica Larry Beckett non fece in tempo ad entrare nello studio d’incisione con in mano un testo che il grande Tim lo rivestì di questo soffio di melodia. Sfuggente, inafferrabile, meravigliosa. Ho perso il conto degli ascolti, e non vuole saperne di stanchezza, né aprirsi ad una soddisfacente comprensione: ammetto che le due cose possano essere legate.

Dead Kennedys – Holiday In Cambodia
È invece abbastanza chiaro il messaggio proposto in questo pezzo da mister Jello Biafra e dai suoi Kennedy morti: per me, c’è tutta la rabbia, il disprezzo e il sarcasmo di cui è capace il rock, il suo particolare impegnarsi con le cose del mondo. Che non è difficile – ahinoi – da applicare all’attualità: non solo per la sporca guerra che là fuori non manca mai, ma anche per tutta la sporcizia che, lo vogliamo o meno, ci portiamo dentro. Eppoi conosco un bel po’ di signorini a cui una vacanzuccia culturale in Cambogia (o Afghanistan, o Iraq, o Palestina…) potrebbe chiarire non poco le idee…

Patto – The Man
In quanto particella del mastodontico corpo musicale, la canzone deve anche differenziarsi in quanto suono: cosa che a The Man riesce benissimo. Praticamente è una festa di strumenti suonati, un vibrare caldo e impetuoso di corde (vocali e non), un tumulto di percussioni, taglio felicemente trasversale attraverso mondi da sempre permeabilissimi come il jazz, il blues e il rock. È vieppiù grazie a questo pezzo che ho recuperato la voglia di ascoltare ad occhi chiusi e più volte, inseguendo i particolari, stillando i preziosismi, soppesando gli spigoli e le profondità: casomai lo dubitaste, non lo sto sopravvalutando per niente.

Neil Young – Don’t Let It Bring You Down
Per concludere, non potevo certo accontentarmi di citare il loner canadese solo di sfuggita, anche se è stata dura preferire una sua canzone tra le decine che mi hanno accompagnato per non so quanti chilometri di pendolarismo coatto, il delirio scanzonato della voce a riempire gli interstizi tra presente e passato, le pennate di chitarra – ora alcoliche e scomposte, ora palpitanti e afflitte – così dense da alterare il paesaggio in rassegna oltre i finestrini. È stata una durissima selezione, ma sono contento di aver scelto dallo sterminato catalogo younghiano l’epicità crepuscolare di Don’t Let It Bring You Down: un titolo, e una canzone, di cui c’è sempre un gran bisogno.

Parte 2 – la Top 10 delle cover

Parte 3 – la Top 5 delle italiane

*o almeno così mi sembrava nel maggio del 2002

6 commenti

  1. Nell’esplosione della pratica della masterizzazione folle tra la fine dei ’90 e l’inizio degli 00, ero -nella mia post-adolescenza- piuttosto frustrato in quanto non possedevo un PC con il famigerato masterizzatore. Quindi è sempre rimasta latente questa voglia di fare e rifare classifiche miste delle canzoni preferite. Nel corso degli anni ho recuperato (forse esagerando, ma era inevitabile), confezionando decine di CD con i miei brani imprescindibili, che tuttavia cambiavano a seconda dell’evoluzione degli ascolti e della curiosità che mi spingeva ogni volta oltre i confini precedenti. La parte più affascinante ed eccitante era la scrematura iniziale (in coesistenza con la durata del CD) e la sequenza logica con cui inserire i brani. Alcuni soffrivano dell’infatuazione del momento, altri erano dei must in ogni CD. Poi avviata la masterizzazione, c’era sempre quel brano che avresti potuto mettere, che confrontato con il primo ascolto, dava la conferma che la compilation poteva essere migliore, che non era completa. Giustificando così un’eventuale e prevedibile revisione che rimetteva in discussione sempre tutto!

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    • Ti capisco benissimo. Proprio in questi giorni riflettevo sulla progressiva estinzione dell’arte della compilation come conseguenza della smaterializzazione dei supporti, con tutte le limitazioni pratiche (differenze di volume tra i pezzi, stacco tra le tracce, durata…) che comportavano. Ero un produttore infaticabile di compilation, anche nel senso di “classifiche” su cassetta o cd, ed ero SEMPRE insoddisfatto del risultato finale. Forse proprio questa insoddisfazione – a cui accenni anche tu – era la molla per farne continuamente di nuove. Oggi le playlist dei music provider da un lato rendono questa pratica semplicissima, dall’altro le tolgono dimensione, le negano un perimetro, tendono a un “flusso” e quindi finisci per cedere, per arrenderti al flusso dettato dagli algoritmi. Non amo compilare playlist per spotify o music unlimited eccetera. Mi sembra di buttare sassi nell’acqua.

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      • Ti confesso che c’ho provato con le playlist (spotify ad esempio), mettendomi anche dei vincoli (un brano per artista, una certa linea logico/temporale, non più di 15 brani per playlist… ), ricalcando quella che era la vecchia e nostalgia pratica all’epoca del CD. E niente, ho mollato! Troppa scelta, rischio di dispersione! Non c’è davvero proprio lo stesso gusto… Però mi è rimasto ancora un bel pacco di CD…

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      • Ecco, uno degli effetti collaterali non previsti e neppure spiacevoli dello streaming, è che ho iniziato a volere bene davvero ai miei CD. Ogni tanto ne selziono un bel pacco e li faccio girare nello stereo (o nell’autoradio) per un po’, è come tuffarsi all’indietro.

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