L’autovelox, Hootie e gli Who

Prendete un autovelox, un lettore CD, gli Hootie & The Blowfish e gli Who. Metteteli nel 1994. Estate del ’94, per la precisione.

Ora, considerate un tipo di neanche 25 anni che sta rientrando in auto dal turno di notte: quaranta chilometri da percorrere, più o meno, attraverso le colline del chianti, i finestrini abbassati e l’autoradio a palla contro i colpi di sonno. Sono circa le quattro del mattino. La strada è un nastro steso sulle dune di un deserto fragrante, ma – appunto – deserto, e nero. Pochissime automobili in giro, quasi nessuna. Di colpo però ecco dei fari comparire nello specchietto retrovisore, in rapidissimo avvicinamento. Troppo rapido: è un bolide, in pratica. Il quasi venticinquenne ipotizza che si tratti del tipico coglione uscito da una discoteca fiorentina, il piede appesantito e la testa alleggerita dai troppi cocktail o da chissà cos’altro a stagnargli nelle vene. I fari lo hanno già raggiunto: stringe d’istinto le mani sul volante mentre lo sorpassano come una rasoiata. Figuriamoci, è un’utilitaria. Nell’attimo del sorpasso ha scorto la sagoma degli occupanti: tre, forse quattro ragazzini, lanciati a centocinquanta orari contro il limite di novanta. Vabbè, in fondo siamo in un rettilineo, pensa il quasi venticinquenne. Pure lui, in fondo, mica lo rispetta il limite. A quell’ora, cosa vuoi.

Hootie_&_the_Blowfish_-_Cracked_Rear_View

Ma ecco, pochi istanti dopo, il lampo, un bagliore che raggela l’utilitaria, l’asfalto, il guard-rail e una piazzola in un fotogramma rosaceo. Nella piazzola, inconfondibile, c’è una volante della polizia. D’istinto il quasi venticinquenne schiaccia il freno, lo rilascia, preme ancora, passa dai centodieci orari ai novanta di prammatica, sfila indenne accanto alla piazzola, alla volante, all’autovelox. Più avanti l’utilitaria ha rallentato di botto, ma ormai è condannata. Il quasi venticinquenne immagina il frullato di shock e bestemmie tra quei ragazzini intravisti durante il sorpasso. Quanto a lui, prova un senso di sollievo effervescente, mentre l’adrenalina esaurisce la spinta formicolando tra le spalle e le dita. Si ritrova a pensare: quei coglioni mi hanno fatto risparmiare centocinquanta, forse duecentomila lire. Ride. Tamburella col palmo sul volante, euforico. Arrivato a casa, fatica a prendere sonno.

30yearswho

Il giorno dopo, il quasi venticinquenne si reca al negozio di dischi. Aveva letto di quei fenomeni statunitensi, Hootie & The Blowfish. Le recensioni viaggiano tra il buono e il buonissimo. Prende il loro disco senza neanche ascoltarlo. Poi si accorge del cofanetto in bella mostra dietro al bancone: l’immagine sul coperchio mostra Pete Townshend impegnato in uno dei suoi salti plastici (che puoi permetterti solo se il dio del rock in persona viene a darti una spintarella), mentre gli altri Who stanno sullo sfondo a celebrare il loro rito al fulmicotone. Pochi giorni prima il quasi venticinquenne aveva finalmente aggiunto un lettore CD al suo impianto stereo: basta vinili, basta cassette, eccheccazzo, se non li puoi battere, unisciti a loro. Adesso c’è bisogno di provvedere al carburante. Conti alla mano, il cofanetto targato The Who e il disco degli Hootie vengono circa centoquarantamila lirette. Dei Who il quasi venticinquenne conosce i classici, gli hanno registrato in cassetta il travolgente Live At Leeds e Who’s Next, aveva visto e rivisto Tommy e Quadrophenia. Vale la pena farsi la cofana, pensa. Anzi, è convinto che debba farlo. Devo dare un senso, si dice, ai soldi risparmiati quella notte. Risparmiati, sì: non è stata una fatalità, non è stato culo. È stato un colpo di gomito del destino.

