Virus

Il primo gennaio del 2006 spedii questo racconto alla defunta webzine Writeup, che lo pubblicò poche settimane dopo. Ricordo di averlo scritto mentre sulle riviste e sul web (un web ancora ben poco social: il boom di Facebook in Italia sarebbe avvenuto solo tre anni più tardi) infuriava il dibattito sul futuro della musica, sulla scorta del tempestoso avvento del download (legale e illegale), mentre all’orizzonte già si profilava l’eventualità dello streaming. Ricordo anche un’altra cosa: per le atmosfere e le tensioni tra i personaggi mi ispirai a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (con il quale tuttavia ha ben poco a che fare). Dieci anni più tardi qualcosa di questo racconto sarebbe finito in Nastri, soprattutto l’idea della musica “neutralizzata”. Buona lettura.

IL-CIELO-SOPRA-BERLINO

Virus

Rudy aveva quello sguardo sofferto, come una vecchia nostalgia digerita male.
Gli dissi, Ti diverti a tenermi sulle spine.
Mi disse, Ti ho incuriosito, eh?
Gli dissi, Non mi avrai fatto attraversare la città per un bicchiere, vero?
Rispose, Certo che no. Sorseggiò il liquido marroncino. Si schiarì la gola. Aggiunse, No, certo che no. Da quando non ascolti qualcosa di nuovo?
Gli risposi, Non ci provo più.
Sibilò una risatina asmatica.
Perché, lo incalzai, c’è qualcosa che valga la pena provare?
Forse, mi disse. C’è un tipo, un ragazzo. Ha una bella voce blues. Un suono essenziale, molto ruvido.
Gli chiesi, È facile da ripulire?
Un lampo nel suo sguardo, appeso a un silenzio breve. Nessuna ripulitura, disse. Non ce n’è bisogno.
Guardai un po’ lui e un po’ la patina di sudore che l’avvolgeva come una guaina. Gli dissi, Sei sicuro?
Disse, È pulita. Non c’è nulla in quella canzone, solo la canzone.
Soppesai il tono della sua voce. Gli dissi, Come l’hai trovata?
Finì il rum con un sorso lungo, deciso. Tenne il bicchiere sollevato. Poi sputò quelle parole, il primo tuffo al cuore della giornata: Distribuzione ufficiale.
Sbottai, Mi prendi in giro, Rudy?
Si appoggiò allo schienale. No, disse. Scandì ogni parola: Non ti prendo in giro. I suoi occhi girarono ad elica rivolti al soffitto, una rapida spirale disorientata. È pulita, Dario, esalò. Ed è nuova.
Gli chiesi, Come si chiama?
Rispose, Un nome strano, Mandro. Ma stai a sentire quello vero: Anassimandro. Anassimandro Bei. Mi sono informato. È figlio di un professorone, uno che ha scritto testi per l’università. Filosofia, sogghignò, e per nulla spicciola.
E la canzone?, lo incalzai.
Quella, invece, ha il titolo più semplice del mondo: Blues.
Ce l’hai qui?
Scosse la testa, No, però la trovi facile.
Certo, dappertutto. Distribuzione ufficiale, no?
Dappertutto, ripeté Rudy, dietro la nebbia improvvisa di un allarme di sbieco.

+++

Mi affacciai in camera di Nicola. Era collegato, naturalmente. S’immischiava, diceva lui. Ci passava troppo tempo in quella camera e in rete. Ma nulla di cui preoccuparsi: tutto pulito. Nessun avviso di infrazione, mai. Quando non navigava, leggeva, studiava. Per il resto, sei ore di basket alla settimana: proprio nulla di cui preoccuparsi. Amavo la sua espressione quando si accorgeva di me. Come se s’illuminasse dentro.
Disse, Oh, zio. Semplicemente. Togliendosi gli auricolari.
Gli dissi, Non ti chiedo neanche come stai.
Sorrise, Tanto sto bene, sei tu che sei sciupato.
Gli dissi, Sono nato così, furbetto. Cosa stavi ascoltando?
Rispose, Niente, roba da pischelli. E tu, che ci fai da queste parti?
Gli dissi, Mi hanno detto un gran bene di una tal canzone, passavo di qui e mi sono detto, di sicuro il mio nipotino la conosce.
Quale canzone?
Blues, di Mandro.
Sobbalzò, ridacchiando, Quello sfigato?
Perché sfigato?
Fa una musica strana, strana forte. Mi sa che non va da nessuna parte, quel tipo.
Gli dissi, Sono curioso di sentirla, che ci vuoi fare.
Mi disse, E ovviamente la vuoi nella cache.
Sono un romantico, ghignai.
Dammi il tuo lettore.
Non potevo rischiare che sbirciasse nella memoria del mio lettore. Gli passai il portachiavi-chip. Dissi, Mettila qui, che fai prima.
Mentre armeggiava col mouse, osservavo i suoi capelli cortissimi, la serietà compunta dell’espressione, quel vago accenno di lentiggini. Un ragazzino di sedici anni. A cui tenevo come a nessun altro. Il giorno che non avrei avuto più nulla da perdere, avrei provato a fargli ascoltare qualcosa. Qualcosa di vecchio e vivo. In ogni caso, non potevo aspettare molto. Tempo un paio d’anni e anche un cervello come il suo sarebbe stato perduto per sempre. Temevo quel giorno. Era l’ultimo lancio di dadi, quello su cui avrei dovuto puntare tutto. Se Nicola non avesse accettato la complicità, il segreto tra di noi, avrei dovuto tagliare i ponti. Andarmene, anche da me stesso. Mi sarebbe rimasto un ultimo indirizzo, prima di sparire. Quello di Chet.

