Unhalfbricking: come un faro nella nebbia

Il file nella cartella “Lacune-spediti-1” riporta la data “11/01/2001”. A occhio si tratta quindi del secondo o al massimo terzo numero della rubrichetta che ho tenuto per il Mucchio settimanale dal 2001 al 2003. Rileggendola mi viene in mente un particolare: non fingevo. Quando affermavo di avere scoperto quei dischi solo pochi giorni prima di scriverne, era la verità. Più che recensioni, erano percorsi di scoperta di un appassionato con innumerevoli lacune da colmare. Il risultato erano pagine infarcite di ingenuità, certo: eppure piacevano. Forse, chissà, piacevano proprio per quello.

In ogni caso, Unhalfbricking, terzo meraviglioso disco dei Fairport Convention, uscì il 3 luglio del 1969. Lo stesso giorno – pensate – di Five Leaves Left, l’esordio del compagno di scuderia Nick Drake, anch’esso prodotto da Joe Boyd.

Riporto ciò che scrissi diciotto anni fa (abbondanti) senza modifiche, sempre vergognandomene un po’, sempre con quel po’ di nostalgia. Che non guasta.

***

unhalfbricking

Fairport Convention – Unhalfbricking (1969)

Prologo (smemorato): mi capita una cosa strana con Unhalfbricking: lo ascolto, lo amo, mi commuove, mi emoziona, e dopo non ricordo né quanto né come, per cui non è banale dire che ogni volta lo scopro. Un caso da neuro, dite? Può darsi, ma non sarà che certe emozioni, così forti e vere, così intensamente vive, rifiutino la condizione di “memorie”, di passato che è comunque passato, ed esigano per se stesse – sempre – di essere (ri)vissute?

I Fairport Convention erano un gruppo folk-rock inglese che bruciò di fiamma luminosa e breve tra il ’67 e il ’71. Numerosi e frequenti fin da subito gli avvicendamenti in formazione, entrate e uscite che portarono all’equilibrio perfetto del terzo album, a detta di molti il loro migliore, per me semplicemente bellissimo: Unhalfbricking.

Diciamo che sono un inguaribile rockettaro, ecco, cresciuto a riff sporchi e batterie in dérapage: infatti, nonostante ne abbia sentite di cotte e di crude, provo ancora un briciolo di esitazione incontrando elementi di folk, jazz, world o “classica” nel rock (per poi magari, superata la perplessità, amarli con tutto me stesso). Sarà dovuta a questo la mia impreparazione, tra le altre cose, sul folk inglese. Fortuna che – come avrete notato nei precedenti “lacune” – ogni tanto arriva qualche amico attendibile che emette una sentenza storica, nei confronti delle quali in genere o scoppio a ridere o rimango senza parole. Così mi è capitato di sentirmi dire che Unhalfbricking, disco a me noto solo di fama, oltre ad essere un riconosciuto capolavoro del folk-rock conterrebbe la più bella canzone del glorioso periodo ’60/’70 (!): ho accusato il colpo in silenzio, ed ho sentito chiaramente dentro di me attivarsi qualcosa. Giocoforza, dopo poche ore e con poca spesa, il supposto gioiello era tra le mie mani (certi amici vanno proprio tenuti cari…).

fairport-gardin

Il primo ascolto mi trova naturalmente molto curioso, per non dire eccitato, ma ci pensa il rollio sognante di Genesis hall a placarmi, con quel dialogo di chitarre intenso come un incrocio di pendoli (sono Richard Thompson e Simon Nicol), il tempo sospeso di un valzer struggente e soprattutto la voce di Sandy Denny, quella voce che, se devo dirla tutta, all’inizio stentavo a riconoscere e ad amare: tanto evocatrice e selvaggia coi Led Zeppelin (in duetto con Robert Plant nella stratosferica The battle of evermore) quanto vellutata e solenne coi Fairport, troppo vellutata e troppo solenne per i miei gusti. Ma, come dicevo prima, sono un rockettaro inguaribile che non aveva capito (e stenta ancora a farlo) che nel folk il passato interviene come una gratificazione, come una nostalgia e un rimprovero, come una magia: tutte cose che devono passare anche attraverso la voce.

Una magia che nella successiva Si tu dois partir, scritta da sua maestà Bob Dylan, diventa caleidoscopica follia vaudeville, con una festa strumentale (fiddle, triangolo) che ferma il tempo e mi lascia incantato ad ascoltare e ri-ascoltare. Segue Autopsy, la prima traccia firmata Denny, condotta su un ritmo jazzy saltellante che ad un tratto – con un meraviglioso passaggio in mid tempo un po’ alla Frederick di Grace Slick – vira in una ballata intensa, riscaldata da un sinuoso e vibrante assolo di Thompson, stretto nel meticoloso assedio del (notevole) basso di Ashley Hutchings.

A questo punto la ruota della storia rallenta, scricchiola, esaurisce la spinta, si ferma: A sailor’s life apre con una suspense di piatti lieve eppure densissima, nel quale la voce di Sandy germoglia come un faro nella nebbia, col suo canto trattenuto e struggente, testimone di tutti i tramonti, le partenze, le brume marine e gli addii; un fremito di batteria (bello il lavoro percussivo di Martin Lamble) e iniziamo a prendere il largo, caracollando su onde psicoattive di chitarre e – ancora – sul meraviglioso fiddle di Dave Swarbrick, in un crescendo ritmico e strumentale che reclama, rapisce, scuote, trascina in un vortice di euforia e commozione, in uno scenario di alchimie acide di sospetta derivazione druidica. Un pezzo fantastico, una combinazione straordinaria per potenza e compostezza, un traditional riarrangiato che entra di diritto nella galleria delle dieci rock song che mi hanno cambiato la vita.

Ma le meraviglie non finiscono qui: l’estasi non si è ancora diradata che mi investe l’entusiasmo di Cajun Woman, irresistibile folk-rock song da bettola fumosa, birra a fiumi e gambe in festa, assolutamente da non sottovalutare. Appena il tempo di rabbonire l’adrenalina ed ecco il morbido mood di basso e batteria di Who knows where the time goes?, con un soffio di chitarra acustica e la nervatura discreta dell’elettrica a fare da giaciglio per la voce di Sandy, una voce impastata nella più dolce delle malinconie, nel più vicino degli amori lontani, nella più sfuggente e fuggitiva delle consapevolezze: sentita da qui, dalla opprimente prospettiva della sua morte prematura, dona una tristezza muta, spietata e – in qualche modo – appagante. Forse non è la più bella canzone del periodo (come dice il mio amico), ma di sicuro entra e rimane nel cuore come poche altre.

I due pezzi conclusivi sono ancora a firma Dylan: la splendida Percy’s song, autentica festa di sonorità british-folk, che reiterando una semplice frase melodica fa sbocciare una ricca e misteriosa trama di emozioni, e la (solo apparentemente) scanzonata Million dollar bash, gemellata coi Jefferson Airplane e con certi divertissement agri della Joplin periodo Big Brother.

In definitiva, cosa dirvi: è un album tanto bello che è quasi un peccato pagarlo solo 20 carte*, tenuto conto che domani potrei spenderne 40 per qualcosa che – se andrà bene – potrà emozionarmi la metà (o un decimo)… Imperdibile, e non solo per gli amanti del neo-folk.

*nel gennaio del 2001, quando ho scritto questo articolo, l’euro non era ancora valuta corrente, quindi le “carte” equivalgono alle vecchie mille lire

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