Awakening Songs #13: Nico – The Fairiest Of The Seasons

Nico

Poi tutto rallenta. Si espande. L’aria sembra chiederti il conto. Le cose emanano luce sotto forma di riflessi, colori, angolazioni. Ogni sensazione dura quell’istante in più che produce una strana, inafferrabile vibrazione. È l’estate, bellezza. La più bella delle stagioni? Non lo so. Me la godo, questo so. Come quasi tutti, dell’estate preferisco il mattino presto o la sera, quando si celebra l’imminenza del giorno o la sua dissolvenza (la sua assenza, in ogni caso).

La mattina appena sveglio mi piace prendere il caffè e guardare il cielo, illudendomi che sia tutto lì il mio dovere verso il mondo. Dura poco, cinque minuti al massimo. Poi si parte. Si rotola.

Stamattina c’erano il caffè, la terrazza, il cielo, il silenzio che coagula di colpo tra un’auto e l’altra, la vibrazione inafferrabile della magnolia e delle rose già esauste, il frullo di chissà quale uccello tra le foglie del lauroceraso. Ed ecco. Sì, ecco che arriva.

Now that it’s time
Now that the hour hand has landed at the end

Jackson Browne, autore di The Fairiest Of The Seasons assieme a Gregory Copeland, la concesse a Nico per il suo disco d’esordio in un pacco regalo che conteneva anche la più brumosa Somewhere There’s a Feather e un altro capolavoro ineffabile come These Days. Quest’ultima non a caso sarebbe poi finita, assieme a The Fairiest Of The Seasons, nella soundtrack di The Royal Tenenbaums, capolavoro di Wes Anderson. Ma non divaghiamo.

I want to know do I stay or do I go
And maybe follow another sign
And do I really have a song that I can ride on?

Nel 1967 Christa Päffgen – in arte Nico – aveva ventinove anni e già un bagaglio di esperienze da riempirci un paio di vite, dai servizi fotografici per Elle e Vogue alla recitazione per Lattuada e Fellini (quella specie di se stessa svagata e famelica interpretata ne La dolce vita), dalla relazione con Alain Delon (da cui nacque Christian, cresciuto dalla madre di Delon) a quelle con Brian Jones e – pare – Bob Dylan, per poi finire – a metà anni Sessanta – nel giro della Factory e nelle grazie di Andy Warhol, che la impose come musa alla rock band che avrebbe cambiato più o meno tutto in ambito rock, i Velvet Underground.

Lei, così marmorea d’aspetto e di voce, rappresentava una magnifica intrusa nella compagine di Reed, Cale, Morrison e Tucker: eppure la sua presenza risultò decisiva per le sorti di un album – The Velvet Underground & Nico – che senza di lei sarebbe stato ugualmente bello ma non così bello, e soprattutto non così.

Yes and the morning has me looking in your eyes
And seeing mine, warning me
To read the signs more carefully

Si lasciava tutto alle spalle, Nico. Sì, poteva permettersi di lasciarsi alle spalle anche Andy Warhol e i Velvet Underground. E di pubblicare subito dopo un album d’esordio da solista che vedeva coinvolti, oltre al citato Browne, gli stessi VU (esclusa Moe Tucker) più Bob Dylan e Tim Hardin in veste di autori.

nico-chelsea-girl

Chelsea Girl – uscito nel 1967 – è un disco meraviglioso che traccia le coordinate del cosiddetto “chamber pop” nella sua versione più malinconica e decadente. La tracklist si apre non a caso proprio con The Fairiest Of The Seasons, che fin dal primo ascolto – molti, troppi anni fa – mi fece intuire la presenza di quelle vibrazioni inafferrabili tra le cose, delle cose, nelle cose. E l’importanza di sintonizzarsi con queste vibrazioni, così da spremere un senso allo srotolarsi pigro e inesorabile degli attimi.

Perché c’è – eccome se c’è – una direzione a cui non possiamo sottrarci anche se non la comprendiamo (“And do I really understand the undernetting?“). Perché la consapevolezza può essere allo stesso tempo una condanna e il migliore dei doni, proprio come riuscire ad accettare quello che non riusciremo mai a comprendere.

Now that I see,
Now that I finally found the one thing I denied
It’s now I know do I stay or do I go
And it is finally I decide
That I’ll be leaving
In the fairest of the seasons

Finisco il caffè. Dedico un ultimo sguardo al cielo, sempre più chiaro, sempre più lontano e spiaccicato, lassù. È di nuovo tempo di rotolare.

Qui le altre Awakening Songs

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