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Ex-antiquario appassionato di jazz, da cui il soprannome: Chet. Un coglione nostalgico, diceva lui. Ma generoso, aggiungevo. E con un certo talento. Per venirci incontro aveva irrobustito senza indugio la sua collezione di blues, rock, funk ed errebì. Una sera ci impressionò rivelandoci la spesa sostenuta per cablare e insonorizzare quel buco d’appartamento. Un lavoro da professionisti, non fatturato, non registrato. Si era costruito un nido-fortezza, diceva. La mia confortevole tomba, diceva.
Andavamo da lui un paio di volte al mese, io e Rudy. Concordavamo le date con circospezione. C’erano anche altre persone, naturalmente. In loro riconoscevo il nostro stesso sguardo liquido, diffidente, incredulo. Di alcuni non ho mai saputo il nome. Quando le sedie non bastavano, stavo in piedi per ore, a parlare, a bere, ad ascoltare.
Chet non si limitava a organizzare festicciole clandestine. Teneva attivi i canali internazionali, architettava massicci scambi di files, migliaia di canzoni e video stipati in pezzetti di silicio nascosti nelle cornici dei quadri, nelle intercapedini dei mobili d’epoca che si faceva spedire da Francoforte, da Marsiglia, da Istanbul. Poi, c’era il lavoro più difficile: organizzare le fughe, le sparizioni. Documenti falsi, biglietti aerei, i contatti di prima necessità. Un gioco pericoloso, svolto con tenacia e rassegnazione. Più di così non posso morire, diceva.

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ilcielosopraberlino3

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La metropolitana mi trasportava verso l’appartamento di Chet, ma non era da Chet che volevo andare, o almeno non subito. Mariangela mi stava aspettando. Abitava nello stesso palazzo, quattro piani più in alto. Ci conoscemmo una sera per caso, in ascensore. Scambiammo uno sguardo pieno di cose da dire, e qualcosa si accese. A Chet non chiesi nulla di lei. Scoprii da solo come stavano le cose. Divorziata. Nessun figlio. Dal modo in cui faceva l’amore, dall’amarezza tenace con cui tratteneva il mio seme, indovinai la sua sterilità prima che me la raccontasse. Il suo appartamento era poco più grande di quello di Chet. Riviste dappertutto, una graziosa libreria carica di soprammobili e libri d’evasione, un grande televisore a fronteggiare la poltrona reclinabile. Quanto alla musica, era ovviamente quella del Carnet Nazionale. Fu una specie di capolavoro convincerla a tenere spento ogni apparecchio senza che le sembrasse strano. Le sue sensazioni erano irrecuperabili, i suoi sentimenti irrigiditi. Ma la sua umanità era calda. Lasciai che m’investisse di passione interdetta, inesplosa, inesplorata. Che si prendesse cura di me.

