Oltre la traversa: Matthäus, Van Basten, Antognoni e Platini

OLT

Non amo esprimere opinioni calcistiche sul web. Il rischio di innescare vortici di tifo becero (quando mai il tifo non lo è?) è altissimo. Eppure, credo che scrivere e leggere di calcio possa essere molto divertente. Non solo: in nome del calcio si possono scrivere cose molto belle, vedi i casi – solo per fare qualche esempio – di Soriano, Hornby, Galeano e Montalban, o in tempi più recenti i bei libri di Patrone e Riva. Nel suo piccolo, il Mucchio Selvaggio tra il 2002 e il 2004 tenne in vita una rubrica sul calcio visto con occhio – come dire – atipico. Si chiamava Oltre La Traversa e fu ideata dal grande Andrea Provinciali.

Ne riporto qui quattro esempi tra la dozzina circa che ne scrissi (divertendomi un casino).

***

Lothar Matthäus

lotharPenso a Matthäus e mi torna in mente Katarina, italotedesca naturalizzata toscana, antagonista di frizzi, lazzi e prurigini post-adolescenziali. La stessa mascella marmorea (con aggetti di acciaio Krupp), lo sguardo accanito e vigile, gli zigomi porporini nell’affanno, l’incipiente rastrelliera dei denti, la correttezza severa, la concretezza devastante, il putsch cingolato della fisicità. Pressoché contemporanei sul palcoscenico della mia vita, e comunque appiattiti nella prospettiva del ricordo, sono le due facce di una medaglia fuori corso: ecco Lothar innescare guerre di logoramento sulla mediana, ed ecco Katarina stritolarmi una mano briccona; Lothar verticalizza implacabile, Katarina indossa il suo sguardo più sprezzante; Lothar un cervello motorizzato, Katarina algoritmo d’ormoni; Lothar un pistone instancabile, Katarina che cosce che tette che culo. Davanti a loro le stesse strade spianate dallo schiacciasassi della tenacia, da una combinazione genetica volitiva, rigorosa, imbattibile. Per entrambi, infatti, un curriculum da vincenti. Entrambi, li ho (quasi) dimenticati.

Marco Van Basten

Van-BastenViene quasi da non crederci, a uno come Marco Van Basten. Alle acrobazie impossibili per la lungaggine delle leve, alle repentine epifanie di genio che stridevano con quel sobrio stare tra le cose, a quella rapida eleganza capace di trasfigurare l’incanto in mostruosa inesorabilità. Insomma, pensateci: a Marco non mancava nulla, era bello e affusolato come il principino della favola, aveva l’intelligenza delle frasi misurate, il buon gusto di non tirarsela come un Dio, la fortuna che gli permise d’evitare le sfigate sponde fiorentine (sigh…) per approdare direttamente al Milan macinatrofei. Eccolo quindi segnare come un angelo sterminatore – tagliando angoli che sembravano schiacciati dalle telecamere e invece erano davvero spiragli tra dimensioni inafferrabili – e silurare a colpi di testa la membrana degli zero a zero, e serigrafare assist mercuriali, e caracollare dribbling da iperuranio. Poi il crack ortopedico a due passi dall’assoluto, vanificando un finale di carriera che possiamo solo vagheggiare immenso. Una storia bellissima, con frequenti apici e rare puntuali cadute, ma soprattutto perfettamente incompiuta. Viene quasi da non crederci: meno male che c’ero.

Giancarlo Antognoni

antognoniFiorentina-Ascoli ’82-‘83. Partita cruda, ossuta, stopposa. Ok, diciamolo: partita inguardabile. D’un tratto, per un attimo che sembra il respiro di un Dio di passaggio, il “Bellantonio” sintonizza il busto sul migliore dei baricentri possibili, chiama a raccolta la compassata lucidità, leva fiera e sagace la testa – quella testa che rischiò di sgretolarsi sotto ai tacchetti di Martina – concedendo la chioma alla brezza d’Aprile. Quindi inventa l’azione che scuote e decide l’incontro: il goal, finalmente. Subito dopo viene espulso, tra lo stupore indignato di tutti. Che accadde? Presto spiegato: mentre la palla c’ipnotizzava gli occhi affettando la trequarti, Antognoni piantò il gomito sullo zigomo dell’accanito incontrista marchigiano, e il guardalinee – refrattario all’ipnosi – prese nota. Cartellino rosso, biasimo di stampa e televisioni, due giornate di squalifica. Macchiolina sul tessuto di una carriera altrimenti esemplare per classe e correttezza, nonché per la masochistica, romantica, impagabile dedizione alla causa viola. Il pestone polacco che lo escluse dalla finale mondiale dell’82 è l’ennesima riprova che gli Dei Superiori d’Eupalla indossano maglie a strisce di pregio e – farabutti – si beano delle provinciali miserie.

Michel Platini

platiniEra ben attrezzato affinché lo odiassi: la maglia bianconera, uno strisciante complesso di superiorità, quella faccia da più-intelligente-della-classe, il plauso pressoché incondizionato della stampa (conquistato però con non poca fatica). E infatti l’ho odiato. Non molto, eh, solo abbastanza. D’altronde ero ragazzino, la passione (viola) davanti agli occhi e nel cuore, fieramente avverso dunque e ovunque alle greggi juventine, nonché devoto alle limpide geometrie predicate in un deserto di aspettative dall’ormai declinante Antognoni. Il tempo, si sa, appiana, chiarisce, talvolta mitizza. Nel caso di Platini, stratega da prima linea col vizio dello sfondamento inesorabile (tre volte capocannoniere in Serie A, non scordiamolo) ed estetico (ah, il taglio sfarfallante e repentino di quelle punizioni, la decodifica istintiva delle maglie difensive, l’ossimoro di quell’irruenza gracile…) parlare di mito è inopportuno solo perché nel brodo dell’immaginazione popolare l’uomo scelse di non sprofondare. O almeno non troppo. Anche in questo, fu invero Le Roi.

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