Awakening Songs #12: Pearl Jam – I Got Shit

Lo so. Dovrei smetterla. Devo smetterla. Ho fatto i conti da un pezzo con il senso del me ventenne (e poco oltre) per il grunge: per quella scossa vischiosa, per quell’avvitarsi frenetico e denso fino a profondità di cui fino ad allora avevo avuto notizie piuttosto frammentarie. Merito del grunge, certo, ma anche (soprattutto?) del modo in cui l’ultima adolescenza mi si staccava da dentro e fuori, lasciandomi con parti cruciali da ricostruire e una spaesata apprensione riguardo al futuro.

Malgrado il mix di entusiasmo e ingenuità di cui all’epoca ero capace, capivo bene che le band di Seattle stavano facendo i conti con le ultime gocce di carburante nel serbatoio. Eppure, sentivo qualcosa di irresistibile nell’inerzia indolenzita di quei dischi, in quell’aggirarsi irrequieto alla ricerca di un senso ulteriore che per i più – e perlopiù – avrebbe significato normalizzazione (come se fossero condannati a farlo, come se non avessero avuto alternativa: ed è questo che mi ha fatto più male).

Tuttavia, un attimo prima di consegnarsi all’abbraccio formattante dell’algoritmo, ci furono appunto quei dischi in bilico tra le vampe nervose del grunge e uno sguardo abbacinato su una consapevolezza non più rinviabile: l’omonimo degli Alice In Chains, Above dei Mad Season, Down On The Upside dei Soundgarden, Dust degli Screaming Trees... Album in cui avvertivo, assieme alla potenza residua, un nitido senso di abbandono. Era come se la forza ancora considerevole di quelle canzoni – di quei suoni, di quelle chitarre, di quelle voci – affondasse le radici nella visione del loro stesso fallimento, nel fine corsa della vaga illusione che aveva innescato il ritorno di fiamma rock a cavallo tra 80s e 90s. Stava finendo tutto. O, almeno, stavano finendo molte delle cose a cui mi ero consegnato, e non era chiaro quanto questo crepuscolo – sì, ecco il termine giusto – riguardasse me stesso o il mondo.

Dopo tutti questi anni, nella vertigine razionalizzante della prospettiva, mi viene da pensare che del grunge ho amato soprattuto questo. Più che la foga liberatoria, più del raglio vitalistico che tentava di germogliare tra le linee di forza di un sistema sempre più pervadente, mi sintonizzai su quello sconcerto di fronte a una sempre più chiara disposizione degli eventi, di fronte all’abbacinante visione di una sconfitta accogliente che ci avrebbe condotti fin qui, e chissà dove ancora. Quella stessa visione che – ok, lo ammetto, sto un po’ romanzando – sembra unire come un filo nero molti musicisti dell’epoca finiti inghiottiti in una spirale autodistruttiva, quando non direttamente suicida.

merkinball

Nel 1995 uscì un disco, Mirror Ball, suonato da Neil Young – il “Padrino” del grunge – e dai Pearl Jam. Questi ultimi non furono autorizzati dalla loro casa discografica a mettere il loro nome accanto a quello del Loner canadese, ufficialmente quindi figurarono come dei session men al suo servizio. Si rifecero (molto) parzialmente pubblicando Merkin Ball, un CD singolo contenente due pezzi con ospite il session man di lusso Neil Young. Una delle due era Long Road, destinata poi ad essere reincisa per la soundtrack di Dead Man Walking. L’altra era I Got Shit.

My lips are shakin’
My nails are bit off
It’s been a month since I’ve heard myself talk

Sul libetto compare come I Got Id, per evitare le solite puttanate della censura radiofonica, ma il senso è chiaro, e tutti quindi la conoscono per come avrebbe dovuto realmente intitolarsi. Anche il suono “parla” chiaro: fu eseguita in quartetto, il producer Brendan O’Brien al basso, Jack Irons ai tamburi, Vedder alla voce e Neil alla chitarra. Come molti pezzi usciti da quelle sessioni negli studi Bad Animals di Seattle (le stesse di Mirror Ball), il mood sembra sostenuto dall’attrito tra il senso di frana e di ostinazione, da quel gettare il cuore oltre il muro innalzato da una realtà sempre meno disposta ad accettare l’impurità del vivere, lo sgranarsi imprevedibile di emozioni, decisioni, sentimenti, l’eventualità nutritiva del fallimento.

On empty shells seem so easy to crack
Got all these questions
Don’t know who I could even ask

Mentre Vedder rivolge a un imprecisato interlocutore (l’amante? La musica? Un vecchio insegnante come Clayton E. Liggett, a cui è esplicitamente dedicata Long Road?) il suo disperato ringraziamento per avergli impedito di oltrepassare la fatidica linea (così diversa eppure riconducibile – mutatis mutandis – a quella cantata da Johnny Cash), la chitarra di Young lavora per bagliori e incandescenze, è un fantasma affilato, il contrario della muscolarità, il magma inafferrabile di un’inquietudine accumulata in decenni di illusioni polverizzate, sporte sulle promesse cupe del nuovo secolo/millennio (puntualmente e abbondantemente mantenute).

Oh, I walked the line
When you held me in at night

Qualche anno dopo, Vedder confessò di essersi abbondantemente ispirato a Cinnamon Girl per il ritornello di I Got Shit. Chiudendo un cerchio ulteriore che dentro di me – dentro di noi – possedeva già la sua compiutezza, il suo imperfetto vorticare.

Qui tutte le Awakening Songs

9 commenti

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