Cracked Rear View degli Hootie & The Blowfish vantava un titolo, come dire, allusivo: faceva venire in mente quei fari che si stavano avvicinando a velocità vertiginosa nello specchietto. Si rivelò un impasto di roots rock e alternativa 90s piuttosto accomodante, roba che t’immagini il cuore caldo e spaurito di un’America sempre in cerca di un centro di gravità, ma tutto sommato convinta di non avere motivo per uscire dal seminato, perché in fondo assuefatta, fedele all’idea di sé malgrado l’inevitabile irrequietezza. Il quartetto del South Carolina piazzò dieci milioni di copie di quell’album d’esordio. Lo ascoltai – ebbene sì: il quasi venticinquenne ero io – forse sei, sette volte. Magari dieci. Prima che mi stancasse senza appello. Avrei voluto rivenderlo, ma non l’ho mai fatto. Chissà perché.

Thirty Years Of Maximum R&B degli Who si rivelò invece un carosello di sensazioni, sussulti, stupori, deflagrazioni che rese indubbiamente migliore la mia estate del 1994, così come l’autunno, l’inverno e la primavera seguenti, e via andare, per anni. La band di Townshend, Daltrey, Entwistle e Moon dagli esordi fino alla morte del batterista seppe adoperare il rock come un vero e proprio codice narrativo, un racconto il cui oggetto e protagonista era lo sguardo della loro generazione rivolto a un mondo quasi sempre inospitale, ostile, eppure ugualmente intriso di meraviglia, o almeno della sua possibilità. Il secondo disco del cofanetto era quello che facevo girare di più: avevo preso una fissa per una canzone in particolare, I Can See For Miles, che tutt’ora ritengo una delle più formidabili alchimie tra pop e psichedelia mai realizzate. Mi piaceva ascoltarla nell’autoradio, d’estate, soprattutto la sera, col buio che iniziava a posarsi sulle cose come un sollievo e l’orizzonte diventava un punto di fuga che ingoiava prospettive comprensibili e non, prevedibili e non. Alzavo il volume, lasciavo che lo stridore affilato delle chitarre, l’euforia acida della voce, le pulsazioni eccitanti di basso e batteria mi investissero, mi trafiggessero: a quel punto, quasi senza accorgermi, acceleravo. Mi sembrava di sentirlo – mi sembra ancora di sentirlo – il limite (di velocità? Del consentito?) che scricchiolava, quel confine incerto tra minaccia e possibilità.

Cracked Rear View e Thirty Years Of Maximum R&B uscirono il 5 luglio del 1994. Il primo è stato un album di grande successo (oltre dieci milioni di copie negli USA) destinato a lasciare poche tracce nella storia del rock e nella mia vita di ascoltatore. Il secondo è un box antologico – con inediti – di una delle più grandi band di ogni tempo: tanto bello che mentre scrivo queste righe mi rammarico di non potermi permettere cinque ore libere filate per poterlo riascoltare tutto come si deve.

La minaccia dell’autovelox è ancora lì: stessa piazzola, qualsiasi orario. Dei colpì di gomito, nessuna traccia.

4 commenti

  1. […] C’è del beat nell’aria, Brown lo annusa e pesca dai tasti un riff clamoroso in apertura di I’ve Got Something On My Mind, sbuffo energico e immalinconito, liberatorio come un sorriso steso sul malumore, lo stesso rintracciabile nell’impudenza errebì di Let Of You Girl, dove chitarre arricciate e scheckerate (alla maniera che sarà poi magnificamente “equivocata” nel reggae) insidiano la fuga ormonale di quell’harpsichord ormai autentico mattatore della scena: entrambi i pezzi colpiscono per la qualità inesorabile della struttura, con i bridge a tirare le fila delle emozioni in un acme irripetibile di velluti e spinterogeno. La successiva Evening Gown gode dell’asciutto chitarrismo portato dal session man Tom Feher, e si sente: tra brusche pennate e frasi ubriacanti di tastiere, il pezzo dischiude un’asprezza (ben secondata dalla voce di Miller) che non può non ricordare certe scorribande tritacervello a firma The Who.  […]

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...