Headbanging: i 35 di From Her To Eternity

Ho un ricordo estremamente plastico legato a questo disco, solo che non saprei dire con esattezza a quando risale. Potrei sbilanciarmi e indicare la metà degli anni Novanta: sì, doveva essere da qualche parte tra il ’94 e il ’96.

Mi trovavo su un prato con alcuni amici. Faceva caldo, c’era molta gente. Attendevamo che iniziasse un concerto. Dagli altoparlanti usciva musica intenzionata a tracciare un perimetro estetico all’interno del quale il pubblico avrebbe dovuto sentirsi compreso (in ogni senso). Stavamo chiacchierando di quelle cose volatili di cui si parla in queste situazioni: giudizi su dischi e artisti, ricordi di concerti passati, cose così. Ingannavamo morbidamente il tempo che a sua volta lentamente c’ingannava (lo fa sempre), quando a un tratto dagli altoparlanti iniziò a uscire un suono e un riff che riconoscemmo subito: era From Her To Eternity.

nc-from-her-to-eternity

Le nostre espressioni scattarono, attraversate da uno stesso sussulto. Fu come se una bestiolina si fosse mossa in qualche recesso del nostro petto, improvvisamente ridestata da un inerte torpore. Tacemmo. Ascoltammo. Iniziammo a ondeggiare la testa con frenesia appena trattenuta. Uno dei miei amici possedeva la tipica caratteristica da appassionato rock totale, a cui ahimé ho dovuto rinunciare ancora prima di poterla desiderare: una chioma folta, lunga fin oltre metà della schiena. Proprio lui sembrava il più colpito dalla canzone del Re Inchiostro: il più posseduto. Col primo ritornello – quel ritornello spezzato e impetuoso – si limitò a canticchiare, gli occhi socchiusi, una tensione evidente a serrargli il collo e le spalle. Ma non riuscì a trattenersi a lungo.

All’altezza del secondo ritornello si alzò, iniziò a danzare – come dire – a spasmi, alternando contrazioni e guizzi del busto, le gambe rigide ma elettrizzate, rigidamente elettrizzzate. Infine – infine – sul terzo chorus scaricò l’energia assieme alla bestiolina e a tutto quel repentino bisogno di qui e ora – inesprimibile se non su un piano urgentemente fisico – inarcandosi all’indietro e scattando subito dopo in avanti. Lo fece una volta, due, tre, non so quante. I suoi capelli presero a disegnare una mezzaluna plastica – appunto – che si librava caotica nel finecorsa. Arco, caos, arco, caos, arco, caos: no, non lo so quante volte, ma furono abbastanza da sembrare una cosa sola, come una pennellata insistita su una tela invisibile. L’intera sequenza finì compressa in un’immagine che non dimenticherò mai.

Tu chiamalo, se vuoi, headbanging. Ma quello del mio amico capellutissimo era altro: non una pratica metal pseudo-tribale che da rito si fa subito cliché, finendo per somigliare – mi si perdoni – a certi balli di gruppo da villaggio vacanze (rispetto ai quali è solo apparentemente più brutale). No: quella a cui avevo assistito era un’espressione insopprimibile di sé, di un sé pre-verbale, plastico, selvatico e così fisico da sbucciare l’anima con tutta la sua insondabilità. Il caro vecchio Nick anni prima aveva scagliato una freccia che dopo tanto tempo continuava a colpire nel segno, a ridestare la bestiolina.

Finita la canzone, il mio amico tornò a sedersi con noi, togliendo un tentacolo sudato di capelli dalla fronte. Aveva il volto paonazzo ma – come dire – sereno. Riprendemmo a parlare di cose volatili, in attesa che iniziasse quel concerto di cui non ricordo i protagonisti.

Trentacinque anni fa usciva From Her To Eternity, l’album d’esordio di Nick Cave And The Bad Seeds.

Annunci

Un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...