Tredici fermate. Pochi passeggeri nella metro, la vettura trascinava gli odori di un giorno infinito. Inserii il chip nel lettore, spostai la canzone nella cartella dei file temporanei. La analizzai con l’antivirus fornito da Chet. Sul display la rassicurante apparizione di quel messaggio: Nessun virus rilevato/non necessita di ripulitura. Rudy aveva ragione: il pezzo era pulito, e meritava. Eccome, se meritava. Un blues rock aspro e acido come non mi capitava da anni. Una parata di ceffoni a mano callosa e impetuosi tornaconti lirici. Mandro esplodeva vocalizzi rauchi e pennate rugose, la chitarra acustica grattava un malumore stagionato, il basso e la batteria obbedivano a un piano di geometrica essenzialità. Mi scoprii a trattenere l’emozione.
Al primo ritornello seguì un assolo sguaiato, poi un’altra strofa, su un gradino più alto di parossismo. Quindi, il secondo chorus, prima di un bridge abbastanza scontato, come a placare la furia. Fu sul terzo chorus che lo sentii. Appena percepibile, ma nitidissimo. I sensi in allarme sovrastarono la consapevolezza, come il morso di un serpente elettrico. Fermai di colpo la riproduzione. Respirai profondamente, imponendomi una calma febbrile. Immobile, attento al sibilo ovattato del treno, ai sussulti fruscianti delle rotaie. Stavolta l’avevano nascosto bene. Maledettamente bene. Un lavoro eccelso. Il giro decisivo della vite. Di Rudy, non sapevo cosa pensare. Ma non dovevo pensare. Non dovevo.

Gli sportelli si aprirono, gelandomi il sudore sulla fronte, sul collo. Era la mia fermata. Uscii dalla vettura e i pensieri ripresero a dimenarsi. Come potevano esserci riusciti? Impossibile ottenere un tale effetto con una sovraincisione, per quanto sofisticata. Quanto a Mandro, lui non ne sapeva nulla, su questo non c’erano dubbi. Altrimenti lo avrei capito subito. Lo avrei sentito. Dovevano avergli impiantato qualcosa dentro. C’era una voce nella sua voce, un suono nascosto nel suo stesso suono. Un nuovo tipo di virus. Qualcosa di sublime e letale. Di definitivo. Alla fine c’erano riusciti. Avevano realizzato la chiave in grado di aprire ogni serratura. Era solo questione di tempo, di modulare bene le vibrazioni. Saremmo caduti uno ad uno. Fino all’ultimo.

Ci stavano fottendo a loro modo. Illudendoci di vita.

+++

Bussai trafelato alla porta di Chet. Nessuna risposta. Eppure doveva essere in casa. Il frammento di piastrella – il nostro segnale – era al suo posto. Bussai ancora. Bisbigliai, Chet, Chet, sono Dario. Apri, è importante.

Nulla.

Appena uscito dalla stazione della metro avevo provato a chiamare Rudy, inutilmente.
Terra bruciata, mi ripetevo. Terra bruciata.
Raccolsi i pensieri: mi erano rimasti solo quelli che portavano da Mariangela, quattro piani più su. Salii. Mi aprì con una dolcezza così spensierata che mi sembrò quasi offensiva. Suo malgrado.
Mi disse, Te la sei fatta di corsa, campione? Smise di scherzare quando decifrò il mio sguardo. Disse, cosa c’è?
Le dissi, Sono preoccupato per un mio amico. Sto tentando di chiamarlo da mezz’ora, non mi risponde.
Trattenne un silenzio calmo, poi disse, Solo per questo?
No, è che… È malato, è molto malato.
Prova a chiamarlo da qui, mi disse. Può darsi che quel tuo vecchio comunicatore dia i numeri.
Grazie, balbettai, grazie.
Provai dal suo apparecchio domestico. Rudy rispose subito, Pronto, Dario, sei tu?
Dissi, Sono io.
Ho visto che hai provato a chiamarmi prima. Ero sotto la doccia. Cosa c’è?
Quella canzone, Rudy…
L’hai già sentita?
Sì. L’ho sentita.
Tutta? L’hai sentita tutta?
Un brivido mi lacerò. Acido e freddo, fin dentro lo stomaco. Nauseabondo.
Dissi, Sì, Rudy. Tutta. L’ho ascoltata tutta.
Una grande canzone, vero?
Sì. Grande, grande canzone.
Cincischiai qualcos’altro, come in apnea. Rudy gorgogliava una specie di panegirico. Le sue parole perdevano senso prima che le comprendessi. Quando riattaccai, ancora parlava.

Mariangela raccolse il comunicatore dalla mia mano che nel frattempo era scivolata sul fianco. Guardavo il vuoto spalancato, il buio feroce e muto.
Mi accarezzò la testa. Disse, Tutto bene?
Mi sedetti. Le dissi, Tutto bene, sì.
Bevi un caffé?
Non so da dove riuscii a tirare fuori un sorriso. Lungo e forte, grazie.
Baciò con quel suo modo di baciare protettivo, premendo a lungo le labbra sulla mia tempia, come una madre che vuole impadronirsi della febbre del figlio.
Mi disse, Siedi, torno in un attimo.
Le dissi, Mariangela.
Cosa?
Potresti, se vuoi, accendere la radio?
Quel lampo nei suoi occhi. La pelle del suo volto sembrò distendersi, rassicurata. Come no, rispose.

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